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PRESENTAZIONE E RECENSIONE DEL TESTO: MICHAEL HARDT - ANTONIO NEGRI: IMPERO.


1. INTRODUZIONE

Negli ultimi vent'anni abbiamo assistito ad un formidabile mutamento nei rapporti politici, economici e sociali.
Sul piano politico, si esaurisce il processo di liberazione coloniale, iniziatosi nel secondo dopoguerra, senza che ciò abbia comportato un'effettiva liberazione delle popolazioni africane, asiatiche e sudamericane per lungo tempo sottoposte al gioco dello sfruttamento economico e militare dei paesi più ricchi dell'occidente capitalistico. Parimenti, si sgretola l'equilibrio politico fondato su due blocchi economico-sociali contrapposti, quello statunitense e quello sovietico. Con la scomparsa dell'Urss ed il crollo del muro di Berlino del 1989, a livello simbolico e reale, arriva a definitivo compimento la crisi del socialismo pianificato, crisi, peraltro, già dirompente da più di un decennio.
Sul piano economico, la crisi del paradigma fordista negli anni Settanta ha dato origine ad una poliedricità di forme organizzative e di strutture di accumulazione che hanno rotto non solo confini nazionali ma modificato profondamente le abitudini di vita e rotto le garanzie sociali conquistate nel trentennio precedente. La produzione si internazionalizza in filiere produttive gerarchiche su scala mondiale, la moneta si immaterializza definitivamente diventando moneta-segno, ovvero potere di discriminazione sociale, e promuovendo il ruolo della finanza come strumento regolatore degli assetti di comando, anch'essi su scala globale. Se nell'occidente avanzato, il lavoro si caratterizza sempre più per il contenuto cognitivo e relazionale grazie all'introduzione massiccia delle nuove tecnologie linguistiche-informatiche, nel Sud del mondo esso diventa sempre più alienante e subordinato, rompendo consolidate tradizioni rurali pre-capitalistiche, almeno laddove si sviluppa la subfornitura della periferia a vantaggio del comando tecnologico e finanziario del centro.
Sul piano sociale, si assiste ad un poderoso rimescolamento delle razze e all'incremento della mobilità migratoria, con ridefinizioni del tutto nuove nell'ambito spaziale e geoeconomico. La classica divisione primo (capitalista), secondo (socialista), terzo mondo (sottosviluppato) non è più in grado di cogliere il fermento della nuova complessità umana. Primo e terzo mondo convivono a Los Angeles e nella California tecnologizzata o nelle realtà urbane e suburbane europee, così come nelle grandi metropoli del sud del mondo, ovviamente in proporzioni diverse. Lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione standardizza ed omogeneizza le aspirazioni di consumo, livellandole sulla base degli immaginari creati ad hoc dai paesi avanzati.
Nuove contraddizioni, nuove schiavitù e, per contro, nuove pratiche di sovversione si sviluppano, vecchi conflitti spariscono o divengono meno rilevanti.

Non è facile dare un quadro di insieme di tutte queste trasformazioni, almeno a livello complessivo e globale. Più facile appare dar conto delle metamorfosi in specifiche realtà locali, quali l'Europa o gli Stati Uniti. In Italia, è oramai un decennio che, nei meandri extra-accademici della produzione di idee e di ricerca/critica sociale, si cerca di cogliere gli elementi portanti e rilevanti di queste trasformazioni, anche in chiave di progettazione di trasformazione politica e sociale. Il ruolo avuto da alcune riviste di dibattito politico e culturale - quali Luogo Comune, AltreRagioni, DeriveApprodi, Alternative, Nuvole, Vis-a-Vis, InterMarx e da ultimo Posse, per citarne solo alcune e solo in Italia - è stato importante per l'analisi del passaggio dal fordismo al cd. post-fordismo, per capire le trasformazioni del lavoro e della produzione, nonché delle forme di comando politico e sociale. La maggior parte di queste riviste si colloca nel versante marxista della ricerca sociale e trae linfa - continuandola e rinverdendola - da quella poderosa esperienza, oggi internazionalizzata, dell'operaismo italiano degli anni '60 e '70 (1).
"Impero", il nuovo ponderoso, ma leggibilissimo, saggio di Michael Hardt e di Antonio Negri, si inserisce e proviene da questo contesto. Si tratta infatti di un testo fortemente imbevuto nella tradizione marxiana e critica, tesa a mettere a fuoco i processi di trasformazione continua che caratterizza il procedere degli avvenimenti storici, senza cristallizzarsi su conclusioni statiche, che diventano dogmatiche nel momento stesso in cui si pongono sul piano della meta-storia.
"Impero" è anche l'inizio di un processo di ricerca, fortemente stimolante, la cui lettura è a tutti consigliata, finalizzata a cogliere le tendenze rilevanti che governano e definiscono gli assetti del comando politico e sociale nel terzo millennio. Di fatto, il lavoro di Hardt e Negri pone le premesse per una rifondazione concettuale delle categorie teoriche che hanno segnato il recente sviluppo della scienza politica nel cogliere le metamorfosi della struttura di potere. Concetti come "imperialismo, "popolo", "lotta per autodeterminazione", "organizzazione economica" vengono analizzati criticamente e tendenzialmente sostituiti da nuovi concetti, quali "impero", "moltitudine" "bioeconomia".
Il concetto di impero è centrale, perché il testo si pone preminentemente l'obiettivo di definire gli attuali assetti di potere mondiali. Si tratta di prolegomeni ad una teoria politica dell'impero, primo tassello - come dicevamo - di una ricerca la cui continuazione dovrebbe prevedere un'economia politica dell'impero e una sociologia dell'impero.

