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DALL'ANTISEMITISMO ALLA CRITICA DELLA RELIGIONE:
L'ESCLUSIVISMO CRISTIANO come fondazione del SENTIMENTO DI IDENTITÀ DELL'OCCIDENTE

Seminario svoltosi al c.s.o.a. Godzilla il 10/6/94
Parte prima

UN PERCORSO A RITROSO

Per le conversazioni che iniziano stasera credo meriti fissare immediatamente alcuni punti fermi, che nel delimitare il campo di discussione ci consentano di mettere a fuoco gli obiettivi d'indagine che ciascuno potrà approfondire autonomamente, per ritrovarci a settembre-ottobre. So bene che meglio sarebbe stato fornire una traccia di discussione ed una bibliografia essenziale, per consentire un livello di dibattito un po' meno estemporaneo di quello che può scaturire stasera, ma i ritmi delle cose sono tali da costringere, in un certo senso, all'essenzialità. Se ci riesco, la settimana prossima porterò una serie di tracce di indagine, atte ad orientare approfondimenti che potranno avvenire in varie direzioni.

In primo luogo dunque sarà da chiarire che per una convergenza di fattori storici e di cronaca questo argomento diviene particolarmente attuale. Mi riferisco ad una delle particolarità della vicenda intollerante\razzista - l'antisemitismo, appunto - di segno apertamente fascista o meno, ed il concomitante segnale - apparentemente contraddittorio - che proviene dal centro di maggior elaborazione ideologica unitaria della civiltà capitalistica occidentale - la Chiesa cattolica. Dei segnali antisemiti - violazione di cimiteri, attentati a singoli ed a simboli - vi lascio liberi di documentarvi, anche se non è semplice. In certi momenti (forse più tardi apparirà chiaro come mai) vengono occultati, obliterati dalla coscienza collettiva, e bisogna darsi da fare per scoprirli.

Per quel che concerne la Chiesa, stiamo assistendo ad uno dei suoi ricorrenti effetti-spugna. Grazie ad una grande capacità di autorigenerazione interna, dopo l'autocritica su Galileo stiamo per assistere ad un altro clamoroso rovesciamento. La Chiesa cattolica pare stia per autoassolversi di un altro errore/crimine storico, grazie all'ammissione della propria complice colpevolezza nella persecuzione antisemita. Si tratta della dinamica confessione-pentimento applicata una volta di più a sé stessa, per realizzare la liberazione dal complesso di colpa nei confronti del peccato storico di antigiudaismo-antisemitismo. Ciò consentirà dapprima di banalizzare (magari storicizzandolo) ogni fatto, e quindi atteggiamento, antisemita; quindi di svuotare del proprio significato il complesso di persecuzione ebraico, una delle ragion d'essere del sentimento di sé ebraico. Ma su questo - se ci riesce - ritorneremo.

Il fatto che la LIBERA UNIVERSITÀ DI GODZ abbia preso ad occuparsi con tanta tempestività della questione non dimostra in alcun modo né che la provvidenza divina, né che la chiaroveggenza individuale abbiano fondamento, ma semmai che vi sono forze che agiscono all'interno della storia, e della società, che divengono - entro certi limiti - determinanti per l'agire umano. L'essere umano peraltro se non può prescindere da tali fattori, nel prenderne coscienza e tenerli sotto esame, deve intervenirvi fattivamente esercitando la propria facoltà di scelta, in relazione ai criteri normativi per l'azione che si è dato.
Dunque, stasera io vorrei che riflettessimo insieme su alcuni concetti - non metafisici, attenzione, ma direttamente connessi alla materialità di fatti storici, di cui alcuni terribilmente fondanti - che dobbiamo riprendere a maneggiare con una certa cura.

Intanto, lo Stato. Conveniamo che la maggior parte di coloro che siedono qui - me compreso - lo avvertono come un Leviathan nemico e per nulla tutelante. In genere anzi lo percepiamo come colui che limita la nostra libertà, per tutelarne altre, di gruppi sociali che disprezziamo profondamente, o che riteniamo comunque dannosi per il nostro essere individuale, e la nostra esistenza sociale. Dialetticamente, mi si perdoni la volgare canalizzazione, ne attendiamo garanzie, erogazioni, stipendi.
Conveniamo anche che lo Stato esercita in nome delle parti più forti della società (le classi dominanti) una serie di attività repressive di forze pulsioni primordiali che i membri della società non riescono a controllare autonomamente. In questo senso, tale è il compito dello Stato: controllare, reprimere, punire, segregare. La letteratura umoristica presenta questo dato con varie battute: "Siamo tutti in libertà provvisoria", "Tutto è proibito, salvo ciò che è esplicitamente concesso", e così via.

