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   Libera Università di Godzilla | Note C.S.O.A. Godzilla   
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Considerazioni su una epistemologia dell'altro

Introduzione dell'opuscolo L'altro nell'universalismo occidentale, trascrizione del seminario svoltosi al C.S.O.A. Godzilla il 16 ottobre 1993.

Questo libretto nasce dalla trascrizione dei nastri registrati in occasione dell'incontro pubblico, svoltosi al CSOA Godzilla nell'Ottobre del 1993, avente come tema "L'altro nell'universalismo occidentale". I relatori invitati erano Maurizio Iacono e Serge Latouche.
Per quanto riguarda il rapporto tra questo tipo di incontri, centro sociale e amministrazione locale vi rimandiamo a una nota militante.
Possiamo quindi subito passare ai perché di questa pubblicazione.
Incominciamo dal fatto che vogliamo evitare tutti i difetti di una pubblicazione "agile", informale, divulgativa. Insomma, non abbiamo voluto fare un qualcosa che ammicchi a chi leggiucchia, a chi si pone, pigramente, al di sopra della linea di galleggiamento di percezione del mondo che i media offrono.
Come qualcuno di noi - in altra sede - ha notato, questo tipo di pubblico, vivamente da stroncare nelle sue funzioni riproduttive, ha già il suo mondo e il suo mercato da cui attingere: i libricini che spiegano che la sinistra è solidale e la destra è egoista, le visioni del mondo che concentrano totalitarismo mediatico planetario, crisi finanziaria e catastrofe ecologica in cento, massimo centodieci pagine.
Vogliamo forse ritornare al saggio dottorale di minimo seicento, documentatissime, pagine come all'inizio del secolo in Germania? Siamo forse innervositi da chi leggiucchia?
Diciamo che vogliamo produrre letteratura di stimolo e documenti di dibattito, veloci incursioni corsare su oggetti di discussione già definiti e definiti come importanti.
Vogliamo elencare alcuni oggetti di discussione contro cui, secondo noi, vale la pena iniziare una veloce guerra corsara?
"Il debito pubblico lo si ripiana ristrutturando lo stato sociale o privatizzando ?", "Quale fondamento etico per essere solidali?", "Dopo la crisi delle ideologie, come fondare un pragmatismo non individualista ?", "Lo sviluppo è compatibile con l'ambiente ?".
Crediamo che questo tipo di domande, lungi dall'essere parte di un dibattito tra due differenti formazioni di sapere, siano la dinamica della costituzione di uno spettro di saperi attorno a un oggetto o, meglio, attorno a un campo.
Chiunque abbia avuto un rapporto decente con un qualsiasi testo conosce, e a volte troppo spesso dimentica, questo elementare fenomeno: ad un certo punto, in qualsiasi ambito del sapere, si apre una controversia attorno alla natura di un oggetto, alla validità di una legge, all'identificazione dello strano e della novità. Molto spesso è attraverso queste controversie che i saperi si sviluppano, si specializzano in discipline, in tattiche, si affinano, scompaiono. Più un sapere si sviluppa più ha possibilità di avere cittadinanza come sapere-guida di una disciplina, di una politica, di una figura sociale, di un determinato tratto storico.
Il senso di queste nostre pubblicazioni corsare è quindi questo: verificare la consistenza dei saperi prodotti dalle attuali controversie. C'è poi un senso immediatamente successivo, che cerca di approfondire il senso precedentemente esposto: la verifica dei fondamenti della controversia stessa. Questo comporta la verifica degli strumenti concettuali con i quali viene costruita la controversia: lo strumento "Debito pubblico" che campo di controversie delimita? Lo strumento "sviluppo" quale costellazione di saperi contiene?