2. IL CONCETTO DI IMPERO

Il punto di partenza dell'analisi di Hardt e Negri è la crisi della forma-stato ovvero dello stato-nazione (2):

"Il declino della sovranità dello stato-nazione e la sua crescente incapacità di regolare gli scambi economici e culturali è, , uno dei primi sintomi che segnalano l'avvento dell'impero. La sovranità dello stato-nazione era la pietra angolare su cui, per tutto il corso dell'epoca moderna, le potenze europee avevano costruito i loro imperialismi" (pag. 14).

Tuttavia, avvertono gli autori,: "il declino della sovranità dello stato nazione non significa che la sovranità, in quanto tale, sia in declino" (pag. 13)

Anzi, ciò che comunemente viene ritenuto un vuoto della politica di fronte all'emergere del fattore economico (esemplificato nella metafisica concettuale che la mistificazione dominante attribuisce al mercato come meta-luogo unico e centrale delle relazioni sociali umane) non è altro che la riaffermazione del primato della politica ad un livello superiore. Mai come in questa fase, infatti, la regolazione politica è stata dominante pervadendo tutti gli altri ambiti di potere, in primo luogo quello economico.

L'equivoco nasce dal fatto che:

"al contrario dell'imperialismo, l'Impero non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse" (pag. 14). Si tratta infatti di un nuovo apparato di potere "decentrato e decentralizzato" che progressivamente incorpora all'interno tutte le frontiere dello spazio mondiale, amministrando delle identità ibride, delle gerarchie flessibile in continua ridefinizione.

Uno dei punti più controversi di questa tesi e che ha suscitato ampio dibattito è il ruolo degli Stati Uniti. Gli apologeti degli Usa esaltano il ruolo di leader magnanimo e di unica superpotenza in grado di regolare le diatribe internazionali in modo più efficiente e umano (qui sta la "magnanimità") di quanto non abbia saputo fare la Gran Bretagna e l'Europa in generale nell'800 e nel primo ' 900. Gli avversari degli Usa li denunciano come un oppressore imperialista, non meno imperialista nella sostanza di quanto non lo fossero gli stati-nazioni europei nelle loro pratiche colonialistiche.
La tesi di Hardt e Negri contraddice entrambe queste posizioni:

"La nostra ipotesi di fondo è che sia emersa una nuova forma di sovranità imperiale Né gli Stati Uniti, né alcun stato-nazione costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista. L'imperialismo è finito. Nessuna nazione sarà leader mondiale come lo furono le nazioni europee moderne" (pag. 15).

Tutta la prima parte del testo è finalizzata ad argomentare questa tesi. Un dotto, seppur breve, excursus sulla storia delle dottrine politiche dagli studi latini a Macchiavelli sino all'era moderna di Hobbes, Spinosa e Tocqueville introduce a quella che è il cuore dell'impostazione di Hardt e Negri. Il nuovo assetto politico dell'Impero, come lo stato romano secondo Polibio, è una sintesi delle tre fondamentali forme di governo, partorite dal processo di regolazione politica degli ultimi 20 secoli: il potere monarchico (il governo dell'uno), il potere aristocratico (il comando dei pochi), il potere democratico (il governo dei molti).
Nel concetto di Impero, queste tre forme di governo convivono, ma non si fondono mai. L'Impero è così un'entità viva, dialettica e conflittuale. Non è la fine della Storia. E' pero omnipresente e ingloba tutto ciò che esiste sul globo. E' il nuovo ordine di comando mondiale.

Il potere monarchico è impersonato dal ruolo di unica potenza militare e poliziesca svolto dagli Stati Uniti, arrivati a detenere, dopo la fine della guerra fredda, il monopolio mondiale della forza militare. Non c'è intervento militare che non debba rispondere a tale monopolio assoluto statunitense, mentre, viceversa, gli Usa possono intervenire senza chiedere nessun permesso ad alcuno. Se sul piano militare gli Usa dispongono di un potere assoluto, su quello politico il potere monarchico è gestito da entità sovranazionali quali il G8, tramite reti di consultazioni con agenzie militari quali la Nato, mentre il potere economico viene gestito in modo assoluto e unilaterale da organizzazioni economiche quali il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), la Banca Mondiale (Bm) e l'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto).

Il potere aristocratico è composto principalmente dalle oligarchie economiche impersonate dalle multinazionali produttive e finanziarie. Pur senza citarlo direttamente, tale oligarchia è il frutto del più grande processo di concentrazione tecnologica e finanziaria che la storia del capitalismo ricordi, che è tanto più forte, quanto più estese sono le filiere della subfornitura internazionale che si sono sviluppate nell'ultimo quarto di secolo. La "liberalizzazione" della produzione su scala mondiale (come viene definita dalla stampa e dai media liberisti), lungo assi di subfornitura ben definiti da un punto di vista geoeconomico, è possibile proprio perché le leve del comando tecnologico e finanziario sono ben concentrate in poche mani nel mondo occidentale. Il livello di potere economico di queste multinazionali rappresenta una sorta di teocrazia del mercato e smentisce in modo clamoroso l'idea che il mercato sia il luogo neutro e paritario dove domanda e offerta si incontrano per garantire la migliore efficienza e il più elevato benessere per la collettività. Negri e Hardt non approfondiscono in pieno questo aspetto, non definiscono il mercato il luogo dove il potere economico si definisce su basi gerarchiche. Lasciano incompiuta l'analisi lungo le direttrici di quello che avevamo chiamato il possibile studio di un'economia politica dell'impero.

