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M. HARDT - A. NEGRI, Empire
Harward University Press, 2000

Empire, a quasi due anni dalla pubblicazione negli Stati Uniti, si conferma testo di primo piano nel panorama degli studi teorico-politici sulla globalizzazione. Decine di recensioni sulle più prestigiose riviste internazionali e traduzioni in tante lingue della cultura globale (dal francese al giapponese e, tra breve, anche all'italiano) sono il segnale che ci troviamo di fronte ad un lavoro decisivo per la comprensione del presente. Ma questo certo non è tutto, se è vero che in molti hanno cercato e trovato in questo libro addirittura un manifesto politico per le rivoluzioni del nuovo millennio. Cercherò di mostrarne le ragioni, accennando a quelli che mi sembrano essere gli elementi essenziali di Empire.

Sono almeno tre le caratteristiche di questo libro che saltano agli occhi immediatamente: innanzitutto, il fatto che questo di Michael Hardt e Antonio Negri è un testo di politica e di filosofia. Non si tratta solo di uno dei tanti, pur lodevoli, scritti politologici o sociologici sulla globalizzazione, perché è anche un lavoro dalle profonde radici teoretiche. "Noi - scrivono gli Autori - non usiamo il termine 'impero' come una metafora [...], ma piuttosto come un concetto che richiede innanzitutto un approccio teoretico" (p. xiv). Una seconda caratteristica importante di questo scritto è l'assenza assoluta di nostalgia e di moralismo: Hardt e Negri assumono la globalizzazione come evento epocale irreversibile (né buono né cattivo, in sé) che deve venire compreso nelle sue peculiarità ed entro il quale bisogna trovare nuove armi (non rimpiangere le vecchie, ormai spuntate) per continuare le lotte contro lo sfruttamento e per l'autonomia. Un'altra caratteristica complessiva da mettere in luce preliminarmente, è che gli Autori cercano sempre di esaminare il materiale che hanno di fronte secondo due prospettive contemporaneamente: con gli occhi freddi degli analisti e con quelli caldi dei rivoluzionari. E' il metodo che trova la sua lontana origine nei Grundrisse di Marx, dove la scienza stessa è movimento antagonistico.

Ma vediamo nel dettaglio quali siano i concetti creati e maneggiati in questo libro e, con ciò, le caratteristiche fondamentali che gli Autori attribuiscono al nuovo impero globale.

