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IL SACRO IMPERO

Per una critica della "Bibbia" di Negri e Hardt

La quarta di copertina dell'edizione francese di Impero (Michael Hardt, Antonio Negri, Empire, Harvard University Press 2000; trad. francese Exiles 2001; trad. italiana Rizzoli 2002) recita: "un tentativo di scrivere un nuovo 'Manifesto comunista' per il nostro tempo". L'aspirazione è in qualche modo ribadita nell'elzeviro (chiamo "elzeviri" i capitoletti in carattere corsivo disseminati nel testo) dedicato al Manifesto politico (pp. 73-76).

Ma dubito che Impero possa essere classificato nel genere "manifesto": i "manifesti" - politici, artistici, filosofici che siano - sono eminentemente sintetici, originali, radicali. Impero è tutt'altro, e forse centra di più il bersaglio la quarta di copertina dell'edizione italiana, definendolo "la Bibbia del nuovo movimento".

"IL" LIBRO

Come la Bibbia, Impero è un testo eterogeneo - contiene storie, profezie, testi letterari - e spesso contraddittorio. Come la Bibbia (1) "può essere letto in molti modi diversi: dall'inizio alla fine e viceversa, per singole parti, soltanto qua e là, o basandosi su corrispondenze" (p. 18). In altre parole, funziona come un ipertesto: non un ipertesto ante litteram, come la Bibbia, ma coerentemente post litteram, in linea con l'epoca postmoderna dello zapping e della libera navigazione dei flussi di informazione in cui gli autori si collocano. Direi anzi che la lettura "per singole parti, soltanto qua e là" è preferibile, più suggestiva senza che il senso generale dell'opera ne soffra, mentre la lettura "dall'inizio alla fine" è piuttosto tediosa e lascia emergere fastidiose contraddizioni.

Così come la Bibbia contiene due diversi racconti della creazione del mondo (2), anche Impero contiene due differenti narrazioni della genesi dell'Impero, questo "nuovo soggetto politico [...], potere sovrano che governa il mondo" e che "si sta materializzando proprio sotto i nostri occhi" (p. 13), ma ha origini lontane.

La prima è una storia del pensiero politico da Duns Scoto a Malcolm X, fortemente apologetica della Costituzione degli Stati Uniti, in cui "il filo rosso è costituito dalla genealogia del concetto di sovranità" (p. 18). Così a occhio, la attribuirei a Hardt e mi sembra rivolta soprattutto a un pubblico di giovani radical americani, i quali troveranno assai rispettata la formazione scolastica ricevuta, visto che le icone di Jefferson, Lincoln e Wilson restano al loro posto nella galleria degli eroi della democrazia. La seconda è una storia degli stadi di sviluppo del capitalismo, scandita come si conviene dalla contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione (naturalmente nell'originale - ma ormai classica - versione operaista secondo cui sono le lotte del proletariato a spingere l'evoluzione del capitale), che focalizza l'attenzione soprattutto sul passaggio dallo stadio dell'imperialismo all'attuale stadio - questo sì, finalmente, supremo - dell'Impero. L'attribuirei senz'altro a Negri, anche se si tratta di una versione al tempo stesso impoverita e dilatata (vorrei dire "spalmata") del pensiero di questo autore. E mi sembra rivolta soprattutto a un pubblico di giovani rivoluzionari europei, pur sempre legati alla tradizione marxista.

Impero è comunque un testo più ecumenico della Bibbia (che ha alimentato solo tre grandi religioni, in pessimi rapporti reciproci) e strizza l'occhio a un pubblico ancora più vasto: ai colti lettori dei nouveau philosophes (Deleuze, Guattari e soprattutto Foucault hanno una parte assai autorevole in questo libro), ai "poveri" (cfr. l'elzeviro Il povero, pp. 152-154) e con essi al mondo cattolico (i poveri sono infatti sublimati nella figura di san Francesco di Assisi, prototipo del militante comunista, cfr. l'elzeviro Il militante, pp. 380-381, che chiude l'opera), ai rappers (p. 377), ai cultori del piercing, del tatuaggio, del punk e del postpunk (p. 206), perfino ai lavoratori (purché non inquadrati nei sindacati e nei partiti riformisti, ma organizzati in movimenti tipo Wobbly, cfr. pp. 198-199), a tutti quanti insomma esprimano in qualsiasi modo un disagio sociale e possano perciò essere inclusi nella Moltitudine. Impero si propone appunto come il Libro (non semplicemente un libro) di questo novello popolo eletto.