Ma se questo è vero - la storia ci ha mostrato che continua ad esserlo anche oltre le differenziazioni di classe, in uno stato borghese come in uno feudale come infine in uno in cui siano al potere i rappresentanti del proletariato - è anche tanto maggiormente vero che le sovrastrutture statuali, quando riescano per una serie di fattori a vivere-dominare in modo relativamente autonomo dalla classe sociale che le ha prodotte, assumono il loro compito precipuo (controllare, reprimere, ecc.) come fine, non come mezzo della loro azione.

Nella ipotesi che manchino, o siano debolmente rappresentativi in quanto oggetti di repressione, gruppi sociali da controllare o reprimere, da punire o segregare, lo Stato per giustificare di fronte a sé medesimo la propria esistenza deve in un certo senso trovare, o creare, tali gruppi.

Ciò si risolve introducendo nuove leggi, nuove tasse, nuovi modelli di comportamento, nuovi nemici dello Stato... Va da sé che tale modalità del funzionamento repressivo statuale è tanto più violenta ed efficace, quanto più lo stato è forte ed assoluto, svincolato cioè dal controllo della società.

Fissiamo un altro quadro di riferimento, adesso: la Chiesa. Le chiese, sarebbe più opportuno dire. Se uno Stato si definisce a partire dal livello di mediazione tra l'individuo e la vita civile (mediante l'inibizione e la sanzione di certi comportamenti), una Chiesa costituisce esattamente il suo corrispondente sul piano della vita spirituale, o meglio, della mediazione tra la vita materiale di una persona e quella che si immagina debba essere la vita della sua anima. E' evidente l'enorme importanza che ciò riveste, per ogni individuo: una chiesa si assicura il monopolio delle risposte a domande angoscianti (il rapporto tra l'esistenza ed il suo annullamento), e per ciò stesso è in grado di confortare gli umani in momenti disperati. Il corrispettivo di ciò è il potere di orientare le coscienze, di controllarle, di reprimerne le forme di espressione autonoma, o eterodossa, cioè che pensa diversamente da ciò che la chiesa pensa sia corretto.

Si comprende già che la miscela di potere statuale-ecclesiastico è qualcosa di spaventosa potenza. Se poi la chiesa di cui occuparci è organizzata in forma statuale, rigorosamente gerarchica, come quella che ci riguarda più da vicino, quella cattolica, le cose assumono le dimensioni del totalitarismo.

Il quale totalitarismo peraltro non è appannaggio esclusivo delle chiese in combutta con gli stati. Può darsi per esempio il caso di uno stato totalitario non supportato da una chiesa motivata da preoccupazioni escatologiche/metafisiche (lo stato staliniano): importante è definire il totalitarismo stesso, saperlo identificare con chiarezza, anche per non scambiare comportamenti illiberali o addirittura duramente repressivi per ciò che in realtà non sono, o di cui sono soltanto l'anticipazione, i prodromi.

Il totalitarismo dunque è quel regime politico in cui lo Stato - ossia, lo strato sociale, o la casta di cittadini/dirigenti che si identifica in esso - permea della sua presenza ogni ganglio della vita sociale, entrando, per così dire, fin nella vita privata dei cittadini, per controllare reprimere punire tutti i comportamenti eterodossi, concepiti come altrettanti attentati, di per sé, all'esistenza dello stato stesso. In questo senso, non è essenziale che le forme concrete dello stato totalitario siano violente in modo esecrabilmente sanguinario. La libera città di Ginevra in cui (tra il Cinque ed il Seicento) i pastori calvinisti controllavano settimanalmente la qualità dei comportamenti privati di ogni famiglia per orientarli secondo i dettami della Istituzione della religione cristiana di Giovanni Calvino era uno stato non meno totalitario della Unione Sovietica degli anni trenta. Da questo punto di vista la differenza quantitativa è irrilevante: nello stato totalitario chi esercita il potere - tanto più facilmente se è un solo individuo in cui si assommano le aspirazioni e le esigenze di un'intera classe, o casta burocratica - può affermare, molto più profondamente di quanto sosteneva Luigi XIV il monarca assoluto, "La société, c'est moi".

