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DALL'ANTISEMITISMO ALLA CRITICA DELLA RELIGIONE:
L'ESCLUSIVISMO CRISTIANO come fondazione del SENTIMENTO DI IDENTITÀ DELL'OCCIDENTE

Seminario svoltosi al Csoa Godzilla il 10/6/94
Parte seconda

Ricapitolando la conversazione di venerdì scorso.

Abbiamo iniziato fissando alcuni punti fermi: il concetto di stato, come strumento di controllo di forze pulsionali primordiali, che i membri della società non riescono a controllare autonomamente. In questo senso lo stato è preposto a controllare, reprimere, punire, segregare. Poi, il concetto di chiesa come organismo che coordina e gerarchizza i mediatori del rapporto tra l'essere umano e l'ignoto, e quello che si suol definire in sintesi l'aldilà. Quando si integrano tali due poteri, (magari prevalendo uno sull'altro) è il totalitarismo.

Tali concetti, dal valore euristico, non assoluto, per carità, ci tornano utili a seguire il filo secondo cui dipanare il ragionamento. Il tema centrale, mi permetto di richiamarlo, poiché mi rendo conto che sto affastellano un po' le cose, è quello dell'ESCLUSIVISMO CRISTIANO come fondazione del SENTIMENTO DI IDENTITÀ DELL'OCCIDENTE. Si trattava, e si tratta infatti, di compiere un PERCORSO A RITROSO, prendendo atto di un tratto distintivo della nostra civiltà (non della nostra società, attenzione, ma civiltà, qualcosa di più vasto in senso sia spaziale che temporale). È l’ANTISEMITISMO di cui merita prendere atto, nella sua valenza simbolica di autodefinizione della universitas cristiana(il termine latino ha valenza affine a quella del nostro "civiltà") che si distacca, negandola, dalla originaria qeillah/comunità ebraica.

Dall'antisemitismo che permea la nostra civiltà, qui ed ora, all'antigiudaismo come valore fondativo del cristianesimo: il nostro in questo senso è un percorso a ritroso. Abbozzatolo, daremo un colpo d'occhio più avanti, per orientarci verso la CRITICA DELLA RELIGIONE, non solo in quanto strumento di oppressione (instrumentum regni), ma più modestamente (o potentemente...) di esercizio di un potere spirituale, che conferisce dominio sulle coscienze e quindi attraverso queste sui comportamenti concreti delle persone. E tutto ciò proprio in quanto falsa coscienza della realtà.

L'antisemitismo lo abbiamo addirittura chiamato fondante, rispetto alla nostra civiltà. Abbiamo ripercorso tutta una serie di dati storici che hanno scandito il maturare del sentimento di identità dell'occidente cristiano - quello che ha conquistato ed imposto il proprio modello al resto del mondo.

Il dibattito che c'è stato dopo, che si è rivelato particolarmente ricco ed intelligente, rispetto ai livelli abituali che questa città offre, anche se non è stato molto concentrato (ma probabilmente ciò è dovuto, oltre ad un po' di mia interiore propensione al casino, all'assoluta novità del tema, per lo meno per la Libera Università di Godz) ha visto (oltre a richieste di informazioni e precisazioni varie) centrare alcuni concetti importanti: il concetto di altro/nemico, attorno a cui si definisce una personalità, ivi incluso una personalità sociale (e nel nostro caso, l'altro/nemico nelle vesti dell'ebreo); il concetto della specializzazione di interi gruppi etnici, o nazionali, attorno a ruoli sociali/economici determinati (qui merita richiamare una teoria particolarmente cara ai marxisti, quella del popolo-classe, la cui migliore formulazione è quella data da Abraham Léon, a cui rinvio; teoria che peraltro non può in alcun modo definirsi esauriente).
Finalmente, è stato aggredito il problema del rapporto tra laicizzazione della vita statuale (dall'età del giusnaturalismo in poi) e conflittualizzazione del rapporto con le strutture (sia concrete, socialmente determinate, che intellettuali) del monoteismo, y compris quelle del monoteismo ebraico. Quest'ultimo problema apre un campo di ricerca per me inesplorato anzi ignoto, e quindi tanto più affascinante. La palla torna alla Libera Università di Godz, che potrebbe perché no inventarci un corso di ricerca di fenomenologia delle religioni rivelate...

