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Metafisica del lavoro

La carriera storica di un concetto apparentemente sovrastorico


Nella storia del pensiero occidentale, e particolarmente di quello moderno, il linguaggio della filosofia e della scienza si è sempre più allontanato dal linguaggio dell’uomo comune per diventare il linguaggio misterioso di una casta di sacerdoti del sapere, separata dal resto della società. Ci sono pochi concetti che appartengono al tempo stesso alla sfera della riflessione teoretica e alla sfera della vita quotidiana. Il “lavoro” è uno di questi concetti, il quale da un lato rappresenta una categoria filosofica, economica e sociologica, dall’altro viene impiegato in modo per più versi aggrovigliato nella praxis di vita di tutti gli uomini. Questo particolare carattere del significato sociale di “lavoro” rimanda ad un nesso universale nel mondo moderno. Nessuna parola è, ad un primo colpo d’occhio, più chiara e nessuna, ad un secondo colpo d’occhio, meno chiara di questa.


Nessuno più di Karl Marx nella storia della filosofia e della teoria sociale ha fatto valere così tanto il concetto del “lavoro” come fondamento del proprio pensiero. Ed è stato il marxismo a porsi con risolutezza dalla parte del lavoro, per dare legittimazione al grande movimento dei salariati nella storia moderna. Dal punto di vista filosofico, per il marxismo il lavoro appare come condizione di esistenza sovrastorica dell’uomo nella sua relazione con la natura. Dal punto di vista dell’economia questa dottrina del lavoro come forma universale dell’attività dell’uomo viene, attraverso il dominio del padrone capitalista, degradata a un rapporto di sfruttamento. Dal punto di vista sociologico è la “classe dei lavoratori” che deve costituirsi politicamente come “partito del lavoro” per far cessare il rapporto sociale di “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” e arrivare così a una “liberazione del lavoro”. Ma questa presunta teoria della società e della storia, chiusa in se stessa ed incrollabile, ha oggi perduto la sua credibilità. Essa appare francamente vecchia e polverosa. Ciononostante, il concetto del “lavoro” ha ugualmente mantenuto la sua validità e la sua ovvietà. Come si deve spiegare questo singolare stato di cose?


Il marxismo ha sempre cercato di reclamare per sé il “lavoro” come ideale positivo e di distinguerlo dal cosiddetto “non lavoro” del mondo borghese e dei suoi rappresentanti. La stampa socialista del 19° secolo rappresentava nelle sue caricature i capitalisti di solito come pingui parassiti oppure come Dandy e Flaneur, i quali si procuravano una vita piacevole e “disoccupata” sulle spalle della classe lavoratrice. “Gli oziosi si facciano da parte”, così recita la famosa “Internazionale”, l’inno del movimento dei lavoratori. Sono innanzitutto propriamente i vecchi feudatari e coloro che avevano grosse rendite di denaro quelli che vengono resi visibili in questa grande “immagine di nemico”, e non i moderni manager. Perché i “tycoos” industriali sono rapidi, fanno jogging tutti i giorni, hanno meno tempo libero di uno schiavo nelle piantagioni e devono andare in terapia perché sono diventati “malati di lavoro”.


In verità il lavoro è sempre stato un ideale capitalistico-borghese, molto prima che il socialismo scoprisse per sé questo concetto. L’elogio del “lavoro” viene decantato nei più alti toni dalla dottrina sociale cristiana; il liberalismo ha parimenti benedetto il “lavoro” e promesso, in modo del tutto similare al marxismo, la sua “liberazione”; anche intere ideologie conservatrici e radicali di destra adorano il lavoro come un Dio secolarizzato. “Il lavoro rende liberi” stava sopra il cancello di Auschwitz. Evidentemente la religione del “lavoro” è il sistema di riferimento comune di tutte le teorie moderne, sistemi politici e gruppi sociali. Essi concorrono l’uno con l’altro per chi mostra in questa religione la più grande devozione e tira fuori dagli uomini le migliori prestazioni.


Tali riflessioni faranno andare il moderno uomo normale su tutte le furie. Come sarebbe? “Si deve lavorare”. Non hanno gli uomini sempre lavorato? Altrimenti non ci sarebbe alcun mezzo di sostentamento, nessun vestiario, nessuna abitazione e nessuna cultura. Dal niente non viene nulla. Perciò l’ethos del lavoro notoriamente dice: “chi non lavora, non mangia”. Senza dubbio gli uomini hanno sempre prodotto cose e idee, per vivere, per mangiare, per ricercare e per divertirsi. Ma è il “lavoro” il concetto sovrastorico, universale e giusto per ciò? “Lavoro” è una astrazione, una parola di ambigua generalità. Karl Marx difese questa generalità indeterminata e credette si trattasse di una ragionevole astrazione, conosciuta sin dai tempi più antichi. Ma lo è veramente?