Ma sarà meglio riavvicinarci ai temi di stasera. Un altro dei concetti da fissare con una certa precisione, se possibile maggiore di quella usata sinora, è il concetto di antisemitismo. Il termine di per sé è recente: risale alla fine del secolo passato. Ma atteggiamenti di avversione contro gli Ebrei veri o supposti (in altri termini, sia per gli ebrei concretamente determinati, come per l'immagine che di essi si ha -la società cristiana ha- a prescindere dalla loro materiale presenza) sono attestati assai anticamente, e persino in epoca non cristiana, anche se isolatamente.

Dunque, per maggior precisione si dovrebbe parlare di antigiudaismo, per quanto si manifesta dall'antichità sino alla fine dell'Ottocento, e di antisemitismo per il fenomeno specifico della nostra era; in realtà, bisogna registrare anche l'emergere dell'ambiguità nella categoria dell'antisionismo, (le stelle di David gialle attaccate sui negozi dei commercianti ebrei a Roma recitavano "Fuori i sionisti dall'Italia"; un mio preside, ex partigiano, socialista poi PCI, una volta mi avvertì che non era antisemita, anzi, da antifascista era profondamente amico degli ebrei in quanto tali: ma "il sionista no, non lo posso vedere" aggiungeva con una smorfia di disgusto).

Ora, se eccedere nelle distinzioni rischia di compiere dei cattivi servizi alla comprensione del problema come un tutto unico, del resto evitarle comporta il rischio di ridurre e semplificare l'identificazione e la spiegazione di fatti e fenomeni storico-sociali differenti e talvolta contraddittori. Insomma, le cose sono terribilmente complicate.

Il primo pogrom antiebraico storicamente attestato, se si eccettuano le narrazioni bibliche, (per esempio quella relativa ai rapporti tra immigrati ebrei in Egitto ed il regime dei faraoni, narrazione peraltro confermata e rielaborata da storici egizi e greci) sembra essere quello del 38 d.C., ad Alessandria d'Egitto, all'epoca dell'imperatore Caligola: non sarà inutile ricordare il suo disegno (peraltro fallito) di costituire l'impero in stato auto-teocratico ed assoluto: una forma insomma affine, in un certo senso, al totalitarismo moderno che abbiamo definito più sopra.

Prima di lui, già Augusto aveva fatto deportare in Sardegna una discreta quantità di giovani ebrei romani, per motivi essenzialmente politici: la loro renitenza all'ossequio alla maestà della legge romana, incarnata dall'imperatore. La mentalità romana non poteva comprendere da un lato il rifiuto ebraico di accettare di collocare i propri dèi nel Pantheon, dall'altro l'adorazione di un Dio immateriale e invisibile e non rappresentabile iconograficamente.

I due aspetti si fusero nella definizione di un'immagine negativa del giudaismo, che è transitata poi nella lettura del cristianesimo paolino e romano prima, protestante poi. L'ebreo non avendo un dio visibile, quella dell'ebreo è una non/religione, ed al massimo può essere concepita come sistema normativo immanentistico ed utilitaristico, materialistico quindi: la bizzarria del rifiuto del lavoro nel giorno di sabato conforta in tale opinione. L'Ebreo viene percepito insomma già dall'antichità come un individuo molto attaccato all'interesse materiale, con il deteriore corollario di essere tra l'altro poco incline al lavoro.

Ciò nella migliore delle ipotesi: quando infatti Gneo Pompeo violò, entrandovi, il Tempio di Gerusalemme, non vi trovò nulla (di quello che cercava, cioè idoli) ed assunse la cosa come la testimonianza di una solenne turlupinatura che questo popolo dedito ad una mutilazione rituale incomprensibile (verpus, curtus judaeus) esercitava nei confronti degli altri popoli. Anche da qui trovò alimento il mito negativo dell'ebreo subdolo ed infido.(1)