Ecco, si potrebbe dire, siamo di fronte all'ennesima opera di decostruzione. No, siamo di fronte a qualcosa di meno e a qualcosa di diverso da una decostruzione. Qualcosa di meno perché l'incursione corsara è un abbordaggio che, al massimo e nei suoi momenti di fulgore, disturba e induce a razionalizzazione le rotte di cui si nutrono le sue imprese, non ne frantuma il senso e l'intima connessione. Qualcosa di diverso perché la verifica della consistenza dei saperi, che si formano nelle controversie, presuppone che se ne chiarisca l'articolazione, il funzionamento e la dinamica non la pura genealogia o la "semplice" enumerazione degli elementi che ne costituiscono l'articolazione.
Certo, questo presupporre rimanda a altri momenti che non l'agile pubblicazione o la guerra corsara. Qui basta sapere che questi strumenti agili alludono, ammiccano verso qualcos'altro e che questo qualcos'altro non è così indefinito.

Inoltre, questa pubblicazione è testimone di una serie di piccole controversie attorno al come sviluppare saperi di fronte all altro.
Ora, questa discussione può essere anche produttrice di nefandezze di spessore: si può impantanare sull'eticismo parrocchiano "ama l'altro, comprendilo e rispettalo" che, proprio perché è un invito alla carità, non abbisogna di grandi strumenti analitici. Inoltre, può impaludarsi sul vecchio motto One Species Many Cultures che gli etnologi e gli antropologi temono come la peste. Infatti affermare, e correttamente, che una specie ha molte culture (quindi moltissimi "altri") può far precipitare la discussione sui "molti" o nell'enumerazione delle varie discipline, che affrontano i "molti" da eterogenei punti di vista tutti (guarda caso) fondati scientificamente e in lotta per un posto al sole nello statuto epistemologico, o nella convinzione che, essendo le culture irriducibili l'una all'altra, cercare una rappresentazione (metodologicamente fondata) di tratti unitari tra loro sia, di fatto, impossibile. Si rischia quindi di far apologia di una letteratura dell'altro come curiosità, più o meno colta, non fondabile metodologicamente, vista con scetticismo dai vari specialismi, percepita come prodotto di fenomeni socio-economici che stanno sempre in un altrove mai afferrabile nella sua sostanza.
Questo rischio dell'apologia della letteratura di curiosità, unito all'eticismo volontaristico, indica una parte dei mali accompagnati alle controversie possibili su un'epistemologia dell'altro. Diciamo che è un necessario correlato che può intervenire tutte le volte che, in una controversia, gli accenti sono spostati, magari per forza di cose, sull'irriducibilità dei molti a unità, sulle forze centrifughe piuttosto che sulle dinamiche di attrazione.
Crediamo, quindi, che gli oggetti di discussione, contro i quali iniziare una veloce guerra corsara, siano prodotto proprio di questi accenti sulle forze centrifughe: infatti, come non notare, quanto la centralità di un dibattito sul debito pubblico sia frutto di una concezione centrifuga della società (il calcolo del debito come estremo richiamo ai "propri interessi" per una società vista come insensibile ad altro)o che più è generico il termine sviluppo più si cerca di collegare interessi che altrimenti, con una definizione più determinata, non potrebbero che riconoscersi irriducibili tra loro?

La discussione Iacono-Latouche, che seguirà a questo scritto, ha il pregio di fornire elementi di una epistemologia dell'altro senza perdersi nel culturalismo relativistico o rinchiudersi nella ridotta degli specialismi. Ma che cos'è una epistemologia dell'altro?
Diciamo un complesso, eterogeneo ma non disarticolato, di saperi che si costituisce attorno alla controversia del rapporto con l'altro. Questo complesso di saperi, oltre al non dover correre il rischio del relativismo e dello specialismo, non deve essere inquadrato dal punto di vista di "qualcuno che incontra il diverso": il problema dell'altro deve essere visto come la tematica del complesso di saperi che intervengono nella catalogazione (e, successivamente, nello scontro o nella mediazione) di complessi di saperi estranei e nuovi che trovano, nella figura individualizzata e personificata dell'altro, un punto da dove cominciare un rapporto di conoscenza (o di trasfigurazione).