Il potere democratico è, infine, quella costellazione di enti e istituzioni delegate dal "popolo" o in modo diretto (i parlamenti, ad esempio) o che si muovono con il fine di rappresentare gli interessi del "popolo", sia in modo diretto e particolare, che in modo indiretto e generale. Organizzazioni sindacali, organizzazioni non governative (Ong), società civile, volontariato, partiti: tutto ciò che va a codificare, mutare e sviluppare un determinato consenso.

Questi tre livelli, dicevamo, convivono sotto la cappa del comando imperiale, che si dota, di volta in volta, degli strumenti più adeguati. Secondo Hardt e Negri, esse possono essere rappresentati "dalla bomba, il denaro e l'etere" (pag. 320).

La bomba rappresenta la forma di violenza assoluta, finalizzata "al mantenimento delle segmentazioni dei territori produttivi"; denaro è invece la leva principale per sviluppare non tanto disciplina quanto il controllo assoluto sui bisogni e le forme della sopravvivenza. Esso si msaterializza nella moneta-segno, slegata da qualsiasi rapporto materiale con l'oro. La moneta che impersonifica il puro rapporto di fiducia e le aspettative che una concentrazione finanziaria senza precedenti ha prodotto come strumento di regolazione e di ricatto a sostegno delle gerarchie economiche dominanti.
L'etere è il terzo e "fondamentale strumento del controllo imperiale" (pag. 321), strumento della comunicazione, alla base dell'organizzazione di un sistema educativo e della regolazione della cultura. L'etere rappresenta l'elemento virtuale, che non ha territorio, si definisce come uno spazio-altro. La comunicazione, via etere, è la massima forma moderna della produzione capitalistica, il tramite che ha consentito il passaggio dal paradigma della produzione materiale (fordista) a quello della produzione immateriale e esistenziale, ovvero dall'economia alla bioeconomia, dalla sussunzione formale a quella reale.

Questi tre elementi di controllo ci riportano ai tre piani della piramide imperiale del potere.

"La bomba è un potere monarchico, il denaro aristocratico e l'etere democratico" (pag. 322). La comunicazione (l'etere) è l'elemento dialettico dell'impero. Essa diventa essenziale per lo sviluppo della bioeconomia e, come vedremo, la bioeconmia genera la moltitudine. Non c'è impero, senza bioeconomia, non c'è bioeconoma senza moltitudine: l'antitesi dell'impero stesso.

" la centralizzazione del potere in un luogo determinato deve fare i conti con la potenza delle soggettività produttive e di tutti coloro che contribuiscono alla produzione interattiva della comunicazione" (pag. 323).

3. IL CONCETTO DI BIOECONOMIA

Il concetto di bioeconomia deriva da biopotere. Il termine è stato coniato da Michel Foucault, nel definire un passaggio storico nelle forme sociali, e, precisamente, il passaggio dalla società disciplinare alla società del controllo.

"il biopotere è un forma di potere che regola il sociale dall'interno, inseguendolo, interpretandolo, assorbendolo e riarticolandolo" (pag. 39)>.

Per dirla con lo stesso Foucault: "oggi la vita è divenuta un oggetto di potere".

Nella realtà capitalistica, il potere politico e sociale esplica il suo comando tramite la ridefinizione continua degli assetti economici e delle modalità di accumulazione. Dalla fase capitalistica delle origini e basata sulla produzione artigianale e di mestiere, si è passati alla fase fordista taylorista, dove la produzione di massa, garantita dalle tecnologie meccaniche e ripetitive ad alta produttività, si coniuga con il consumo di massa, grazie al welfare state e alle politiche redistributive keynesiane (politica degli alti salari, nel senso di salari superiori al livello di sussistenza). Ora ci troviamo in una nuova fase, caratterizzata dalla commistione di lavoro materiale e lavoro immateriale, esito dei processi di trasformazione tecnologica e produttiva, nella quale l'attività produttiva si è terziarizzata, diffusa sul territorio, scomposta e frammentata in strutture a rete e ha dato origine a nuove forme di gerarchie e controllo sociale che tendono a sussumere la vita (bioeconomia).