In realtà, la forza strutturante del monoteismo ed il suo carattere fondante dell'identità ebraica (attraverso i due miti autoreferenziali dell'elezione e del messianismo) era percepita, avvertita in modo inconscio, nell'antichità greco-romana, (e forse anche nella civiltà egizia del periodo attorno agli inizi del I millennio precedente l'E.V.), come atteggiamento di ostilità nei confronti degli altri popoli. Sul valore antropologico progressivo del monoteismo per quanto concerne la fenomenologia dell'umanità Ludwig Feuerbach ha scritto pagine fondamentali, il suo "Essenza della religione" tra l'altro è in edicola tra a mille lire per la Newton Compton, e credo che sarebbe un'importante riscoperta rileggerselo e chiosarlo. Feuerbach infatti non si occupa dell'ebraismo, anzi sembra ignorarne la storia insieme con gran parte degli assunti fondamentali ("astioso spirito settario della loro religione", dice dell'ebraismo, Feuerbach EdC 1960, p.317); ma scriveva in pieno secolo romantico, in cui eran cristiani tutti, anche gli ebrei (Olper, rabbino di Trieste, giunse nel 1847 ad acclamare Pio IX come il incarnazione del Messia...), e si cristianizzava ogni cosa.
Sta di fatto che il metodo che Feuerbach propone, e la traiettoria che descrive, una volta ricondotto il fenomeno del cristianesimo ai suoi definiti termini, è perfettamente applicabile all'ebraismo, di cui il cristianesimo in ultima analisi è una variante, o meglio una filiazione, particolarmente fortunata. In particolare, vorrei citarvi un paio di passi dall'Essenza della Religione, particolarmente rappresentativi della scepsi di Feuerbach (Feuerbach EdR 1969 p. 90-91).
Torniamo ai fatti storici, ed al valore antagonista del monoteismo ebraico. A misura che entità statuali si formavano o si ampliavano o si strutturavano in modo più complesso rispetto al passato, la specificità della religione mosaica (o noahica, se vogliamo comprendere anche il caso egizio) costituiva, in genere, un'anomalia non riassorbibile, e quindi non tollerabile se non entro limiti angusti. Da cui deportazioni, segregazioni e repressioni, che dal momento in cui una particolare variante del giudaismo si diffonde, verso la metà del I secolo della nostra era, in modo pericolosamente esteso, divengono via più feroci.

Tale variante particolare, il cristianesimo, conobbe repressioni durissime. Ma attenzione: per tutto il primo secolo è impossibile distinguere tra repressione antiebraica ed anticristiana. Prima di tutto perché inizialmente i cristiani si percepiscono essi stessi come variante particolare del giudaismo - quella che ha riconosciuto il Messia. Poi perché non li distinguevano i repressori. La distinzione comincia a divenire operante con la riflessione successiva alla distruzione del secondo Tempio. E' proprio della concezione giudaica del "castigo di Dio" spiegare ogni malanno che capita al popolo eletto come una punizione divina per la malvagità dei singoli (laddove per malvagità s'ha da intendere "violazione della Torah", della legge tradita da Dio sul Sinai per iscritto ed a voce).

A partire dalla distruzione del 70 E.V. i giudeocristiani tendono sempre più a distaccarsi dal giudaismo, riconoscendo nella vittoria di Tito il castigo di Dio per il mancato riconoscimento del Messia, dapprima; per l'assassinio del Messia, che gradatamente finisce per essere divinizzato, poi.

Verso il III secolo - non prima - si fonda quel mito del "deicidio" (transitoriamente, merita annotare il livello di magicità irrazionale del concetto; il deicidio comporta un dio che muore ammazzato, il che è una contraddizione patente colla definizione medesima di Dio) che tanti lutti e sofferenze doveva costare agli ebrei, e tanta rovina alla causa della dignità umana. Tra l'altro, il mito del popolo deicida testimonia quasi umoristicamente del livello di rimozione della responsabilità storica, oggettiva oltre che soggettiva, dell'occupante romano.
Il ruolo imperiale romano nella messa a morte di un ribelle (Gesù di Nazaret) è opportunamente cancellato dall'elaborazione paolina dapprima e patristica poi (Tertulliano ed Origene nel II-III secolo, Giovanni Crisostomo nel IV ne furono i maggiori artefici). È inoltre a tale epoca che le due religioni iniziano a competere seriamente per il monopolio dei proseliti. Infatti all'epoca anche gli ebrei ne facevano: e parecchi.(2) Una delle ipotesi possibili, tutta da verificare, è che buona parte almeno del contrasto ebraico-cristiano sia proprio da imputare a motivi di concorrenza proselitistica.