Una ragionevole astrazione sarebbe un sovraconcetto generale sensato per cose qualitativamente diverse, ma tuttavia appartenenti ad ad uno stesso determinato campo. Così vengono riunite, per esempio, “mele”, “pere”, “pesche”, “arance” e così via nel sovraconcetto “frutta”. Ma proprio in questo senso il “lavoro” come sovraconcetto per l’attività umana non è assolutamente un’astrazione ragionevole. Anche “sognare”, “passeggiare”, “giocare a scacchi” o “leggere romanzi” sono attività umane, senza che esse vengano di solito considerate “lavoro”. Molte culture contadine, pastorali o fondate sulla caccia non conoscevano per niente alcun concetto astratto di “lavoro”. Sarebbe apparso loro al più alto grado irragionevole e del tutto stupido riunire sotto un unico astratto sovraconcetto attività quali la caccia e la coltivazione delle piante, cucinare e allevare bambini, curare le malattie e celebrare le funzioni del culto. Spesso per i diversi ambiti della vita c’erano in queste società arcaiche (per come esse sono ricostruibili o per i resti che ancora esistono) per uomini e donne, per differenti gruppi sociali o abilità (contadini, artisti, guerrieri, ecc.) altrettanti concetti di attività, che in nessun modo corrispondono al moderno concetto universale di “lavoro”.


Quando e in quale contesto è dunque sorto storicamente questo astratto e generale concetto dell’attività sociale ed economica? Nella maggior parte delle lingue e delle culture la radice della parola “lavoro” rimanda ad un significato che contrassegna gli uomini sottomessi, dipendenti oppure schiavi. Il “lavoro” non è dunque originariamente niente di neutrale né ragionevole, bensì un’astrazione sociale: è l’attività di coloro che hanno perduto la loro libertà. E questo ugualmente anche se a questi uomini piace sudare nel lavoro dei boschi o nella coltivazione, servire i pasti in casa come domestici, accompagnare i bambini a scuola o far vento alla signora: è sempre l’attività di servi definiti “uomini”. L’esistenza da “servo” è il contenuto dell’astrazione “lavoro”.


Non c’è dunque da meravigliarsi che questo concetto astratto abbia preso per gli antichi anche il significato di “dolore” e “infelicità” (come in latino). È la sofferenza dell’uomo che, in senso negativo, è “attivo”, che “vacilla sotto un peso”. Questo peso può anche essere invisibile, perché in realtà è il peso della sottomissione sociale. È ciò che in fondo si intende quando, nel vecchio Testamento, il “lavoro” viene interpretato come una maledizione inflitta da Dio agli uomini. La vicinanza di “dolore” e “lavoro” non riguarda la mera fatica. Anche un uomo libero può, in determinate occasioni, affaticarsi e provare piacere nel farlo.


Perciò è del tutto errato interpretare il “non-lavoro” degli uomini liberi e indipendenti nell’antichità come un puro “dolce far niente” e come pigrizia, come spesso appare nella letteratura volgare marxista. In Omero l’eroe Ulisse è orgoglioso del fatto di aver costruito da solo il suo letto. Non l’attività in quanto tale era disonorevole, persino quella manuale, bensì la sottomissione degli uomini ad altri uomini oppure ad una “professione”. Un uomo libero poteva occasionalmente costruire un letto o un armadio, ma non poteva a causa di ciò definirsi “falegname”. Poteva occasionalmente commerciare, ma non per questo definirsi commerciante. Poteva occasionalmente scrivere poesie, ma non per questo definirsi poeta (almeno non come stipendiato per ciò). Chi era formalmente libero, ma si doveva sottomettere per tutta la vita ad un lavoro remunerato in qualche ramo della produzione, diventava a causa di questo lavoro “sottomesso” e valeva appena più di uno schiavo. Non per questo le attività dei liberi amatori erano meno abili o di peggior qualità di quelle dei non-liberi “uomini di professione”. Esercitarsi nelle arti e acquisire conoscenza era riconosciuto come onorevole, e dalle fiabe di diverse culture possiamo sapere che nelle società antiche i figli di Re e Principi dovevano talvolta imparare un lavoro manuale, ma non diventare artigiani, e così sottoposti al “dolore” del “lavoro”.


È stato il cristianesimo per primo a definire negativamente il significato di “lavoro” come dolore e infelicità. Poiché Cristo con la sua sofferenza ha redento l’umanità, la fede pretende perciò di “seguire il Cristo”, e questo significa prendere su di sé con gioia il dolore. Col masochismo della fede, il cristianesimo così nobilitò il dolore e con ciò il “lavoro” come scopo addirittura desiderabile. I monaci e le monache nel convento si assoggettavano coscientemente e volontariamente all’astrazione “lavoro”, per così condurre come “servi di Dio” una vita nel senso del dolore di Cristo. Da un punto di vista storico, la disciplina e l’ordine del chiostro, la rigorosa ripartizione delle scadenze giornaliere e l’ascesi monacale sono stati i precursori della successiva disciplina di fabbrica e dell’astratto calcolo lineare del tempo della razionalità economica aziendale. Ma questa missione del “lavoro” si riferiva solamente al significato metaforico del concetto come accettazione religiosa del dolore con uno sguardo all’aldilà. Con ciò, non intendeva perseguire alcuno scopo terreno.