LE DUE STORIE DELL'IMPERO

Le due storie della genesi dell'Impero - come le due creazioni della Bibbia - sono in contraddizione tra loro. Entrambe sono inoltre in contraddizione con l'ispirazione postmoderna che Impero vorrebbe avere. Sono entrambe teleologiche, con una direzione ben identificabile (al punto da consentire le profezie) e un movimento dialettico; entrambe mostrano una marcia dell'Umanità, attraverso faticose Tesi, Antitesi e Sintesi, verso il (lieto) Fine. Sono storie che lavorano per i buoni (cioè per la liberazione della "moltitudine"), in cui alla fine gli ultimi saranno i primi e i poveri erediteranno la terra. Storie che "la storia siamo noi", come canta De Gregori, "prodotta dall'azione umana", fatte da "le intenzioni e le resistenze, le sconfitte e le vittorie, le gioie e le sofferenze umane" (p. 224), spinta da una Soggettività potente e cosciente. Un teatrino del Soggetto, dell'Origine e del Fine, direbbe Althusser. Una "grande narrazione", direbbe Lyotard, di fatto una religione secolarizzata (nemmeno tanto). In una parola: tutto ciò che il pensiero postmoderno ha criticato, negato, vietato.

PRIMA STORIA

La prima storia - quella che ho attribuito a Hardt, narrata nella parte II - si svolge all'insegna di una dialettica di stampo prettamente hegeliano: è la storia della sovranità occidentale, quasi una Filosofia dello Spirito ad uso dei nordamericani, poiché il percorso dello Spirito culmina qui, anziché nello Stato prussiano, nella Costituzione degli Stati Uniti.

La Tesi di partenza è uno strano Umanesimo, collocato tra il 1200 e il 1600, e interpretato come una rivoluzione culturale nel segno del laicismo, rovesciamento della Trascendenza in Immanenza, della divinità creatrice in umanità produttiva (cfr. pp. 80-86): la Moltitudine scopre se stessa.

Antitesi: questa Moltitudine è troppo potente, e va tenuta a bada, inventando una trascendentalità mondana che la controlli e possibilmente la sfrutti. Il risultato è il moderno Stato sovrano, "dispositivo trascendentale" per eccellenza, "Dio in terra" secondo la definizione di Hobbes (cfr. pp. 86-97). Ed ecco l'evoluzione degli Stati europei e la costruzione della sovranità moderna che con tale storia si identifica: dalle grandi monarchie del Settecento, all'invenzione ottocentesca del "popolo", allo Stato-nazione che vorrebbe basarsi sul consenso ma degenera nei regimi totalitari del Novecento. Un'evoluzione che mostra come l'Antitesi del potere statale sia insufficiente a contenere la Tesi della moltitudine.

Tutto questo succede in Europa. In America la storia prende un'altra direzione e produce un'Antitesi all'Antitesi (con un po' di pazienza, diventerà una Sintesi): l'Impero. L'esodo dei coloni verso le Americhe - moltitudine che si sottrae alla modernità - "riscopre l'umanesimo rivoluzionario del Rinascimento perfezionandolo in scienza politica e costituzionale" (p. 156), ponendo le premesse di una forma di sovranità affatto diversa da quella prevalsa in Europa. La Rivoluzione americana è rivoluzione autentica (a differenza di quella francese) e gli Stati Uniti sono fin dall'origine - fin dalla Costituzione - Impero e non Stato-nazione; per di più, un Impero del Bene, o almeno un Impero del Meno Peggio.