La gara comunque fu vinta dal cristianesimo: non perché fosse la religione dell'amore. Questa è ideologia: tra l'altro, gran parte delle cose raccontate nelle varie versioni del "discorso sulla montagna" sono riprese di sana pianta dalla predicazione di un rabbino d'età talmudica, rabbi Illel. Tanto per citare una volta di più Feuerbach, il cristianesimo era/è piuttosto la religione della passione: nel senso etimologico del termine, cioè della sofferenza. (Feuerbach, EdC 1960, p.92)

Né si potrà dimostrare in alcun modo che il cristianesimo vincesse la sfida perché si configurava come religione universalistica, di contro ad un giudaismo religione nazionale: è un assunto storicamente falso.

La mia personale opinione è che era più magica - e quindi più avvincente, quanto sia a miti che a riti - ed assieme, dialetticamente, più semplice, più immediata, più facile da assimilare, perché più "spugnosa", meno rigorosa insomma. Non intendo dilungarmi su questo aspetto: non rientra nel discorso di stasera: possiamo tornarci in altro momento.

Sta di fatto che gli stereotipi antigiudaici già presenti nel mondo pagano, che emergevano congiunturalmente e, in ultima analisi, avevano una valenza affine agli stereotipi con cui si giudicavano o, meglio, si stigmatizzavano altri popoli, si integrano con un elemento infinitamente più suggestivo e potente, (il deicidio) il cui elemento costitutivo è fondamento della religione nuova.

Col IV secolo il dissidio tra i fratelli è consumato irreversibilmente, ed il minore prevarrà sul primogenito, con i mezzi più subdoli. Se volessimo indulgere all'apologetica cristiana, vi leggeremmo una provvidenziale ripetizione della vicenda di Esaù e di Giacobbe... (3)

Checché ne sia, possiamo datare agli inizi del secolo VII (per l'esattezza, al 589, conversione di Reccaredo re dei Visigoti) il lancio della persecuzione antiebraica istituzionalmente operata da re cristiani: in particolare, i Visigoti che occupano la Spagna, convertendosi dall'arianesimo al cattolicesimo romano, per compiacere con zelo neofita i loro vescovi, (che erano meno ignoranti di loro, certo, ma sicuramente molto di più della raffinata società giudeoiberica, per ciò stesso temuta invidiata ed odiata) redigono tutta una serie di leggi e canoni minuziosi, volti a costringere alla conversione gli ebrei della penisola. Per la prima volta a far le spese del paradigma dell'unione sacra tra stato e chiesa sono gli ebrei: e sinistramente, in terra di Spagna, per impulso di un ceto dominante d'etnia germanica. Ancora una volta, per gli amanti d'una lettura mistica della storia, c'è da elucubrare parecchio...

Insomma, dal settimo secolo in avanti, la polemica antigiudaica che aveva segnato tappe fondamentali con i padri citati, (ma vi dette un impulso decisivo S.Agostino), cessa di limitarsi al piano teologico, e diviene strumento di esercizio del potere ecclesiastico, mezzo di compattamento della societas cristiana, fino a trascendere a materia di culto, cosa che perdurerà sino al 1965; quando verrà abolita la preghiera speciale nella liturgia pasquale per i "perfidos judaeos".(4)

Il potere politico poi interverrà variamente su tale dimensione, talora al servizio dell'intolleranza cristiana, talora profittandone, talora infine contrastandola, proteggendo i giudei.(5) Per tutto il Medioevo i Giudei in genere godono (si fa per dire) di uno status particolare: sono proprietà del re, (Juifs du roi) o dell'imperatore (Hofjuden), secondo i casi, comunque svincolati dalla soggezione ai signori locali. Ciò comporta vantaggi (protezione, privilegi) ma anche svantaggi. Spesso infatti la protezione è inutile, poiché troppo lontano nello spazio è chi dovrebbe esercitarla; il privilegio poi agisce come moltiplicatore dell'odio di matrice religiosa, che si scatena ciclicamente, tanto più virulento.