Stasera, dopo le citazioni storiche, affronteremo il rapporto ebraismo/cristianesimo col filtro analitico dell'interazione tra mito e rito. Mi sia consentito rammentare che chi guarda con distacco ai miti della rivelazione, un non credente insomma, è tanto più avvantaggiato nell'osservazione spassionata, che riesce impossibile ad un credente. Nella misura in cui talvolta certe riflessioni finiscono per divenire sgradevoli alle orecchie, o alla mente, di un credente, quest'ultimo matura una cecità relativa a certe evidenze - speculare peraltro all'insensibilità a certi temi, quale quello del mistero, o del valore interiore del dogma, che i liberi pensatori, come me, non capiscono, anzi, per dirla con chi è illuminato dallo spirito santo, non possono arrivare a capire, e per loro/noi son già pronti gli avelli infocati del quarto cerchio dell’Inferno, quello di Farinata degli Uberti.

Siamo infatti perfidi - nel senso etimologico del termine - ossia abbiamo rotto la fede nella rivelazione: per lo meno quelli di noi che una fede l'hanno avuta...

E' importante richiamare qui che il termine "perfidus", applicato agli Ebrei,(perfidi judaei) se originariamente aveva un valore teologico preciso. Significa per-fidem, ciò che va contro la fede, violazione della fede, della vera fede universale, cioè cattolica. In origine insomma pregare per i "perfidos judaeos" è una testimonianza di amore per chi non conosce/riconosce il mistero della incarnazione. La pervasività del processo di cristianizzazione dell'Occidente porta poi ad identificare nel malvagio chi non riconosce la bonam fidem, quella universale, ossia dell'universitas, della comunità dei credenti, quella cristiana insomma. Secondo un elementare transfert di significato, chi viola la sacralità della bona fides - il per-fidus - diviene perciò il malvagio, il cattivo. In una parola, passata in tutte le lingue romanze: perfido. Il rovesciamento è operato: la preghiera per i perfidi\non credenti diviene un invito a guardarsi dai perfidi\malvagi.

L'elementarità di questo meccanismo è ferocemente travolgente, se opera (trent'anni dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, che ne sancì l'eliminazione dalla liturgia) in modo da condizionare ancora una persona nata dopo la riflessione autocritica che portò la Chiesa a rivedere il suo atteggiamento. Mi riferisco alle convinzioni antisemite, così banalmente e brutalmente colme di buon senso cattolico dei tempi andati, di Irene Pivetti.

Un'altra considerazione di carattere linguistico-sociale. Il traditore per eccellenza, colui che consegna agli aguzzini imperiali (ma ciò è passato sotto silenzio, ricordiamolo una volta di più) la figura che rappresenterà il messia ed addirittura l'incarnazione del Signore - Gesù di Nazaret - si chiama esattamente come il toponimo che identifica l'ebreo. Giuda (Iscariota), traditore per denaro, i Giudei, popolo di traditori particolarmente attaccati al denaro... L'immaginario antigiudaico ed antisemita occidentale e cristiano si è alimentato di queste corrispondenze in modo strutturante.

Due parole adesso, all'apparenza scollegate da quanto ho detto sinora, su un aspetto a tutta prima bizzarro da citare, in questo contesto. Si tratta della mistica del sangue. La religione cristiana nel momento stesso in cui si appropria dei riti ebraici opera per delegittimarli: le rogazioni (benedizioni primaverili dei frutti del lavoro agricolo), ad esempio, sino all'anno 300 erano recitate dai Giudei anche per conto e su domanda dei Cristiani: altrimenti, il canone 49 del concilio di Elvira non ne avrebbe proibito l'effettuazione rituale; il rito del kiddush diviene la benedizione del pane e del vino nella messa, ma si carica di significati mistici afferenti alla corporeità del Dio incarnato, alla carne ed al sangue sacrificali; la festa delle Settimane-Shabuot diviene la Pentecoste, integrandone la mistica del vento/spirito e del fuoco; etc).