Questo complesso di saperi può trovare in un singolo sapere un punto di sintesi (ad esempio: porre l'immigrato come problema giuridico significa demandare al sapere giuridico la funzione guida nel riconoscimento dell'altro) ma non si appiattisce mai in un singolo sapere (esempio tra i più tristi: i pregiudizi sui "negri che portano le malattie" sono in sintonia con gli articoli dei giornalisti sugli "immigrati che invadono il centro" che stanno in sintonia, a sua volta, con le politiche di scienza della polizia attorno alla questione degli extracomunitari. Che piaccia o meno, anche questo è un complesso di saperi).
La dinamica costitutiva di un complesso di saperi sull'altro può essere ricostruita attraverso l'intervento di Iacono, nei primi momenti del confronto con Latouche, mentre parla del libro di Primo Levi "I sommersi e i salvati".
Innanzitutto, qui si parte da una letteratura di pura esperienza su qualcosa che è radicalmente altro: il campo di concentramento.
Quello che è un grado zero dell'esperienza, totale annichilimento di sé, nonché della propria spazialità e temporalità, nella quotidianità del Konzentrationslager è anche un ricorso all'esperienzialità pura: tutto deve essere ri-conosciuto e lo stesso sapere sui tratti delle cose, sugli oggetti dell'esperienza quotidiana deve essere ripercorso. Azzerata l'identità sociale (che non è che un fardello: si pensi all'impossibilità di riconvertirsi alla vita del campo da parte, e non erano pochi, di chi era abituato ad avere domestici), azzerati i parametri cognitivi e gli automatismi comportamentali che essa contiene, ciò' deve essere ricostruito attraverso un dover rifare esperienza del mondo. Ed è un grado esperienziale dove, all'inizio, ostile e indistinto si apparentano, dove altro e mondo altro da sé sono ancora da disgiungere e riempire di sapere. Ora, se la patologia è solo l'intensificazione di un rapporto normale allora il Konzentrationslager non fa che accentuare il rapporto con cui l'istituzione si presenta verso l'esperienza individuale: proposta di una divisione del tempo e dello spazio, di un inquadramento dei caratteri dell'esperienza. Non a caso l'esperienza pura del campo di concentramento, che diventa ri-conoscenza dell'altro, è un'esperienza congiunta con il rapporto istituzionale: qui la brutalità assoluta del campo spinge verso l'esperienza pura perché l'esperienza precedente non deve più valere, ma, allo stesso tempo, questa è un'esperienza che fornisce i saperi elementari che entrano in gioco nella conoscenza dell'altro: legame tra grado zero dell'esperienza e rapporto istituzionale, rielaborazione interna e pressione esterna. E' una fenomenologia dell'altro (pur) in presenza di un radicale azzeramento di sé pianificato dall'istituzione. Ora, in questa particolare fenomenologia dell'altro (dall'esperienza pura alla costituzione di un sapere) notiamo:
-Il Konzentrationslager è la patologia delle istituzioni ma non è l'essenza, in ciò sta il suo carattere di spaventosa eccezionalità come la sua importanza (ai fini della conoscenza delle istituzioni).
-In questa formidabile pressione dell'istituzione sull'individualità, dove tutto è ridotto a caratteri elementari (l'individualità a pura esperienzialità, l'istituzione a pura brutalità pianificata) viene fuori il carattere di inscindibilità dell'altro da questi caratteri elementari. L'altro deve essere ricondotto alla ferocia pianificata da parte delle istituzioni o, da parte dell'uno, servire da termine imprescindibile di riferimento nella ricostruzione del mondo partendo dal grado zero dell'esperienza.
Vediamo quindi a che cosa serva, qui, la letteratura del campo di concentramento di Levi, per un'epistemologia dell'altro. Come la letteratura morale in filosofia è intelligente surrogato della mancanza di una fondata filosofia morale, qui la letteratura serve nella conoscenza di un qualcosa che mancava a un rapporto di conoscenza: annichilimento assoluto, è un'astuzia della conoscenza di fronte annichilimento assoluto. Quindi, qui la letteratura non è un qualcosa visto con sospetto dai vari specialismi o percepita come un prodotto di un qualcosa visto come inafferrabile nella sua sostanza. E' strumento cognitivo senza il quale non potrebbero prodursi specialismi (perché risale l'esperienza a partire dalla china del suo grado zero) ed è strumento cognitivo di fronte a questo orrore immediatamente inafferrabile nella sua sostanza. Ovunque sia possibile un grado zero dell'esperienza è possibile un'epistemologia dell'altro.