L'introduzione e la diffusione delle tecnologie linguistiche e di comunicazione ha modificato non solo l'organizzazione del lavoro ma anche la natura della prestazione lavorativa. L'intero paradigma produttivo-sociale si è modificato. Si sono verificati, da un lato, un'evoluzione dei processi di automazione produttiva (ipertaylorismo) e, dall'altro, l'incremento della flessibilità della produzione tramite l'adozione di strategie di esternalizzazione (outsourcing) e snellimento produttivo (downsizing e lean production). Tutto ciò è stato accompagnato dalla crisi dello stato sociale e smantellamento del welfare: il risultato è la ridefinizione dei meccanismi di distribuzione del reddito e la finanziarizzazione di quote crescenti del reddito da lavoro.
I cambiamenti tecnologici e i processi di internazionalizzazione produttiva hanno favorito la scomposizione e frammentazione del mercato del lavoro sia a livello dei singoli paesi che sul piano internazionale (nuova divisione internazionale del lavoro), portando alla compresenza di una poliedricità e complessità dei modelli di organizzazione produttiva.
Con particolare riguardo alla situazione del mondo occidentale, lo sviluppo del lavoro immateriale è il frutto di questi stravolgimenti: l'attività relazionale e di comunicazione sono sempre più rilevanti e pervasivi in ogni produzione, sia come strumento di crescita della produttività grazie alla dilatazione del tempo di lavoro che ingloba sempre più il tempo di vita sia come coinvolgimento e assoggettamento delle soggettività all'immaginario di vita artificialmente creato con il fine di indurre alla subordinazione mentale. Il nucleo centrale della bioeconomia sta nel ruolo fondamentale che svolge la "conoscenza" o "meglio i saperi" all'interno del processo produttivo. Anche se questo tema non è sufficientemente sviluppato da Hardt e Negri (ricordo che Impero è essenzialmente un testo di "teoria politica"e non di "teoria economica"), mi permetto di individuare nella differenza tra "conoscenza" e "sapere" la chiave interpretativa del passaggio economico-sociale dalla sussunzione formale del lavoro alla sussunzione reale, dall'"economia" alla "bioeconomia". Tale distinzione è fortemente analoga alla nota differenza, di schumpeteriana memoria, tra "invenzione" e "innovazione". Come l'invenzione è il frutto dell'anelito umano alla scoperta di sé e di ciò che gli è intorno, così la conoscenza, o meglio la"sete" di conoscenza, fa parte del patrimonio genetico umano. E come l'innovazione, frutto dell'"invenzione", rappresenta lo sfruttamento delle capacità inventiva ai fini economici e produttivi soprattutto nell'epoca fordista (la scienza come elemento non-neutrale, assoggettata all'accumulazione capitalistica), così il "sapere", parcellizzato, specializzato, sottoforma di competenza, "frutto della conoscenza", viene messo al lavoro dalle esigenze dell'accumulazione flessibile post-fordista, e diventa, tramite il linguaggio, fattore produttivo primario e, in quanto tale, assoggettato al comando economico. La differenza sta che nell'ambito della produzione materiale fordista (produzione di denaro a mezzo di merci), la separazione tra soggetto che lavora e inventa e oggetto della prestazione lavorativa sono ancora separabili (sussunzione formale), mentre nell'ambito postfordista (produzione di denaro a mezzo di conoscenza) tale separazione non è possibile (sussunzione reale). E' l'intero essere umano, a partire dal suo cervello, inseparabile dal corpo, con la sua vita, i suoi sentimenti e tutto ciò che connatura l'anima, il razionale e l'irrazionale, a essere soggetto/oggetto di produzione individualizzato. La separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale scompare e si trasforma in separazione tra conoscenza massificata (formazione), specializzata (competenze), tacita (dotata di esclusività), la nuova scala che definisce le gerarchie interne alla sussunzione reale imposta dal capitale.

Secondo Hardt e Negri, questi passaggi di fase hanno dato origine a diversi tipi di militanza "operaia", vale a dire diverse soggettività che hanno canalizzato il desiderio della trasformazione e della liberazione delle condizioni di lavoro.

"La prima fase,., - e cioè la fase della produzione industriale - prima del dispiegarsi dei regimi fordisti e tayloristi, era dominata dalla figura dell'operaio professionale. . La seconda fase della militanza operaia nella storia del capitalismo, che corrisponde ai regimi fordisti e tayloristi, era caratterizzata dalla figura dell'operaio massa. .. Oggi, nella fase della militanza che corrisponde ai regimi post-fordistici e informatici della produzione, appare la figura dell'operaio sociale. Nella figura dell'operaio sociale le diverse componenti della forza lavoro immateriale sono tessute insieme. E' un potere costituente che connette l'intellettualità di massa e l'autovalorizzazione in tutti gli ambiti in cui la cooperazione sociale e flessibile e nomade è all'ordine del giorno. . Nella matrice produttiva contemporanea, il potere costituente del lavoro si esprime nell'autovalorizzazione dell'umano (l'uguale diritto di cittadinanza per tutti sull'intera sfera del mercato mondiale); nella cooperazione (il diritto di comunicare, di costruire linguaggi e di controllare le reti comunicative e nel potere politico, inteso come costituzione di una società in cui le basi del potere siano definite dall'espressione dei bisogni di tutti. Questa è l'organizzazione dell'operaio sociale e del lavoro immateriale, un'organizzazione di un potere politico produttivo e un'unificazione biopolitica gestita, organizzata e diretta dalla moltitudine - una democrazia assoluta in azione" (pag. 377-378).

Veniamo quindi al concetto di moltitudine.

4. IL CONCETTO DI MOLTITUDINE

Il termine moltitudine non è di facile definizione. Indica qualcosa di plurale, disomogeneo, poco conformabile sotto un'etichetta precisa. E' massa e proletariato indistinto. E' un termine in divenire, poliedrico, mutevole e dinamico. Nell'impostazione di Hardt e Negri, sostituisce il termine popolo, così come impero sostituisce il concetto di imperialismo dello stato-nazione.
Se facciamo riferimento alla citazione poco sopra ricordata, con moltitudine si potrebbe indicare l'insieme differenziato e frammentato della forza-lavoro post-fordista, soggetta al comando capitalistico e quindi l'unica in grado di sviluppare una capacità antagonista. Ma una definizione, basata esclusivamente sull'economico, è insufficiente, se non altro perché le attuali categorie teoriche presenti nelle analisi dell'economia politica sono totalmente incapaci di coglierne la complessità.