Anche il mito che pare il più originale ed esclusivo del cristianesimo in realtà affonda le sue radici nella materialità di uno sconvolgimento linguistico. Sto parlando del mito della Vergine-Madre. Il termine ebraico per indicare la vergine è betulah. Ma l'ebraismo dell'epoca attorno a quella volgare - un ebraismo dal rigoroso sistema normativo, tutto centrato sull'opposizione tra purezza e contaminazione, distingueva tra la betulah damin e la betulah betulim. Quest'ultima era la vergine non deflorata da un uomo; la prima era la " vergine del sangue", la fanciulla che non avendo ancora avuto il menarca, l'impurità della prima mestruazione, era in una condizione di purezza costante ed abituale, che le consentiva quindi l'accesso al santuario. E' probabilmente questa l'origine del mito di Maria vergine e madre, che in certi vangeli (non canonoci) viene fatta figliare tra i 10 ed i 14 anni: esattamente in un periodo in cui una fanciulla - non ancora avuta la prima mestruazione - può restare incinta 14 giorni prima del menarca, e quindi partorire. In altre parole, è la condizione di amenorrea a definire la "betulah damin", e non altro; condizione che conferisce alla donna una particolare condizione di purezza, che tra l'altro permane anche dopo il parto, per cui (sino almeno al sopravvenire del capoparto, 40 giorni dopo la nascita) la "betulah damin" continua a rimanere tale. Anche in questo caso il cristianesimo si appropria di riti ebraici, per rimodellarne il significato (magari caricandoli di significati mitici estranei al monoteismo, come il tabù della verginità). Al riguardo, non posso che rinviare ad un ponderoso saggio di Riccardo Di Segni su "Quaderni storici" n.s.75 - dic.1990. Incidentalmente, mi va di citare il mito speculare (alimentatosi in ambiente giudaico in funzione anticristiana) per cui Gesù di Nazareth sarebbe stato concepito non da una betulah damin, ma da una donna in fase mestruale, (e per di più adultera, con un soldato romano, Giuseppe Ben Pantera: cfr. Di Segni "Il vangelo del ghetto", Newton Compton, Roma 1985. Da notare che la fase di impurità mestruale, per il Talmud, si prolunga per una settimana dopo la fine del flusso; noi sappiamo oggi che ciò rende perfettamente possibile il concepimento).

Il cristianesimo insomma opera per delegittimare i riti ebraici, così come quando elabora propri riti autonomi, fondati sulla mistica del sangue, che nella religione mosaica è investito del tabù più potente dopo quello del nome del Signore, ne inventa di paralleli speculari e simmetrici. Come la crocifissione di un bambino cristiano per berne il sangue nei giorni di Pasqua (rimarchevole la simmetria bambino/figlio-agnello di Dio) rito non solo inesistente, com'è ovvio, ma persino contraddittorio con tutta la rigorosa normativa della Torah, la legge di Mosé codificata nei primi cinque Libri della Bibbia, in cui il tabù del sangue è forte quanto quello dell'impronunziabilità del nome di Dio. Com'è ovvio, un'accusa del genere ha dato luogo a movimenti popolari di vendetta di violenza spaventosa, come a Trento, città che dal 1473 è herem, cioè interdetta agli ebrei da una condanna rabbinica che volle così impedire che le generazioni future potessero contaminarsi col male che vi aveva allignato (numerosi ebrei vi furono bruciati vivi, con l'accusa infamante di essersi cibati del sangue di un fanciullo). Addirittura un altro di questi fanciulli sacrificati (ossia, probabilmente, oggetto di violenza pedofila) è stato fatto santo, ed è venerato nella cattedrale di Saragozza. Ma il suo culto alligna anche molto vicino a noi, nella chiesa di San Domenichino, a Poveromo di Massa.1

Tale mito fantasioso però fungerà da detonatore spaventoso per motivare in via teologica certe bizzarre (scriverebbe Voltaire) ritualità sacrificali cristiane ricorrenti. Parlo di quelle che si accaniscono fisicamente contro uno o più ebrei per placare l'ira del popolo cristiano che, ferito nella sua pietas dalla persistente presenza dell'uccisore del Dio vivente, specialmente in tempo di Pasqua reclama a gran voce (vox populi...) il rinnovarsi del rito di sangue. Le Sacre rappresentazioni, mimesi del sacrificio del Golgota, troppo spesso terminano con concrete ripetizioni del medesimo: innumerevoli volte un ebreo viene fisicamente ancora una volta sacrificato. Nella Roma dei papi, a carnevale i vecchi ebrei eran costretti a corse grottesche; talvolta l'ultimo arrivato veniva chiuso in una botte e gettato nel Tevere. L'usanza cessò nel 1668, quando Clemente IX la sostituì con un tributo accompagnato dalla prosternazione del nassì della comunità sotto il suo piede destro. Scelta tutto sommato civile: per il suo predecessore Urbano VIII l'omaggio annuale che i maggiorenti ebrei erano costretti a fargli consisteva nel bacio dello strame della sua mula.