Anche l'Impero, infatti, deve crescere superando le sue contraddizioni: le ombre, in questo progetto di "affermazione della libertà" (p. 158), non sono poche, dal genocidio dei nativi, alla questione razziale, a politiche che sembrano decisamente "imperialiste" più che autenticamente "imperiali", alla guerra del Vietnam. L'Impero americano ha un'anima buona e un'anima cattiva. L'anima cattiva tende a emulare lo Stato-nazione imperialista europeo: questa, ad esempio, è la tentazione di Theodore Roosevelt, che "applicava un'ideologia imperialista di marca europea" (p. 166). L'anima buona è quella di Woodrow Wilson, che invece "adottava un'ideologia internazionalista di pace" (p. 167). Ma quel che conta è che alla fine vince l'anima buona: essa incarna una sovranità che non consiste "nella regolazione esteriore della moltitudine, bensì è la risultante delle sue sinergie" (p. 158). Il controllo, se c'è, non risponde a un principio di repressione ma a un "principio di espansione", non dissimile a quello praticato da Roma imperiale: se in presenza di conflitti lo Stato-nazione europeo rafforza le frontiere esasperando le distinzioni Interno/Esterno, Io/Altro, l'Impero americano le sposta, interiorizzando l'esterno, includendo l'altro (cfr. pp. 161-165).

Ed eccoci alla Sintesi: l'Impero globale (non più americano) che "si sta materializzando sotto i nostri occhi". Senza più barriere agli scambi economici e culturali, senza più distinzioni tra interno ed esterno, senza più vincoli spaziali grazie all'informatizzazione e alla comunicazione in rete, l'Impero è un non-luogo. Gli Stati Uniti non ne costituiscono il centro (cfr. p. 18), per il semplice motivo che un non-luogo non ha centro. "Né gli Stati Uniti, né alcuno stato-nazione costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista [...]. Nessuna nazione sarà un leader mondiale come lo furono le nazioni europee moderne" (p. 15). Gli Stati Uniti sono stati gli ispiratori dell'Impero, "nato dall'espansione mondiale del progetto costituzionale americano", compimento del progetto internazionalista e pacifista di Wilson (p. 168), e per questo hanno - ammettiamolo - una "posizione privilegiata" (p. 167). Ma sono essi stessi inglobati, sussunti, al limite cancellati in una logica più vasta.

Riassumiamo brevemente questa storia: l'idea di Impero nasce nel 1787 con la Costituzione americana, si sviluppa contraddittoriamente, si compie oggi nell'Impero globale, senza centro e senza leadership (quanto meno, di vecchio tipo). Ha un'anima autenticamente democratica.

SECONDA STORIA

La seconda storia è la storia del capitalismo: dal punto di vista delle istituzioni politiche si passa al "punto di vista della produzione intesa in senso molto ampio, che comprende la produzione economica e la produzione della soggettività" (p. 18). In questa seconda storia, narrata nella parte III, più che la dialettica hegeliana, troviamo all'opera la "dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione" cara alla tradizione marxista.

Si tratta qui di seguire gli "stadi di sviluppo" del capitalismo che, come un organismo vivente, nasce, cresce, invecchia e (si spera) morirà. "Ai tempi della prima guerra mondiale, molti osservatori - e, in particolare, i teorici marxisti - ritenevano che per il capitale fosse suonata la campana a morto" (p. 253), ma evidentemente, dato che "alla fine del XX secolo, il capitalismo è miracolosamente ancora vivo" (p. 254), avevano preso un granchio. Bisognerà perciò ripercorrere la catena degli stadi di sviluppo e vedere di allungarla.

Dunque, dallo stadio concorrenziale delle origini il capitalismo passa allo stadio monopolistico (tendenza già prevista da Marx) e, con questo, all'imperialismo. Come diceva Lenin, "se si volesse dare la definizione più concisa dell'imperialismo, si dovrebbe dire che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo" (3).

Tra i teorici dell'imperialismo, comunque, Hardt e Negri prediligono Rosa Luxemburg. La nota tesi sottoconsumista viene ridotta all'osso (i bassi salari significano bassi consumi, la crescita della composizione organica, con la conseguente diminuzione del capitale variabile, significa consumi ancora più bassi, dunque "la realizzazione del capitale è così bloccata dalla questione di queste 'basi ristrette' dei poteri di consumo", p. 213), attribuita allo stesso Marx (cfr. p. 213), elevata a contraddizione principale del capitalismo, a cui tutti gli altri "limiti" del capitale possono essere ricondotti (cfr. p. 212). Inoltre, l'impostazione luxemburghiana ben si presta a dar conto della tendenza del capitalismo all'espansione, alla "capitalizzazione dell'ambiente non capitalistico" (p. 215), e a spiegare come "il processo di capitalizzazione interiorizza il fuori" (ibid).