Scrive Paolo Virno:

"La moltitudine contemporanea non è composta né da 'cittadini', né da 'produttori': occupa una regione mediana tra 'individuale' e 'collettivo'; per essa non vale in alcun modo la distinzione tra 'pubblico' e 'privato'. Ed è proprio a causa della dissoluzione di queste coppie così a lungo tenute per ovvie che non si può parlare più di un popolo convergente nell'unità statale. Per non intonare canzoncine stonate di stampo post-moderno ('il molteplice è il bene, l'unità la sciagura da cui guardarsi'), occorre però riconoscere che la moltitudine non si contrappone all'Uno, ma lo ridetermina. Anche i molti abbisognano di una forma di unità, di un Uno: ma, ecco il punto, questa unità non è più lo Stato, bensì il linguaggio, l'intelletto, le comuni facoltà del genere umano. L'uno non è più una promessa, ma una premessa. L'unità non è più qualcosa (lo Stato, il sovrano) verso cui convergere, come nel caso del popolo, ma qualcosa che ci si lascia alle spalle, come uno sfondo o un presupposto. I molti devono essere pensati come individuazione dell'universale, del generico, del condiviso" (3).

Nel mondo della produzione flessibile e a rete, dove il linguaggio standardizzato ma mutevole è l'elemento di omogeneizzazione produttiva, la moltitudine si definisce da un lato come effetto dell'individualizzazione del rapporto di lavoro (cosa c'è di più individuale di un cervello e del linguaggio associato?), ma dall'altro come potenza intellettiva generale (general intellect). Attenzione: diciamo potenza e non potere. Credo che tale distinzione sia nevralgica nel cogliere la situaziona odierna. C'è forse un eccesso di ottimismo nel lavoro di Hardt e Negri al riguardo. Il richiamo alle lotte sociali che si sono verificate negli anni Novanta (dal Chapas alla Francia del 1995) - il movimento cd. no-global non era ancora comparso sulla scena mondiale al momento della prima edizione americana - sembrano troppo deboli per poter parlare dello sviluppo di un contro-potere all'impero. Anche considerando i recenti movimenti sociali internazionali del dopo Seattle (Praga, Nizza, Genova, Barcellona, Porto Alegre), siamo ancora nel campo delle potenzialità di un auspicabile, futuro, antagonismo anti-impero.
L'impedimento maggiore è costituito proprio dall'essenza della moltitudine, vale a dire dalla frammentarietà e dalla scomposizione che la caratterizza. E molta acqua deve passare sotto i ponti (seppure molto lavoro è stato fatto, ben scavato vecchia talpa!) per sbrogliare questa frammentarietà e decifrare gli elementi che da potenziali possono tramutarsi in effetti strumenti di sovversione sociale.
Proprio perché trattasi di un testo di teoria politica, in Impero manca una descrizione analitica della segmentazione della moltitudine, sia a livello di gerarchia economica che a livello di gerarchia spaziale. Tale tema potrebbe essere oggetto di un prosieguo della ricerca teorica iniziata da Impero. Ad esempio si potrebbe analizzare la dinamica della divisione internazionale del lavoro. Il concetto di bioeconomia interessa oramai buona parte dei processi di produzione internazionali, ma in proporzioni sicuramente differenti. Se nel Nord ricco del mondo, dove ha sede il comando tecnologico e finanziario della produzione flessibile su scala globale, il lavoro immateriale assume sempre più, nelle diverse sfaccettature, un ruolo tendenzialmente egemone, non altrettanto si può dire, per il momento, nel resto del mondo. Un'analisi attenta dovrebbe, al riguardo, distinguere le diverse fasi qualitative del rapporto di fornitura che tramite le filiere produttive internazionali rappresenta la struttura organizzativa oggi dominante. Esiste, infatti, una subfornitura specializzata, con rapporti più di collaborazione e cooperazione che di gerarchia con gli ambiti di comando logistico, gestionale, tecnologico e finanziario: una sorta di aristocrazia con rapporti più o meno tesi ma tendenzialmente cooperativi con la monarchia capitalistica delle multinazionali. Ed esistono altri livelli, che definirei di subfornitura massa, dove le condizioni di lavoro e di produzione, imposte unilateralmente, ricordano le situazioni schiavistiche, pre-tayloristiche e tayloristiche. A seconda del contesto che si considera, la moltitudine del lavoro modifica la propria soggettività e la percezione della propria realtà.
Da questo punto di vista, Impero fornisce un quadro più adeguato alla realtà economica e sociale del Nord del mondo piuttosto che dei rapporti ineguali con il Sud e delle sue condizioni sociali ed economiche.
Occorre, inoltre, approfondire, nel Nord del mondo, la composizione di questa moltitudine, che Hardt e Negri, definiscono di "sfruttati e produttori soggiogati" (vedi oltre), non solo sulla base delle diverse funzioni lavorative (divisione "tradizionale" del lavoro) ma anche in base al supporto di conoscenza e saperi che sono in grado di inserirsi nella cooperazione sociale a secondo del grado di coazione e subalternità a cui sono sottoposti ("nuova" divisione dei saperi produttivi).

L'attenzione di Hardt e Negri è piuttosto rivolta all'esame di quegli strumenti che possono invece portare ad una ricomposizione sociale della moltitudine come soggetto politico.