Ma sono le sacre rappresentazioni a mantenere una sinistra potenza evocatrice: nulla di più realistico, di più simbolico che ricordare, mimandolo con sventurati attori non volontari, il sacrificio di un ebreo ucciso dalla convergenza di interessi tra due poteri, quello politico/militare degli occupanti romani e quello politico/religioso della casta sacerdotale al potere a Gerusalemme verso gli anni Trenta dell'era volgare...

Si tratta in questi casi, è spaventoso ammetterlo anche per un non cristiano (per scelta, poiché per storia sociale e culturale lo siamo invece tutti) come sono io, nient'altro che di un sacrificio umano, che ritrova una sua oscura giustificazione, o quanto meno un presupposto, nella teofagia sacrale che si rinnova ad ogni domenica col pasto simbolico dell'ostia.

E poiché stiamo scavando impietosamente nel ventre della nostra storia spirituale più oscura (ma è questo il lavoro imprescindibile di un'antropologia della religione che desideri, passatemi la superbia, contribuire a liberarci dal pericoloso fardello delle superstizioni), voglio dirvi che un recente convegno sulla Santa Inquisizione (tenutosi a Pisa l'anno passato) ci ha fornito informazioni terribili, ma fondamentali. Gli ultimi sacrifici umani documentati del delirio totalitario nello stato spagnolo sono recenti, e non medievali: ancora nel 1731 centoventi giudaizzanti furono bruciati vivi nelle piazze di Spagna.

Questo fatto consente di porci due domande, che permettono di condurre ad una prima conclusione il tema di questa serata di conversazione. Perché reprimere - anzi sopprimere - i giudaizzanti (ossia persone sospettate di mantenersi fedeli alla religione ebraica 250 anni dopo l'espulsione degli Ebrei dalla Spagna), e perché il fuoco. Andiamo con ordine.

La storia dell'Inquisizione spagnuola è esemplare, per comprendere l'intreccio di motivazioni profonde che provocano l'accanimento del potere contro un gruppo sociale, in particolare quello ebraico. Essa si fonda dunque su un assunto ideologico che, se per noi che lo guardiamo con distacco ha del delirante, per eminenti studiosi ispanici continua ad avere un profondissimo significato: proseguire la riconquista di una terra cristiana - la penisola iberica - contaminata da sette secoli di presenza infedele. Il fatto che gli Ebrei vi risedessero già da prima della distruzione del secondo tempio, non solo era ignorato (anche se non dagli ebrei) ma soprattutto era irrilevante, di fronte alla necessità interiore di giustificare in via trascendente il proprio operare: la nobiltà di punire gli uccisori di Cristo. L'importante era insomma dare un valore integralmente cristiano al nuovo Stato che s'andava creando al termine della Reconquista. In questo senso i due fatti salienti del 1492 sono paradigmatici: la proiezione a "buscar oriente por occidente" testimonia del proseguire dello spirito di avanzata, di conquista che ha animato lungo due secoli la società castigliana; la cacciata di Mori ed Ebrei è il contraltare spirituale, anzi, ideologico, per parlare da materialisti, dello stesso spirito. Dal punto di vista economico, inoltre, si trattava di una combinazione di due ottimi affari: conquistare rotte atlantiche, e poi nuovi territori da depredare, era la via più semplice per non adattare i propri modelli di comportamento ad una situazione geopolitica che -in Europa almeno- non consentiva più di ricorrere alle giustificazioni ideologiche della Reconquista, ed esigeva dunque di trasformarsi da una formazione sociale di guerrieri in una di amministratori ed imprenditori.

D'altra parte eliminare tutto un ceto sociale -le classi intermedie, i ceti mercantili ed artigianali costituiti in larghissima prevalenza da Ebrei nell'immediato permetteva di impadronirsi dei loro beni, e se a lunga scadenza poteva apparire pernicioso per i destini economici del mondo iberico (come effettivamente fu) alla corona ed all'aristocrazia castigliane non sfuggiva per nulla il fatto che una forte presenza borghese e piccolo borghese indeboliva de facto il potere sociale ed economico dei ceti nobiliari ed ecclesiastici. In questo senso, la duplice operazione di Isabella e Ferdinando ha del miracolosamente lungimirante, se osservata dal punto di vista degli interessi di classe che incarnavano.