Solo il protestantesimo, particolarmente nella sua forma calvinista, diede al masochismo cristiano della sofferenza un oggetto terreno: l’uomo credente non doveva prendere su di sé il “lavoro” come “servo di Dio” nell’isolamento del chiostro, ma con esso avere successo nel profano mondo terreno, per dimostrare di essere stato scelto da Dio. Naturalmente non aveva il permesso di godere in alcun caso dei frutti del successo, per non giocarsi la grazia divina nel “seguire il Cristo”. Doveva dunque, col risultato del lavoro, con una acidula aria di compunto dolore come punto di partenza creare sempre nuovo “lavoro” ed incessantemente ammucchiare ricchezza senza goderne.


Questa mentalità protestante si legò alla fame di denaro dei pre-moderni Stati assolutistici e la loro militarizzazione dell’economia. Come l’originaria via del dolore cristiano del “lavoro” era una condizione liberamente scelta, così ora lo Stato ne fece un obbligo sociale generale. Il motivo religioso del dolore positivo si mutò nella società secolarizzata fine a se stessa del “lavoro”, che si mascherò come “razionalità economica”. In questo modo gli uomini formalmente liberi della Modernità sarebbero stati tutti quanti sottomessi ad una forma assoggettante di attività che nell’antichità sarebbe apparsa come esistenza da schiavi e perciò dolorosa.


L’attività libera ed autodeterminata si riduceva alla spazzatura a vita del cosiddetto “tempo libero”. La sfera centrale del “lavoro”, che venne purificata per l’ambito funzionale dell’astratto fine in sé, si separò dalle sfere dell’abitare, della cultura, dell’educazione, del gioco e in genere della vita. “Andare al lavoro” venne gradualmente ad avere, all’inizio, un significato così importante come prima “andare al servizio di Dio”, sebbene la società moderna abbia presto dimenticato la provenienza storica e religiosa del “lavoro”. È invece sopravvissuto il carattere positivo indefinito di uno stato di cose propriamente negativo ed infelice. Gli uomini si sono abituati a sacrificare la vita sull’altare del “lavoro” e a considerare la sottomissione a un alienato “posto di lavoro” come una fortuna.


Il liberalismo ed il marxismo hanno ereditato questa religione del “lavoro” dal protestantesimo e dai regimi assolutistici e portato a compimento la sua secolarizzazione. Nella totalità globalizzata di un attivismo incessante e frenetico la schiavitù è diventata libertà, e la libertà schiavitù, ovvero volontaria accettazione di una dolore che in se stesso non ha alcun senso. Il lavoro è subentrato al posto di Dio, e per questo adesso tutti gli uomini sono “servi di Dio”. Anche il management è parte del “lavoro” e prende su di sé la croce terrena della sofferenza, per trovare proprio in ciò la sua masochistica forza. L’eroe omerico Ulisse avrebbe disprezzato gli odierni cosiddetti “padroni” come miserabili servi, che si piegano sotto il giogo del “lavoro” e si collocano così nella forma sociale della sottomissione.


Anche il misero “tempo libero” non è oggi niente di più che una continuazione del “lavoro” con altri mezzi, come dimostra l’industria del tempo libero. La logica del “lavoro” si è nel frattempo impadronita degli ambiti separati ed è penetrata nella cultura, nel gioco e persino nell’intimità. Al tempo stesso, tuttavia, lo sviluppo delle forze di produttività scientifizzate conduce la metafisica liberale e marxista del lavoro “ad absurdum”. Il principio divenuto positivo del dolore non può più essere mantenuto, poiché il capitalismo ha cominciato a liberare il lavoro dagli uomini. Con ciò esso compromette però non solo l’antropologia marxista, ma anche la sua propria. La futura emancipazione sociale non si può più pensare con un concetto positivo del “lavoro”. Agli uomini non resterà altro che rovesciare il risultato del capitalismo e liberare se stessi dal “lavoro”. Questa fine storica del dolore positivo non sarebbe la fine dell’attività umana nel confronto con la natura, bensì solo la fine della sottomissione irriflessa. Anche se gli schiavi volontari vogliono assolutamente perseverare nella forma della sofferenza, il tempo del masochismo storico è finito.


Robert Kurz – articolo apparso nel 1997 sul giornale brasiliano “Folha”

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