Impero. Per liberare subito il campo dagli equivoci, diciamo che il concetto di impero non ha nulla a che vedere con quello di imperialismo: nel contesto dell'imperialismo classico il potere si esercitava, contando sulla moderna centralità dello Stato-nazione, attraverso l'imposizione di limiti, mentre l'impero post-moderno, essendo almeno tendenzialmente aboliti i confini e le sovranità nazionali, dà luogo ad un dominio illimitato. L'impero è il modo complesso in cui si esplica la sovranità, quando, appunto, essa non è più costretta nei giochi dialettici di limiti territoriali definiti. Il potere di una tale sovranità è dunque deterritorializzato - ovvero si esercita (tendenzialmente) nello stesso modo su ogni punto dell'intero pianeta, come su uno spazio liscio (non più striato o segmentato) - e decentrato - poiché non esiste un centro dell'impero, non esiste neppure un luogo unico da cui discenda il potere imperiale. E ancora: poiché il potere imperiale dà luogo ad un dominio illimitato, non esiste un "fuori" dell'impero, non esistono spazi esterni o estranei da conquistare. Tutto (la sopraffazione, lo sfruttamento, il razzismo, come anche l'ibridazione, la cooperazione, il costituirsi delle moltitudini) diviene interno all'impero. L'esempio del razzismo è estremamente interessante: riprendendo un'intuizione di Deleuze e Guattari, Hardt e Negri criticano l'idea che il razzismo sia fondato sull'esclusione dell'Altro e ipotizzano, viceversa, che alla base delle pratiche razziste vi sia piuttosto una "inclusione differenziale" (p. 194), operante per mezzo di una scala virtuale che misura l'allontanamento rispetto ad un unico modello: il volto dell'uomo bianco. Un altro esempio è altrettanto illuminante: quello che riguarda la guerra nell'impero o, meglio, la sua pax romana. Non essendovi un fuori, non vi può neppure essere un nemico (esterno) contro cui combattere; dall'impero, cioè da tutto il mondo, la guerra è sparita. Rimangono solo azioni di polizia contro nemici interni (il terrorismo, per esempio), rimane, al limite, la guerra civile. Ma anche questa è un'ipotesi remota per un regime che non si pensa come risultato di una conquista o di una guerra vinta, ovvero come momento particolare nel corso della storia, ma come un ordine che di fatto sospende la storia. In una battuta si potrebbe dire che l'illimitatezza del dominio imperiale si evidenzia non soltanto nei riguardi dello spazio, ma anche in relazione al tempo. Ma non bisogna dimenticare che, in fondo, le lotte delle masse hanno sempre mirato ad una internazionalizzazione delle relazioni, al di là delle divisioni nazionali, coloniali e imperialistiche, ed hanno dunque favorito gli attuali processi di globalizzazione (cfr. pp. 42 e sgg.). E' per questo che nessuno deve indulgere in qualche nostalgia verso un passato (per esempio quello delle sovranità nazionali) che noi stessi abbiamo contribuito a distruggere. Per non dilungarmi troppo in questioni che verranno riprese, ricordo soltanto che gli Autori utilizzano il termine "impero" perché pensano che quello post-moderno ricordi almeno due elementi costitutivi dell'antico impero romano: non solo, come si è accennato, il dominio illimitato, letteralmente "sconfinato" (su cui si fonda e si legittima la sua sovranità assoluta), ma anche e soprattutto la composizione "mista" (secondo l'antica formulazione di Polibio) della sua costituzione, cioè la compresenza, in un unico regime, delle tre forme fondamentali di governo: quella monarchica del potere militare americano o del Fondo monetario internazionale, quella aristocratica delle imprese multinazionali o delle elite politiche e finanziarie nazionali e sovranazionali e, infine, quella democratica dei mezzi di comunicazione di massa e delle organizzazioni non governative.

Controllo e biopotere. Il passaggio all'impero può essere descritto anche come transizione dal modo di produzione fordista a quello post-fordista, oppure come passaggio dalle società disciplinari alle società di controllo (cfr. § 1.2). Con queste nozioni, che gli Autori prendono a prestito da Michel Foucault e da Gilles Deleuze, si lascia il terreno dell'analisi delle strutture molari dell'impero, per scendere ad un livello molecolare o microfisico. Il biopotere, cioè, in una parola, il controllo sulla vita stessa (degli individui, delle popolazioni, della terra etc.), è l'elemento fondamentale delle nuove società di controllo, in quanto interviene non soltanto per disciplinare i comportamenti, ma anche e soprattutto per governare e, addirittura, per creare desideri, speranze, paure, insomma per dar luogo a soggettività assoggettate. Anche in questo caso, il potere si esercita dall'interno stesso dei corpi, dei soggetti, delle moltitudini. I media ne sono l'esempio più lampante, ma non certo unico. In qualche modo, come accenna Foucault in un passo citato nel testo, lo "schema" del biopotere o delle società di controllo non è tanto quello "democratico" e apparentemente orizzontale dei mezzi di comunicazione, quanto piuttosto quello poliziesco, secondo il quale il controllo diviene capillare, avviene strada per strada, si fa per mezzo di un intervento continuo, raffinato, spesso non invasivo, quasi invisibile se è possibile, salvo poi manifestare il proprio potere reale, se ne sorge la necessità, attraverso tecniche più antiche, come le perquisizioni, i pestaggi, le torture, la repressione di massa. Ma se, nell'età contemporanea, lo stato d'eccezione è divenuto la regola (per dirla con Walter Benjamin), d'altra parte bisogna anche constatare che ogni singolare emergenza della moltitudine, ogni singolo episodio insurrezionale, ogni movimento (dovunque esso avvenga) risulta "immediatamente sovversivo in se stesso" (p. 58); e questo grazie alla propagazione immediata e spontanea che avviene attraverso le reti della comunicazione, ovvero grazie all'"univocità" del piano d'immanenza globale.