Spinto dalle sue interne contraddizioni, dalle lotte del proletariato o da tutte e due le cose insieme (è un po' difficile conciliare le "leggi oggettive" delle teorie classiche dell'imperialismo con il soggettivismo operaista), il capitalismo esaurisce anche la fase imperialista e trapassa ad un nuovo stadio di sviluppo. Il New Deal rooseveltiano ne costituisce il modello, che dagli Stati Uniti verrà esportato in tutti i paesi occidentali nel secondo dopoguerra; le sue caratteristiche sono la regolazione economica affidata allo Stato, le politiche keynesiane, il welfare state.

Come si chiama questo nuovo stadio di sviluppo? "Capitalismo monopolistico di Stato!", diranno subito i miei cinque lettori veteromarxisti. Sbagliato. Si chiama Impero. A quanto pare, tutte le strade portano all'Impero, come una volta portavano a Roma.

L'Impero, a differenza dell'imperialismo, è davvero lo "stadio supremo" del capitalismo, per due motivi. In primo luogo, perché in questo stadio la disciplina di fabbrica viene imposta all'intera società (è la vecchia tesi operaista dello "stato-piano", riformulata con una terminologia più foucaultiana): "il modello del New Deal [...] ha prodotto la più alta forma di governo disciplinare", "una società disciplinare è una società-fabbrica" (p. 230). In secondo luogo, perché in seguito ai processi di decolonizzazione si passa dalla sussunzione formale del mondo al capitale, caratteristica del vecchio imperialismo a "espansione estensiva", alla sussunzione reale del mondo al capitale, il quale pratica oggi un'"espansione intensiva" (cfr. pp. 254-256).

Riassumiamo anche questa seconda storia: l'Impero è lo stadio supremo del capitalismo, nasce negli Stati Uniti dopo la crisi del 1929 con il New Deal (prima di questa data - se, come pare, hanno ragione i vecchi Lenin, Luxemburg, Hilferding - anche gli Stati Uniti erano una potenza imperialista), si afferma nel resto del mondo nel secondo dopoguerra. è una "società disciplinare", un tremendo dispositivo di oppressione.

UN LIETO FINE

La seconda storia non è ancora finita. Come si è detto, essa parla della "produzione intesa in senso molto ampio, che comprende la produzione economica e la produzione della soggettività". Veniamo dunque alla "produzione della soggettività": la produttiva moltitudine che abbiamo lasciato nella prima storia qui diventa il proletariato che attraverso il lavoro, le lotte e le infinite forme della resistenza produce prodotti, produce la produzione (facendola passare dalla fase della modernizzazione industriale a quella della postmodernizzazione postindustriale o informatizzazione, cfr. p. 263 e ss.), soprattutto produce se stesso trascorrendo attraverso le figure dell'operaio professionale (corrispondente alla "fase di produzione industriale precedente il pieno dispiegarsi dei regimi fordisti e tayloristi", p. 377) che riscattava il lavoro produttivo; dell'operaio massa ("che corrisponde allo sviluppo dei regimi tfordisti e tayloristi", p. 378), che osava addirittura progettare "un'alternativa reale al sistema del potere capitalistico" (ibid.); per diventare infine lavoratore sociale (nella fase del "lavoro immateriale"). A questo punto può finalmente "esprimersi come autovalorizzazione dell'umano", realizzando "un'organizzazione del potere produttivo e politico come unità biopolitica gestita dalla moltitudine, organizzata dalla moltitudine, diretta dalla moltitudine - una democrazia assoluta in azione" (p. 378).

Wow! Dove? Quando? Ma qui, ora, subito! L'Impero cadrà, sta per cadere, cade, è già caduto! E che ci vuole? In fondo è solo una questione di atteggiamento mentale: basta opporre, come faceva Francesco d'Assisi, la gioia di vivere alla miseria del potere. Tremate, potenti: un sorrisetto vi seppellirà. E voi, moltitudini, andate in pace: il Libro è finito, la terra promessa è raggiunta.

RISVEGLI

Negri è sempre stato un ottimista e un sognatore, anzi, un sognatore ottimista: se sogna un mostro (ieri lo "Stato-piano", oggi l'"Impero"), lo sogna morto; se sogna un eroe (ieri l'"operaio sociale", oggi "lavoratore sociale" o "moltitudine"), lo sogna vivo e vincente. Non lo nego, sognare è bello. Soffrire di allucinazioni, molto meno. E vedere un impero caduto e un comunismo trionfante dove c'è invece un capitalismo aggressivo, uno stato di guerra quasi permanente, un movimento operaio sconfitto, più che una bella utopia mi sembra francamente un'allucinazione.