"Dobbiamo capire come la moltitudine può diventare un soggetto politico nel contesto dell'Impero. Dobbiamo cogliere l'esistenza della moltitudine a partire dalla costituzione dell'Impero, e tuttavia, da questa prospettiva, potrebbe sembrare che la stessa moltitudine sia creata e mantenuta dal comando imperiale. .. La formazione della moltitudine degli sfruttati e dei produttori soggiogati può essere letta in termini più chiari nella storia delle rivoluzioni del XX secolo. Tra le rivoluzioni comuniste del 1917 e del 1949, nella grande resistenza antifascista degli anni Trenta e Quaranta, nelle numerose lotte di liberazione degli anni Sessanta, sino a quelle del 1989, si formarono, si svilupparono e si consolidarono le condizioni della cittadinanza della moltitudine. . La costituzione dell'Impero non è la causa, ma la conseguenza del sorgere di questi nuovi poteri" (pag. 364-365).

Viene così riconfermato uno dei principi dell'operaismo italiano, e cioè che le trasformazioni del capitalismo sono indotte dai processi di sovversione che endogeneamente vi maturano e portano all'estremo contraddizione il paradigma dominante, costringendo il sistema capitalismo ad una nuova fuga in avanti.

In questa fase, i potenziali strumenti di ricomposizione sociale vengono individuati nel:
· diritto di cittadinanza universale, necessario per lo sviluppo dell'accumulazione ma negato dalla sfera politica e del diritto:
"Innanzitutto, la formazione della moltitudine avviene nel corso del movimento nello spazio, che la costituisce in un luogo illimitato. La mobilità delle merci e, soprattutto, di quella merce che è la forza lavoro, è sempre stata rappresentata, sin dalla nascita del capitalismo, come la condizione basilare dell'accumulazione. . IL capitale imperiale deve comunque attaccare i movimenti della moltitudine con implacabile determinazione: pattuglia i mari e le frontiere, segrega e divide all'interno di ogni paese, nel mondo del lavoro, aggrava le fratture e rafforza le divisioni tra razze, i sessi, le lingue, le culture, ecc.. E tuttavia, deve fare attenzione che queste misure non limitino eccessivamente la produttività della moltitudine, poichè l'Impero dipende dalla sua potenza" (pag. 368-369).
I migranti sono quindi una parte consistente e costituente della moltitudine.
· diritto ad un salario sociale: usare il termine "salario", nella terminologia economica corrente, può essere improprio. Se è vero, come gli stessi Hardt e Negri scrivono, che:
"Il salario sociale, ben oltre la cerchia familiare, riguarda l'intera moltitudine - e cioè anche coloro che non sono occupati - poiché è l'intera moltitudine a produrre e la sua produzione è necessaria al capitale sociale complessivo" (pag. 372-373),
allora, il termine salario, se inteso come corrispettivo di una prestazione lavorativa, è riduttivo.
"La generalità della produzione biopolitica evidenzia una seconda istanza politica programmatica della moltitudine: un salario sociale e un reddito garantito per tutti" (pag. 372).
Ma se la vita stessa diventa produttiva ed è sufficiente vivere per essere sussunto nella bioeconomia, allora, forse, basta parlare semplicemente di reddito universale e incondizionato di esistenza(4).
· diritto alla riappropriazione del linguaggio e della comunicazione, ovvero del sapere:
"Se la comunicazione è diventata la fabbrica della produzione della produzione, e se la cooperazione linguistica è diventata la struttura della corporeità produttiva, allora il controllo sul senso linguistico e il significato delle reti della comunicazione diventano un tema sempre più centrale della lotta politica" (pag. 373).

Sono sufficienti questi temi per definire la soggettività della moltitudine e per far sì che la potenza della moltitudine si trasformi in potere, anzi contro-potere? E' difficile rispondere. A parere di chi scrive, sicuramente vengono delineati degli elementi iniziali. Ai posteri e all'ulteriore analisi e inchiesta, l'ardua risposta.

5. ALCUNE OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

Le tematiche sollevate da Hardt e Negri sono rilevanti. Un primo risultato, comunque, è stato ottenuto. Quello di suscitare una ripresa del dibattito sulle tematiche dell'interpretazione della fase sociale ed economica che stiamo vivendo e soprattutto sulle possibilità di trasformazione e di liberazione. Non è poco, se si pensa che proveniamo da un periodo (gli ultimi venti anni) che è stato caratterizzato da un'uniformità a-culturale che possiamo definire medioevale (senza offesa per il medioevo). Non è un caso, credo, che questo libro porti alla ribalta questioni, in parte già presenti e in parte da metabolizzare all'interno del movimento globale contro il neoliberismo. E sicuramente, ciò dà fiducia al nostro avvenire.

Sarebbe interessante fare una rassegna critica di tale dibattito. Non è questa la sede. Vogliamo solo sottolineare alcune critiche che provengono da "sinistra" (quelle da "destra" ci interessano meno), la cui discussione credo possa interessare anche il dibattito sindacale. Al di là di coloro che criticano il concetto di Impero (e, per converso, di moltitudine) per riproporre la validità del termine Imperialismo (e, per converso, di classe operaia), vi è un punto analitico che vale la pena discutere:

"Il termine "imperialismo" coniato a cavallo tra Ottocento e Novecento designava precipuamente (e non solo presso gli autori marxisti) la connessione tra le politiche di aggressione militare praticate da quelli che erano gli Stati forti, le "grandi potenze" dell'epoca, da un lato, e, dall'altro, processi economici quali l'esportazione di capitali, la formazione del capitale finanziario, l'azione dei grandi monopoli internazionali. Il termine "impero", nell'accezione proposta da Hardt e Negri, spezza proprio tale connessione. La globalizzazione del mercato risulta in quest'ottica un processo esclusivamente economico, in quanto tale sostanzialmente "pacifico" (certo, implica lo sfruttamento e un po' di sana concorrenza, ma nulla ha a che fare con aspetti propriamente militari), addirittura esente da conflitti intercapitalistici, grazie alla gestione sovranazionale degli strumenti monetari"(5).