D'altra parte definirsi a partire dalla negazione dell'altro (e soprattutto l'Ebreo, per quel che ci riguarda più da vicino) fu il tratto precipuo dell'ideologia della Reconquista. Storicamente, ciò ebbe inizio assai prima del 1492, che fu il coronamento storicamente concreto dell'ideologia che aveva mosso la nobiltà castigliana da Nord verso Sud-Ovest. La scelta di superare l'eterogenea convivenza delle compagini sociali - l'universalismo medievale - è alla base della formazione dello stato moderno.

La compresenza, (generatrice di difficoltà di gestione della modernità) di diversi quadri legislativi conseguente al rispetto dell'identità nazionale di ciascun diverso singolo cittadino infatti poteva aver luogo a condizione che non si formassero identità nazionali forti capaci di prevalere sulle altre. Quando il livello di sviluppo delle forze produttive, e l'indebolimento degli stati multinazionali non consente più il mantenimento di tale condizione, avviene che l'etnia, la nazione più forte si autodefinisce molto più spesso in negativo rispetto alle altre, sue vicine o concittadine.

L'Ebreo sembra deputato appositamente dalla storia a fungere da strumento di autoidentificazione. Senza patria identificabile (anzi, l'aveva e l'ha persa, per un provvidenziale disegno divino, così almeno elabora l'immaginario cristiano), in minoranza per ogni dove tra le altre nazioni, quindi poco pericoloso nelle sue reazioni, funge da obiettivo ideale per quella intolleranza dell'alterità che sembra una delle pulsioni fondamentali di ogni politica di discriminazione. (Quando Boccacci il capo del neonazismo romano tuona contro il mondialismo degli ebrei esprime una posizione politico-ideologica per nulla nuova, che affonda le sue radici nell'emergere delle nazionalità statuali, tra il XIV ed il XVI secolo)

In Spagna ciò assunse i tratti della discriminazione religiosa; il potere che Torquemada riuscì a farsi attribuire rileva infatti da una preoccupazione, che diverrà maniacale dopo la reconquista: quello di annullare la diversità che si porta con sé, ricorrendo ancora una volta ad un sistema totemico tipico del cristianesimo, quello del sangue, nella versione nuova della "limpieza de sangre".

In altri termini, una volta fatto scomparire con un atto amministrativo l'ebreo concretamente determinato, con la cacciata del 1492, esso fu riformulato con la distinzione tra Vecchi e Nuovi cristiani. Questi ultimi (ebrei, ed anche musulmani convertiti) vennero strutturalmente sospettati di giudaizzare in segreto. Ciò avveniva in realtà per alcuni che mantenevano almeno il rispetto di certe ritualità ebraiche. In questo modo l'esigenza di definirsi dalla civiltà precedente mediante la sottolineatura della alterità assunse la dimensione massiccia dell'omogeneizzazione della compagine sociale mediante l'esclusione di qualsiasi differenziazione persino sul piano degli usuali comportamenti privati.

Insomma, uno dei primi stati moderni, quello spagnuolo, si configurò sin dal suo nascere come il prototipo dello stato totalitario, in cui cioè il potere statuale - in questo caso, in simbiosi con quello ecclesiastico - controlla ed orienta per mezzo di strumenti specifici ogni momento della vita sociale.

Cucinare con l'olio, vestirsi bene di sabato, accendere candele il venerdì sera divenne (accanto a comportamenti più vistosamente e concretamente connessi con la ritualità ebraica) divenne indizio di marranismo, (classificato come crimine alla stregua dell'apostasia o dell'eresia) da inquisire (ciò che comportava, secondo gli usi universali sino alla fine del Settecento l'uso della tortura giudiziaria, ossia adottata normalmente per l'accertamento della verità, e non per punire comportamenti colpevoli o delittuosi) e reprimere mediante pene che andavano dalla confisca dei beni, all'imposizione del sambenito, alla segregazione personale, agli autodafé (atti di fede, ossia solenni ritrattazioni pubbliche spesso accompagnate da penitenze corporali) a cui quasi sempre seguiva la "consegna al braccio secolare", eufemismo ipocrita per indicare il boia, che applicava la morte per mezzo del fuoco, cosicché non avvenisse spargimento di sangue, che la Chiesa non poteva consentire.