Non voglio tuttavia discutere gli aspetti onirici o allucinati di Empire, che in fondo rappresentano il lato più originale di quest'opera e che qualcuno potrebbe anche trovare poetici. Preferisco soffermarmi brevemente sui pochi strumenti analitici che Empire suggerisce e che qualcuno potrebbe anche prendere sul serio, ma che a me sembrano inadeguati e fuorvianti.

In generale, giocare la categoria di "impero" decisamente contro quella di "imperialismo" (altri autori la usano piuttosto per alludere a una variante di quest'ultimo) mi pare una mossa tutto sommato perdente: per un amore di novità che ha poi alle spalle il vecchio vizio marxista di leggere ogni trasformazione come uno stadio ulteriore (nella speranza che sia finalmente quello supremo), ci si libera troppo frettolosamente di categorie che forse aiutano a leggere la realtà contemporanea in modo più avvertito. E anche l'idea del declino dello Stato-nazione - che Hardt e Negri non sono certo gli unici a proporre: il dibattito sulla globalizzazione se ne sta nutrendo da anni (4) - merita un supplemento di riflessione.

IL MODELLO DI POLIBIO

L'Impero di Hardt e Negri, questa nuova forma del potere politico che dello stato avrebbe preso il posto, affidata com'è a due genesi contraddittorie, è a dir poco sfuggente. Tuttavia, verso la fine del volume, un piccolo sforzo di dare almeno l'idea della sua struttura viene compiuto, ricorrendo - come metafora - alla descrizione dell'Impero romano di Polibio.

Secondo Polibio, "l'impero romano rappresentava l'apice dello sviluppo politico in quanto riuniva le tre forme 'buone' del governo - monarchia, aristocrazia e democrazia - rispettivamente incorporate nelle figure dell'Imperatore, del Senato e dei comitia popolari" (p. 294). Analogamente, oggi abbiamo un Imperatore, cioè "un superpotere, gli Stati Uniti, che esercitano l'egemonia sull'utilizzo globale della forza" (p. 290); un Senato, ossia "un gruppo di Stati-nazione che controlla i principali strumenti monetari globali tramite i quali regola gli scambi internazionali" (ibid.), sostenuto dalle "società capitaliste transnazionali" (p. 291) di cui rappresenta gli interessi; e dei comitia, cioè "organismi che rappresentano gli interessi popolari nel dispositivo del potere globale" poiché "la moltitudine non può essere integrata direttamente nella struttura del potere globale, ma deve essere filtrata mediante meccanismi rappresentativi" (ibid.). Questi apparati di mediazione sono assai vari: Stati-nazione, media, organizzazioni religiose, Ong (queste ultime ritenute particolarmente significative data la loro dimensione metanazionale, cfr. pp. 293-296).

UN BRUTTO PASSO INDIETRO

Una ricostruzione suggestiva, ma fuorviante, in primo luogo per la separazione tra potere economico e potere politico-militare che suggerisce. Qui si fa un brutto passo indietro rispetto alle vecchie teorie dell'imperialismo. Il termine "imperialismo" coniato a cavallo tra Ottocento e Novecento, infatti, designava precipuamente (e non solo presso gli autori marxisti) la connessione tra le politiche di aggressione militare praticate da quelli che erano gli Stati forti, le "grandi potenze" dell'epoca, da un lato, e, dall'altro, processi economici quali l'esportazione di capitali, la formazione del capitale finanziario, l'azione dei grandi monopoli internazionali.

Il termine "impero", nell'accezione proposta da Hardt e Negri, spezza proprio tale connessione. La globalizzazione del mercato risulta in quest'ottica un processo esclusivamente economico, in quanto tale sostanzialmente "pacifico" (certo, implica lo sfruttamento e un po' di sana concorrenza, ma nulla ha a che fare con aspetti propriamente militari), addirittura esente da conflitti intercapitalistici, grazie alla gestione sovranazionale degli strumenti monetari (5). Viceversa, la guerra ha ragioni extraeconomiche, è puro esercizio di potere da parte di Sua Maestà l'Imperatore Usa, oppure è davvero condotta a garanzia di valori universali affidati a un "tertium super partes" (cfr. p. 23 e ss.), e benché gli indici di Borsa siano sensibilissimi ai suoi risultati nulla ha a che fare con gli interessi del mercato e del capitalismo.