Ibrido. Uno dei punti di svolta nell'argomentazione e forse anche uno dei punti più originali del libro di Hardt e Negri è quello nel quale la chiave degli studi post-coloniali apre la porta dell'impero come luogo di identità costitutivamente ibride. Gli Autori prendono il la dalle formulazioni ormai classiche di Franz Fanon sul colonialismo e di Edward Said sull'orientalismo per poi procedere ad una critica che evidenzia le difficoltà di liberarsi realmente dei paradigmi teorici colonialisti. Storicamente, la lotta anti-coloniale, realizzata come lotta di liberazione nazionale, appare davvero un "poisoned gift" (p. 132) ovvero un boomerang per le nazioni che l'hanno intrapresa (dall'India all'Algeria, a Cuba, al Vietnam), che infine si sono trovate a svolgere un ruolo funzionale nelle gerarchie del capitalismo globale. E questo, certo, a causa della trasformazione di una lotta popolare di liberazione, in lotta delegata alle elite politiche nazionali. Ma anche per altri motivi, che forse vanno rintracciati su un piano strettamente teorico. In questo senso, Hardt e Negri criticano la nozione stessa di alterità, sulla quale si è fondata una certa letteratura anticoloniale, mostrandone l'origine imperialistica. La vittoria contro il colonialismo non sta nell'irrigidimento di quella logica binaria - che proprio l'occidente ha imposto ai colonizzati (la civiltà contro la barbarie primitiva, il bianco contro il nero, la vera religione contro la superstizione etc.) e che in questi ultimi ha dato luogo anche a malintesi del genere del "razzismo antirazzista" -, ma nella sua definitiva distruzione. Alla logica oppositiva rigida dell'identità e dell'alterità bisogna opporre la logica liberatoria del contagio o dell'ibrido. Ma qui gli Autori mostrano la loro estrema attenzione critica: l'ibridità dei soggetti in gioco all'interno dell'impero non significa, in sé e per sé, liberazione. Significa semplicemente la necessità di riconoscere che è impossibile ormai parlare e agire secondo opposizioni rigide (Nord/Sud, imperialisti/subalterni, oriente/occidente etc.), perché la composizione imperiale non sta ai facili giochi della dialettica; perché, per esempio, pezzi del vecchio "terzo mondo" si trovano nelle periferie delle grandi metropoli occidentali, mentre elite "imperialiste" sono spesso situate nelle postazioni di comando (economico-finanziario) dei paesi terzi, come sponsor delle regole imperiali dell'economia globale. In sintesi, quello di "ibrido" è un concetto che segna il passaggio dall'imperialismo all'impero, perché in esso traspaiono la differenza e la complicazione come elementi essenziali del mondo post-coloniale. L'ibridismo, tuttavia, può essere ormai caratteristico non solo dell'antagonismo o della resistenza (per esempio, come si è detto, al potere binarizzante del razzismo coloniale), ma anche degli stessi dispositivi del potere imperiale.

Produzione e cooperazione. Scendere dal piano della circolazione a quello della produzione è un elemento fondamentale della metodologia marxiana a cui, per molti versi, Hardt e Negri restano fedeli. Mentre da molte parti sembrano riemergere ricette riformistiche in perfetto stile proudhoniano, i nostri scendono consapevolmente in quella terra di nessuno situata al confine tra l'economia politica e la sua critica. Qui i concetti fondamentali sono quelli di sussunzione reale e di lavoro immateriale. Semplificando, potremmo dire che gli Autori condividono l'assunto di Rosa Luxemburg secondo cui il capitalismo sopravvive solo fino a quando può conquistare e sfruttare uno spazio che non è ancora capitalistico; e sostengono di conseguenza che, da una parte, occupato l'intero spazio planetario, il capitale è costretto a crescere non più estensivamente, bensì intensivamente occupando, sussumendo gli spazi interni lasciati finora liberi (da qui la centralità del biopotere nel contesto della produzione in età imperiale); dall'altra, che l'abbattimento delle barriere prodotto dallo sviluppo del capitalismo ha aperto il campo alla libera crescita di nuove forme di antagonismo. Uno dei momenti fondamentali di questa apertura consiste nell'informatizzazione della produzione, cioè nella trasformazione di gran parte del lavoro in lavoro immateriale (intellettuale, di servizio, di comunicazione etc.). L'essenza antagonistica di tale passaggio (per cui cfr. l'intera Parte terza del libro) è l'autonomizzazione della cooperazione del lavoro rispetto al comando organizzativo del capitale; in altre parole, e secondo un'analisi che qui è impossibile ripercorrere nei dettagli, il lavoro vivo post-fordista si organizza da sé, vive per proprio conto, senza alcun bisogno dell'organizzazione capitalistica, la quale diviene dunque meramente e palesemente parassitaria.