Ora, quest'esperienza radicale ci porta a osservare quella zona grigia dove, per Iacono e per Levi, il prigioniero diventa funzionario della prigione. Questa zona grigia è vista come la produzione del confine, della demarcazione tra gli uni e gli altri, tra prigionieri e funzionari-prigionieri in Levi e, in Iacono, come campo di esperienza che permette di osservare che, allo stesso modo (grazie a una zona grigia), il nero diventa guardiano del portoricano che, a sua volta, è guardiano del coreano.
Qui, allora, la letteratura dell'altro oltre a trovare una validità epistemologica, perde la sua innocenza: l'altro è anche ciò che sta al di là della linea grigia, come guardiano. Il prigioniero immediatamente vicino a te non è solo il punto di riferimento per la ricostruzione dell'esperienza, è anche il prigioniero-funzionario che immediatamente cerca di impedirti la “radicalità” di questa ricostruzione, di correggerla, di "medicarla".
La distribuzione di quote di potere al funzionario-prigioniero è il meccanismo che rende tangibile quanto egli sia al di là di questa linea grigia. Quello che è una fenomenologia del pessimismo radicale di Levi (la completa riscoperta dell'altro che diventa scoperta del simile che è il tuo guardiano) in Iacono diventa strumento di conoscenza sociologica: ci si serve della letteratura del campo per capire le dinamiche dei gruppi nella Los Angeles - Città di quarzo (il nero guardiano del portoricano etc..: in questo l'ormai classicissimo Mike Davis serve da utile completamento).
L'uscita dal pessimismo radicale serve quindi a proseguire la letteratura dell’altro, che parte dal grado zero di sé, che troviamo in Levi, si trasforma in imbeccata sociologica. Dall'esperienza radicale, alla letteratura come descrizione di questa esperienza all'alludere alla sociologia: un circolo non si chiude si apre, invece, la prospettiva della costituzione di un sapere. L'idea di che cosa sia, e come si formi, un complesso di saperi attorno all'altro è, in questo modo, più specificata. Il complesso di saperi che si producono attorno all'altro, può deviare verso un'epistemologia, il racconto del campo verso una sociologia dei gruppi etnici della città degli angeli.
In Latouche questa epistemologia viene rovesciata: si passa, dalla esperienza del nulla radicale che si incammina verso un sapere costituito, all'osservazione delle disarticolazioni che esistono in una epistemologia dell'altro. Questa epistemologia da disarticolare possiamo chiamarla occidentalizzazione del mondo. L'occidentalizzazione viene presentata da Latouche nel suo punto istituzionalmente (e esteticamente) più evidente: il palazzo delle nazioni unite.
E' da quel punto che comincia l'osservazione di un epistemologia che si disarticola nei suoi punti cardine che possiamo individuare nella saldatura tra mondializzazione dell'economia, promessa di benessere complessivo come risultato di questa mondializzazione, elevazione di questi fenomeni a valore universale. L'empirismo di Latouche si dispiega nella felice enumerazione della contraddizione tra questi momenti. Un'epistemologia dell'altro che abbia la mondializzazione dell'economia di mercato come sapere guida si perde nelle contraddizioni che riesce a suscitare.

Le piccole controversie attorno all'altro che, quindi, andiamo qui a fornirvi possono, a nostro avviso, seguire questo filo di lettura: una ricostruzione epistemologica dell'altro in Iacono, un evidenziare le contraddizioni dell'epistemologia, dominante, in Latouche. A nostro avviso, entrambi i momenti sono punti di fuga dalle controversie dominanti. A chi legge il parere decisivo. Anche sugli effetti della nostra guerra corsara.

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