Mi sembra che in questa analisi, per forza semplificata ma efficace, non si colga appieno il concetto di biopolitica e di bioeconomia, che sono invece centrali nell'opera di Hardt e Negri. Tali concetti infatti coniugano l'aspetto militare (a livello internazionale) e poliziesco (a livello locale)(6) con il controllo e la crescita del processo di accumulazione capitalistico e le nuove forme di sfruttamento. Se si sviluppasse l'analisi sul piano più puramente economico, al fine di individuare le contraddizioni interne al modo di produzione flessibile, possiamo individuare delle coppie antitetiche, ma compresenti, che è necessario tenere sotto controllo per evitare che implodano(7):
· socializzazione della produzione - individualizzazione del rapporto del lavoro
· cooperazione sociale - gerarchia
· tempo di vita - tempo di lavoro
· esodo, rivolta, sabotaggio dell'attività mentale - assoggettamento, cooptazione, passività

Il processo bioeconomico di produzione, nel momento stesso che abbisogna dell'attività cognitiva cerebrale (che non può essere disciplinata direttamente, come il corpo), deve assoggettare l'individuo nella sua totalità (anima, corpo e mente), per garantirsi l'affidabilità produttiva.
Nel mercato del lavoro cognitivo, infatti, lo scambio assume connotati diversi da quello presente nel processo produttivo esclusivamente produttivo: se da un lato, si può ancora affermare in linea generale che la disponibilità lavorativa a livello cerebrale implica ancora una volta il passaggio di diritti di proprietà, tuttavia ciò avviene in modo non lineare e, spesso forzoso: se il mio lavoro consiste nel fornire "idee" (cioè soluzioni logistiche o servizi intangibili) al padrone, quest'ultimo può solo formalmente e giuridicamente appropriarsene, ma non sostanzialmente. L'attività cerebrale non è scindibile dal corpo, il cervello non è separato dal braccio: nella produzione intangibile, cognitiva, il corpo rappresenta al limite un vincolo, ma non un qualcosa "altro". E l'oggetto della prestazione lavorativa, l'"idea", non viene alienata da chi la produce, anzi sviluppa un processo di apprendimento cumulativo tramite lo scambio relazionale di "conoscenza" e di "saperi". Ecco allora che diventa un atto dovuto (forzoso) la cessione dei diritti della conoscenza (sottoforma di brevetti e copyright), vale a dire i diritti di proprietà sull'esito della prestazione lavorativo. Ma tale cessione non implica un processo di alienazione basato sulla separazione tra attività lavorativa e esito del lavoro, come nella produzione materiale. Tutte le volte che si scambia "conoscenza", si verifica un processo produttivo di accumulazione di ricchezza, che non può essere sottratto al lavoratore, come avveniva e avviene tuttora con l'output materiale; al limite, può essere espropriato. Ciò implica che la "conoscenza" è una merce "non rivale", nel senso che implica un uso esclusivo (se una merce è rivale è impossibile che più consumatori la usino allo stesso tempo: se io indosso una certo paio di occhiali, tu puoi indossare contemporaneamente un altro paio di occhiali dello stesso modello, ma non lo stesso paio. In generale i beni tangibili sono rivali, mentre quelli intangibili no). I processi tradizionali di regolazione (controllo) dell'attività lavorativa saltano: solo in parte si attuano processi di espropriazione dell'oggetto del lavoro. Solo se il cervello viene separato dal corpo, si potranno ripristinare i meccanismi di sussunzione formale del lavoro. Escludendo la decapitazione, non è un caso che una folta letteratura (ma anche settori del progresso tecnologico) postuli la creazione di cyborg pensanti ma con il corpo di automa, vale a dire con il cervello del tutto manipolato e controllato. Occorre pertanto individuare nuovi meccanismi più sofisticati di assoggettamento delle capacità cerebrali degli individui: meccanismi che, espropriando l'oggetto dell'attività cognitiva, danno origine a nuove forme di alienazione. Al riguardo, siamo in presenza di più di un tentativo:
· a livello giuridico-formale, si assiste al prevalere di contrattazione individuale al posto di quella collettiva, processo già in atto e facilitato dal fatto che l'individualizzazione della prestazione lavorativa legata alle attività cognitive-linguistiche (per definizione, individuali) porta all'individualizzazione del rapporto del lavoro;
· a livello socio-culturale, si procede sempre più verso forme di controllo indiretto e diretto dei meccanismi e delle procedure di apprendimento, grazie alla corsa verso specializzazioni formative che precludono lo sviluppo di una capacità culturale critica ed autonoma;
· a livello di organizzazione del lavoro, l'attività di comunicazione dei saperi tende sempre più ad essere inscatolata in procedure routinarie, codificabili, e sempre più facilmente scambiabili a prescindere dalle particolarità (l'anima, la soggettività) di chi le produce. Forme di controllo e di standardizzazione quantitativa dell'apporto linguistico e conoscitivo dell'attività lavorativa favoriscono l'assoggettamento individuale e cerebrale ai voleri del comando produttivo;
· a livello psicologico, la creazioni di immaginari stereotipati tramite il controllo mass-mediatico porta a forme di omologazione e autocontrollo secondo dettami sociali conformistici, creati ad hoc (la bellezza, il denaro, il successo, ecc.)