Capitalismo e comando imperiale. Il fatto che l'organizzazione del lavoro immateriale sia divenuta perfettamente orizzontale e molecolarmente diffusa non significa affatto che il comando capitalistico sia stato eliminato. Al contrario, più sono autonome e disperse le ramificazione produttive, più il capitale ha bisogno di un comando centralizzato forte e indiscutibile (pp. 297 e 343 e sgg.). Tanto più che sono cadute, come si diceva, le segmentazioni stato-nazionali a cui il capitalismo si è affidato nella fase del suo maggiore sviluppo (nell'esergo al primo capitolo viene citata l'importante affermazione di Braudel secondo cui "il capitalismo trionfa soltanto nel momento in cui viene ad identificarsi con lo Stato"). Ecco allora che, accanto al controllo biopolitico, sono necessarie forme di controllo complessivo che tengano le redini dell'economia e della politica dell'intero pianeta: la Banca mondiale, il FMI, il WTO, la Nato, ma anche l'ONU. Accanto a queste, istituzionali, ovviamente sta tutta la galassia reticolare delle imprese multinazionali e dei potentati finanziari. Ma per tornare un momento dal piano molare a quello molecolare, vorremmo indicare un punto critico al quale Hardt e Negri non si sottraggono (pp. 312 e sgg.). Non soltanto l'ONU (come ormai nessuno può far finta di non sapere) fa parte dell'organizzazione del dominio imperiale, ma anche le cosiddette organizzazioni non-governative (OGN) sono funzionali alla sopravvivenza dell'ordine capitalistico globale. Le organizzazioni "umanitarie" come Amnesty International o Medici senza frontiere agiscono secondo un imperativo morale di carattere universale, trasformano le questioni politiche in questioni di nuda vita, estendono capillarmente la logica del biopotere. Sono, insomma, il volto presentabile del neoliberismo, sono "tra le più potenti armi pacifiche del nuovo ordine mondiale - le compagnie di carità e gli ordini mendicanti dell'impero", che "conducono 'guerre giuste' senza armi, senza violenza, senza confini" (p. 36).

Moltitudine e soggettività. La costituzione di un contropotere che sia in grado di resistere all'invasione biopolitica del capitalismo imperiale e di creare nuove forme di organizzazione politica autonoma non può dunque nascere (come molti sembrano credere all'interno del cosiddetto movimento anti-globalizzazione) da quel tessuto di associazioni umanitarie internazionali che fungono, il più delle volte loro malgrado, da stampelle moralistiche del potere imperiale - è quanto accade tutte le volte che si innalza un vessillo umanitario per legittimare, preventivamente o a posteriori, un intervento militare o d'altro genere (i casi sono numerosissimi, basti qui ricordare la questione a tutti nota della guerra in Kosovo). Il piano in cui la moltitudine si può organizzare autonomamente è, come si è accennato, proprio quello della produzione. Prima di addentrarci nel problema decisivo della costituzione della moltitudine in soggettività, però, occorre una precisazione terminologica. Il termine "moltitudo" proviene da una tradizione per certi versi minoritaria della filosofia politica europea; la sua storia si compie soprattutto nelle opere di Machiavelli e di Spinoza. Gli Autori si riferiscono a tale tradizione, e si servono della nozione di moltitudine soprattutto in opposizione a quella (facente capo alla tradizione maggioritaria della modernità) di "popolo". Il popolo è il frutto dell'unificazione artificiosa operata dallo stato-nazione sul corpo vivo della moltitudine, che, di conseguenza, rispetto al popolo mantiene due caratteristiche fondamentali: il rifiuto della delega ad un potere costituito, ovvero l'essere e rimanere potere costituente, e l'affermazione di un'irriducibile molteplicità, ovvero il rifiuto di sacrificare le proprie singolarità per un preteso interesse generale. Perciò, solo la moltitudine è capace di un'autentica "democrazia assoluta" - espressione spinoziana che in Empire viene utilizzata come sinonimo di "comunismo". Bene, la questione urgente nel contesto dell'impero è precisamente quella della composizione (non dell'unificazione) della moltitudine in soggettività politica potente, capace cioè di insorgere contro il potere imperiale (cfr. pp. 393 e sgg.). Qui gli Autori non hanno una ricetta definitiva (benché in qualche modo la loro stessa biografia indichi in una direzione piuttosto precisa), ma si limitano a enunciare le rivendicazioni fondamentali che la moltitudine organizzata dovrebbe far proprie, e che sono: il diritto di cittadinanza universale, il diritto a un salario sociale, il diritto alla riappropriazione (del sapere, della tecnologia, cioè, in ultima analisi il diritto all'autonoma produzione di sé).