Sarà anche vecchio, vecchissimo "economicismo", ma è poi così sbagliato vedere questioni economiche dietro le ultime guerre condotte dagli Stati Uniti? Questioni di petrolio dietro la guerra del Golfo; la necessità di garantirsi il controllo in un'area economicamente strategica dietro l'attuale intervento in Afghanistan; la volontà di dare segnali forti a possibili competitori economici (la Germania, rafforzata dall'area europea, con le sue mire verso i mercati dei paesi ex socialisti) dietro la recente guerra di Jugoslavia. Certo, esiste anche una logica "di potenza" relativamente (solo relativamente) autonoma: ma anche questa è una logica di parte, si esplica in un quadro - per citare il Foucault che tanto piace ai Nostri - di "concorrenza statale", in quel "tempo indefinito in cui gli Stati devono lottare gli uni contro gli altri" in cui domina la "ragion di Stato" (6). In ogni caso, se non ci sono solo ragioni economiche, sicuramente non si sbaglia a dire che ci sono anche queste.

"PIU' MERCATO E PIU' STATO"

Del resto, la guerra è anche un enorme business: alimenta un potente settore industriale (materialissimo, e con ricadute enormi in altri settori, materiali e immateriali). E gli Stati Uniti esercitano anche un'egemonia economica: troppo spesso, parlando di crisi, recessione, cattiva salute dell'economia americana, enfatizzando dati negativi relativi alla crescita o al debito di questo paese, si finisce col sostenere che gli Stati Uniti hanno nei confronti degli altri paesi forti una supremazia puramente militare.

A mio avviso, dopo la crisi degli anni Settanta e le paure degli anni Ottanta, gli Stati Uniti hanno ampiamente consolidato anche una supremazia economica: grazie all'industria bellica (vero moltiplicatore della crescita economica statunitense, altro che welfare), grazie alle ricche ricadute di questa nell'industria civile (trasporti, chimica, componentistica, hardware, software e altro ancora), grazie alla ricerca scientifica (in gran parte spinta dalla ricerca per scopi militari), grazie non da ultimo a un accorto protezionismo tariffario e non tariffario, a politiche monetarie pro domo sua, a interventi di sostegno delle aziende in crisi: proprio politiche da Stato-nazione, per un paese che - a voler dar retta a Hardt e Negri - Stato-nazione non è mai stato! Alla faccia del conclamato neoliberismo, la ricetta Usa sembra decisamente "più mercato e più Stato".

Occorrono tanti libri, per decifrare l'intreccio di capitalismo e Stato, di poteri economici e poteri politici, militari, ideologici che oggi percorre il mondo; tante analisi, pazienza se piccole e parziali, più che grandi e frettolose sintesi.


Maria Turchetto

Recensione apparsa nel N.87 di Guerre&Pace


Da questi link potete trovare il testo di Negri e Hardt in inglese.
  • Versione PDF [Originale, non stampabile se non dopo decrittazione] - 1.3Mb
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  • NOTE

    (1) "Come altri grossi libri", dicono in realtà gli autori. Preciserei: non tutti i "grossi libri", poiché quelli che seguono un'argomentazione sistematica (come l'Etica di Spinoza o Il Capitale di Marx, per citarne due che piacciono agli autori di Impero) devono essere letti dall'inizio alla fine, e in quest'ordine.
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    (2) Cfr. M.A. Manacorda, Lettura laica della Bibbia, Editori Riuniti, Roma 1996, p. 47 e ss.
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    (3) Vladimir Ilic Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 128.
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    (4) La rivista virtuale "Intermarx" offre un'ottima panoramica di queste posizioni con gli articoli raccolti nel tema "La globalizzazione, l'imperialismo, lo Stato".
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    (5) Questa è davvero una vistosa semplificazione. Il sistema monetario è proprio quello meno globalizzato nel panorama contemporaneo, a differenza di quanto avveniva in epoche "semplicemente" imperialiste (con il dominio della sterlina fino alla prima guerra mondiale e quello del dollaro nel secondo dopoguerra).
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    (6) M. Foucault, Résumé des cours 1970-1982, Bfs, Pisa 1994, p. 67.
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