Dal fuoco dei roghi dell'Inquisizione riemerge ancora una volta il tabù del sangue... Consideriamo ora la citazione che segue: "...Le fucilazioni mi atterrivano, soprattutto pensando alle masse, alle donne e ai bambini... Ma ero tranquillo, poiché questi bagni di sangue sarebbero stati evitati... Era proprio questo che mi turbava di più, quando pensavo ... allo sterminio degli ebrei mediante mitragliatrici e mitra... Pare vi si svolgessero scene spaventose: i tentativi di fuga da parte dei condannati, l'uccisione dei feriti, soprattutto donne e bambini. I frequenti suicidi nelle file delle squadre speciali, da parte di coloro che non erano più in grado di sopportare quei bagni di sangue... Devo dire apertamente che la gasazione [dei prigionieri] mi recò un grande conforto". Sono parole, agghiaccianti al limite dell'inverosimile, di uno dei comandanti di Auschwitz.

Che cosa c'entrano? Molto più di quanto si creda. Tribunale dell'Inquisizione e corpo delle SS funzionavano in modo analogo e svolgevano funzioni analoghe. Non credo sia imputabile ad un inopinato caso fortuito, sempre possibile nel corso della storia, che abbiano rivolto le loro attività precipuamente (anche se non esclusivamente) verso lo stesso obiettivo: l'Ebreo, tanto quello dell'immaginario, quanto le masse ebraiche storicamente, concretamente esistenti.

Per motivi di tempo, non è possibile qui dimostrarlo con chiarezza. Vi prego di assumere per vere le mie affermazioni: una pubblicazione che sto curando riporterà un'ampia documentazione che le giustificherà. Il "catechismo" delle SS, il codice di comportamento del milite perfetto nell'esercizio della sua funzione di guardiano del lager era sinistramente simile, persino nella terminologia, alle "Istruzioni" che venivano fornite a giudici, sbirri aguzzini e famigli dell'Inquisizione.

Entrambe strumento - fin dall'inizio - di uno stato totalitario, ne divennero nel tempo un corpo separato, capace di funzionare autonomamente per condurre a compimento lo scopo per cui erano state create. Incidentalmente, le SS professavano persino una specie di rozza religione deista (del resto, anche il deismo illuminista fu aspramente antisemita). Entrambi i due corpi si autoalimentavano di un mito. L'Ebreo corruttore della purezza cristiana troverà la sua versione postilluminista nell'Ebreo corruttore della purezza ariana: entrambi queste ossessioni comportano che si debba perseguire una soluzione definitiva, finale, risolutiva. Infine, in entrambi i casi, l'orrore del sangue spinge all'adozione di riti di morte "puliti": il fuoco, ed il ritrovato tecnologicamente evoluto, il Cyklon-B.

La fisionomia dell'Ebreo insomma anche nell'età moderna e contemporanea si configura come quella di una vittima sacrificale. Per questo credo importante mettere in guardia dal demolire la propria dignità umana, e per quanto sia avvilente, voglio concludere con due citazioni: "E' generalmente riconosciuto che l'esistenza degli Ebrei è una prova adeguata dell'esistenza di Dio. E' una dimostrazione adeguata della profondità della colpevolezza umana, e dunque dell'inconcepibile grandezza dell'amor divino... Gli ebrei dei ghetti danno tale dimostrazione, senza volerlo, senza gioia e senza gloria, ma la danno, Non hanno niente da testimoniare al mondo, se non l'ombra della croce di Gesù Cristo che ricade su di loro" (Karl Barth, teologo protestante, 1942)
"Perciò io credo oggi di agire nel senso del Creatore del mondo: in quanto io mi difendo dagli ebrei, lotto per le opere del Signore." (A.Hitler, 1923)

Vai alla prima parte

(Paolo Edoardo Fornaciari - novembre 1992-giugno 1994)

Note:

(1) Nella parrocchia, tenuta dai padri cappuccini, si svolge tra l'altro annualmente un concorso di poesia intitolato al bambino di Saragozza della cui morte, immaginaria o meno, comunque non accertata storicamente, si accusano i giudei del Duecento di quella città. L'anno passato lo vinse, e perdonatemi se vi sembrerò protervo, Licio Gelli.

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