Tutto ciò avviene in presenza di un aumento del grado di precarizzazione reddituale della maggior parte dei lavoratori/trici. Il ricatto del bisogno, che faceva sì che nella produzione materiale si accettasse la dura disciplina della fabbrica, continua a svolgere, imperturbato, il ruolo storico che sta alla base della divisione in classe e della subordinazione del lavoro al capitale.

Oggi, siamo in presenza di un'egemonia culturale di destra, nel senso che i capisaldi del ragionamento economico e sociale sono oggi saldamente basati sul primato dell'azione individuale e sul ruolo "super partes" del mercato, come meccanismo neutrale di regolazione. Tale egemonia culturale è alla base del meccanismo di assoggettamento cerebrale che condiziona il comportamento individuale nel mondo del lavoro.
Quanto peso hanno avuto in questa deriva i tentennamenti della sinistra e la pratica concertativa del sindacato dai primi anni '80 in poi? Quanto peso ha avuto la rinuncia allo sviluppo di un'analisi autonoma delle trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi anni? Chi scrive si è trovato spesso a vivere situazioni underground e marginali nel dibattito politico del centro-sinistra e sindacale(8) e ha potuto sperimentare di persona la corresponsabilità di buona parte del sindacato e del centro sinistra nello sviluppo di immaginari individualistici e nel favorire forme di subordinazione culturale alla logica, oramai imperante, di mercato.

Tale assoggettamento avviene attraverso la costruzione di immaginari ad hoc, le cui forme più dirette sono quelle relative all'aspetto militare e poliziesco.
Lo stato di guerra diventa permanente e potenziale, mai effettivo (altrimenti è congiunturale: un'attività bellica non può durare in eterno), il controllo del territorio si trasforma in un problema di sicurezza introiettato soggettivamente nei singoli cittadini tramite la pratica dell'emergenza continua, la disponibilità e l'assoggettamento alla cooperazione sociale diventa speranza di successo individuale.

La subordinazione mentale e culturale è l'arma che piega la resistenza cerebrale e la sua potenziale carica sovversiva. Per questo è necessario capire, apprendere e studiare questi meccanismi per poterli combattere sul loro stesso terreno: la costruzione di una cultura e di un immaginario alternativo. Per questo ci stiamo attrezzando.

di Andrea Fumagalli - maggio 2002



1) La corrente di pensiero cd. "operista" ha suscitato notevole interesse anche negli Stati Uniti, soprattutto negli anni recenti. Al riguardo, si veda P.Virno, M.Hardt (a cura di), Radical Thought in Italy, University of Minnesota Press, Minneapolis, 1996 e, per un bilancio, di tale esperienza, cfr. G.Borio, F.Pozzi, G.Roggero, Futuro Anteriore. Dai 'Quaderni Rossi' ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell'operaismo italiano, DeriveApprodi, Roma, 2002.
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2) Forma-stato e stato-nazione non possono essere ritenuti completamente sinonimi. Ciò che l'approccio negriano ed operista già da lunga data sostiene è che la forma-stato, ovvero l'insieme delle regole sociali, economiche e disciplinari che garantiscono l'omogeneità del comando su un territorio, nel periodo fordista si è andata configurando nella forma di stato-nazione, cioè entità geopolitica ben definita e tendenzialmente autonoma al proprio interno: cfr. A.Negri, Crisi dello Stato-piano, Feltrinelli, 1974, pp. 30-37 (prima stesura, Potere Operaio, n. 45, settembre 1971). Si veda anche A. Negri, La forma stato: per la critica dell'economia politica della costituzione, Feltrinelli, Milano, 1977.
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3) Cfr. Paolo Virno, Grammatica della moltitudine, Derive Approdi, Roma, 2002, pp. 16-17.
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4) Per approfondimenti, mi permetto di rinviare a A. Fumagalli: "Dodici tesi sul reddito di cittadinanza" in A. Fumagalli, M.Lazzarato (a cura di), Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza, DeriveApprodi, Roma, 1999, pp. 13-44.
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5) Cfr. Maria Turchetto, "Il sacro impero", in Guerra&Pace, n. 87, marzo 2002.
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6) I due aspetti, non a caso, tendono sempre ad assimilarsi.
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7) Per un approfondimento di questo tematiche, cfr. Andrea Tiddi, Precari, DeriveApprodi, Roma, 2002.
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8) Nel 1996, si sviluppa un dibattito sul cd. "lavoro autonomo di II° generazione" sulle pagine de Il Manifesto. In risposta ad un articolo che presenta, in modo critico e conflittuale, le nuove forme di lavoro atipico ed eterodirette (che saranno poi descritte in Bologna-Fumagalli (a cura di): "Il lavoro autonomo di II° generazione: scenari del postfordismo in Italia", Feltrinelli, Milano, 1997), S. Patriarca, responsabile del Centro Studi Cgil, risponde ricordando che la vecchia tesi della proletarizzazione dei ceti medi è un falso storico, soprattutto in un decennio (anni '90) che, secondo Patriarca, ha visto lo sviluppo delle magnifiche sorte progressive dell'iniziativa imprenditoriale e le forze del libro mercato (es. Nord-Est).
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