I nuovi barbari. Il diritto di cittadinanza è strettamente legato alla questione, davvero centrale, della mobilità e delle migrazioni nell'età globale; perché se è vero che cadono i confini tra gli Stati e si libera dunque la circolazione per merci e capitali, è altrettanto indiscutibile che vi sia, contemporaneamente, una fortissima resistenza alla libera circolazione della forza lavoro. E questo per il fatto che "la mobilità e il nomadismo di massa dei lavoratori esprime sempre un rifiuto e un tentativo di liberazione: la resistenza contro le orribili condizioni di sfruttamento e la ricerca di libertà e di nuove condizioni di vita" (p. 212). In particolare, nell'età del controllo imperiale, sono proprio la sottrazione e la diserzione, l'esodo e il nomadismo a costituire quelle forme fondamentali di resistenza che, nelle società disciplinari (fordiste), erano rappresentate dal sabotaggio. Coloro che, nell'impero, mettono in atto un tale genere di resistenza sono "i nuovi barbari" (pp. 214 e sgg.), perché sono coloro che, sul corpo stesso dell'impero globale, costituiscono (ontologicamente) l'inaggirabile evidenza del suo declino.

Il rifiuto e la gioia. L'ultimo breve paragrafo dell'opera, dedicato alla militanza, dà compimento ad uno precedente, bellissimo, dedicato al rifiuto. In entrambi i casi troviamo descritte figure emblematiche, eroi della fuga e dell'amore; si tratta, fra gli altri, di Bartleby, lo scrivano, celeberrimo personaggio dell'omonimo racconto di Melville, e di San Francesco d'Assisi. Bartleby è colui che rifiuta semplicemente di continuare a servire, a lavorare. E' colui che disarma l'autorità solo con la sua calma e la sua serenità, con il suo rifiuto indifferente, assoluto. Ma per gli Autori - e qui molte cose sarebbero da dire - "questo rifiuto è certamente l'inizio di una politica di liberazione, ma appunto solo l'inizio. Il rifiuto in sé è vuoto" (p. 204). E, soprattutto, solitario. "Le nostre linee di fuga, il nostro esodo devono essere costituenti e creare un'alternativa reale. Oltre il mero rifiuto, o come parte di esso, abbiamo bisogno di costruire un nuovo modo di vita e soprattutto una nuova comunità" (ibidem). Al di là di quel semplice rifiuto, che a Hardt e Negri appare ancora non affermativo, c'è la gioia dell'essere. Vale davvero la pena di trascrivere, senz'altro, l'ultimo capoverso di questo libro - non prima di aver notato come, questo libro che si apre con la parola "empire", termini significativamente con l'espressione "being communist": "There is an ancient legend that might serve to illuminate the future life of communist militancy: that of Saint Francis of Assisi. Consider his work. To denounce the poverty of the moltitude he adopted that common condition and discovered there the ontological power of a new society. The communist militant does the same, identifying in the common condition of the moltitude its enormous wealth. Francis in opposition to nascent capitalism refused every instrumental discipline, and in opposition to the mortification of the flesh (in poverty and in the constituted order) he posed a joyous life, including all of being and nature, the animals, sister moon, brother sun, the birds of the field, the poor and exploited humans, together against the will of power and corruption. Once again in postmodernity we find ourselves in Francis's situation, posing against misery of power the joy of being. This is a revolution that no power will control - because biopower and communism, cooperation and revolution remain together, in love, simplicity, and also innocence. This is the irrepressible lightness and joy of being communist" (p. 413).

di Paolo Godani

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