Vai alla seconda parte

(Paolo Edoardo Fornaciari - novembre 1992-giugno 1994)


Note:

(1) Verpus, cioè col glande oscenamente scoperto. Il termine ha connotazione negativa, nel latino d'età imperiale, e bolla chi è protervamente dedito al soddisfacimento della propria foia. Parte della svalutazione dell'ebreo come individuo sociale passa anche per qui: in quanto verpus, egli è anche portatore di disvalori, è immorale per condizione abituale, anzi per essenza, nella misura in cui la milah (la circoncisione rituale) è il tratto distintivo medesimo dell'ebreo.
Si potrebbe aprire qui un'altra considerazione. La religione cristiana è profondamente sessuofobica: il padre vi genera il figlio senza impiego del sesso mediante una madre che resta vergine. Quella ebraica è gioiosamente carnale: santificare la festa, sabbatizzare (quello che per i cristiani è il ) comporta esattamente operare l'atto sessuale. E, si badi, non allo scopo di generare, che è l'unico in nome del quale "usus matrimonii licitus est", almeno per la Chiesa cattolica. Per l'ebraismo talmudico è esattamente il contrario: operare l'atto sessuale è nella prospettiva per cui uomo e donna possono di gioire dei propri corpi: la celebrazione del sabato vuole che la sekhinah, la presenza di Dio come principio femminile, sia concepita come la sposa di Israele, che rappresenta la comunità del popolo di Dio. Per il qabbalismo estatico scambiarsi gioia piacere e felicità è addirittura condizione stessa di raggiungimento della devekhut, dell'unione con Dio.

(2) Questo tra l'altro consente di annotare di passata quanto fondate siano le elucubrazioni di chi parla, o ha parlato, di razza ebraica. Gli Ebrei sono infatti una razza talmente disomogenea, che inglobarono di tutto (per esempio i Kàzari, popolazione di stirpe mongolica, nel VII secolo).

(3) Più materialisticamente, osserveremo che nelle religioni della mezzaluna fertile la figura del primogenito è sempre una figura problematica, spesso negativa. (In realtà, anche il primogenito di Laio e Giocasta lo è). I cananei sacrificavano al Ba'al Zebub i primogeniti, appunto; il primogenito di Adamo ed Eva uccide il fratello; di Esaù si è già detto; Giuseppe viene venduto dai fratelli. Anche il mito di Abramo ed Isacco, che risolve in modo positivo l'antagonismo padre-figlio, in un certo senso rientra, se pur dialetticamente, in questo schema. Si comprenderà dunque che quando un papa del nostro tempo si rivolge agli ebrei chiamandoli "in un certo senso i nostri fratelli maggiori" la cosa è carica di una valenza ambigua potentissima.

(4)La "perfidia judaica" va precisata. Il termine perfido, perfidia ha originariamente un valore teologico preciso. Significa per-fidem, ciò che va contro la fede, violazione della fede, della vera fede universale, cioè cattolica. In origine insomma pregare per i "perfidos judaeos" è una testimonianza di amore per chi non conosce/riconosce il mistero della incarnazione. La pervasività del processo di cristianizzazione dell'Occidente porta poi ad indentificare nel malvagio chi non riconosce la bonam fidem, quella universale, ossia dell'universitas, della comunità dei credenti, quella cristiana insomma. Secondo un elementare transfert di significato, chi viola la sacralità della bona fides - il per-fidus - diviene perciò il malvagio, il cattivo. In una parola, passata in tutte le lingue romanze: perfido. Il rovesciamento è operato: la preghiera per i perfidi\non credenti diviene un invito a guardarsi dai perfidi\malvagi.
L'elementarità di questo meccanismo è ferocemente travolgente, se opera (trent'anni dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, che ne sancì l'eliminazione dalla liturgia) in modo da condizionare ancora una persona nata dopo la riflessione autocritica che portò la Chiesa a rivedere il suo atteggiamento. Mi riferisco alle convinzioni antisemite, così banalmente e brutalmente colme di buon senso cattolico dei tempi andati, di Irene Pivetti.

(5) Un'altra considerazione di carattere linguistico-sociale. Il traditore per eccellenza, colui che consegna agli aguzzini imperiali (ma ciò è passato sotto silenzio, ricordiamolo una volta di più) la figura che rappresenterà il messia ed addirittura l'incarnazione del Signore -Gesù di Nazaret - si chiama esattamente come il toponimo che identifica l'ebreo. Giuda iscariota, traditore per denaro, i Giudei, popolo di traditori particolarmente attaccati al denaro... L'immaginario antigiudaico ed antisemita occidentale e cristiano si è alimentato di queste corrispondenze in modo strutturante.

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