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M.FOUCAULT, Difendere la società, Dalla guerra delle razze al razzismo di stato, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990.



Le lezioni tenute da Foucault al College de France tra il 1970 e il 1984, anno della sua prematura morte, sono forse altrettanto famose quanto i libri che lo hanno reso così popolare e discusso in tutto il mondo.
Il corso presentato in questo volume è quello del 1975-'76, centrale rispetto allo svolgimento dei cicli di studi compiuti da Foucault nell'arco di oltre un decennio. La complessa macchina genealogica approntata dal filosofo francese affina gli strumenti propri di un'analisi critica radicalmente nuova della società e della sua cultura. Il lettore italiano che già conosce Microfisica del potere ritroverà all'interno di Difendere la società i due corsi del 7 e 14 gennaio 1976 che aprono il libro e che fino ad oggi come un discorso interrotto sul nascere.
L'iniziativa editoriale curata da Alessandro Fontana (docente a Parigi dal 1966 ed allievo e collaboratore di Foucault), da Mauro Bertani, Valerio Marchetti e Gilbert Burlet intende valorizzare le riflessioni che Foucault proponeva a se stesso ed ai suoi ascoltatori e di cui finora non si era avuta trasposizione scritta (in Francia esistono soltanto i cosiddetti résumés, riassunti che l'autore stesso dei corsi consegna a fine d'anno all'archivio del College). Il lavoro assume, inoltre, ancora più importanza dal momento che si tratta di una serie di puntualizzazioni, di spiegazioni e di ulteriori sollecitazioni alla ricerca che Foucault forniva sullo stato e sull'evoluzione dei propri studi.
All'inizio degli anni '70 il discorso foucaultiano avvia una serie di ricerche storiche che avvalendosi di un metodo critico e genealogico (per analisi genealogica Foucault intendeva la ricognizione "delle serie della formazione effettiva del discorso", di quel discorso cioè che costituisce il nostro universo culturale) cercano di stabilire i modi dei rapporti di potere, all'interno della società occidentale.
Il corso del '75-'76 visualizza questa rete di problemi dentro all'ordine sociale che da quasi duecento anni ci è stato trasmesso come tale. La società di cui Foucault ci parla è attraversata ovunque e da ogni direzione dalla lotta e dallo scontro generati da una guerra interminabile, una guerra che forse la politica è stata chiamata a condurre con altri mezzi. Il racconto (perché è certo che a Foucault non manca la qualità di narratore instancabile) corre pagina dopo pagina a segnare gli elementi più interessanti di una storia ridescritta in maniera molto diversa da quella con cui abbiamo convissuto finora, segnando tappe, rovesciando immagini e miti, esplorando luoghi inconsueti.
La ricomposizione della nostra società, nelle abili mani di un cartografo del tutto particolare, acquista la geografia di un territorio che non avremmo mai pensato di vedere ma che pure esiste. E' la narrazione sapiente di una storia del potere mai scritta e soprattutto di una soggettività che, in un'incessante altalena di contrapposizioni e di cedimenti, di rivolte e di sconfitte, costruisce il collettivo ed individuale che arriva sino a noi.
Una società bellicosa e travagliata si costruisce attorno al principio di una guerra eternamente combattuta in nome di quel potere che Foucault non analizza più a partire dal modello giuridico della sovranità. Questo modello "presuppone l'individuo come soggetto di diritti naturali e poteri originari" ed indica la legge come "manifestazione fondamentale del potere". Al contrario, occorre studiare non i termini della relazione di potere, quanto la relazione stessa; quindi cercare di comprendere in che modo il principio dell'assoggettamento ha dato origine agli individui.
Ma se possiamo pensare il potere in termini di rapporti di forza, arriveremo alla sua comprensione accettando, in esso, la forma generale della guerra.
Quando e come, si interroga Foucault, si è pensato alla guerra in quanto, lotta eterna che sconvolge una pace apparente, un ordine civile ridotto ad incessante battaglia?
Il discorso sulla guerra e sui rapporti fra guerra e società appare subito dopo la fine dei grandi conflitti di religione ed all'inizio delle lotte politiche inglesi del XVII secolo. Si tratta di raccontare scontri e battaglie reali, e non certo le guerre ideali immaginate dai filosofi dello stato di natura. La sedimentazione discorsiva, se così possiamo chiamarla, che viene via via stratificandosi, esclude da subito ogni parola pronunciabile in favore di uno stato e di una società alla ricerca di valori di verità imperniati sul diritto e la legge come produttori di pace. Il discorso della guerra, anzi, esclude persino se stesso "dall'universalità giuridico-filosofica" cui si richiamavano i legislatori e i filosofi del passato. Il suo ordine di razionalità si fonda sul disequilibrio, la dissimmetria, sulla verità che diventa arma. Scompaiono inesorabilmente, dopo l'analisi di Foucault, i simulacri di quella ragione che l'Occidente ha voluto raccontare come storia del giusto e del bene.
La verità di Foucault, o ancora meglio le singole, possibili verità, ognuna legata ad uno specifico contesto storico, ad una delle mille pieghe del sapere e del suo diventare cronache di fatti ed avvenimenti, non è meno bellicosa della pace di cui denuncia la doppia faccia. Anche perché è una verità ritrovata negli interstizi della storia, disvelata con opera paziente di scalfiture e con grande erudizione.
Il diritto di sovranità, più che cancellato, "penetrato e trasformato", sostiene Foucault, modificato dal nuovo diritto, quello del potere di far unire o di far vivere (lucida interpretazione dell'essenza stessa di ciò che è la guerra), si trasforma nel suo contrario: far morire e lasciar vivere diventano far vivere e lasciar morire. E sappiamo tutti quanto, nella società che appartiene al nostro quotidiano, la nuova formula abbia attecchito. Il potere "prende in gestione" la vita, il campo biologico, mentre contemporaneamente (e in maniera inevitabile) compaiono i concetti di razza, di distinzione tra le razze, di gerarchia delle razze, di divisione tra razze buone e razze cattive, superiori e inferiori. Il razzismo stabilisce questo, "una cesura di tipo biologico all'interno di un ambito biologico".
La società di normalizzazione - processo questo che non viene da molto lontano e la cui origine è probabilmente situabile all'inizio delle trasformazioni industriali dell'800 - hanno bisogno del razzismo, e del concetto di razza, per legittimare la funzione stessa della messa a morte (condannare il nemico, chiunque esso sia e da qualsiasi luogo provenga). I razzismi di Stato che hanno decretato il genocidio di popolazioni intere e che lo stanno ancora decretando si inseriscono perfettamente dentro alla prospettiva storica delineata da Foucault. La società del bio-potere (il potere sulla vita, appunto) ricava il proprio spazio d'esistenza articolando, riattivando costantemente e rendendo possibile la guerra come tramite indistruttibile tra potere e vita, potere e rapporti sociali, potere ed individuo, potere e morte.
Le ultime pagine del libro, nella lezione undicesima, toccano da vicino anche i temi della repressione della violenza e del razzismo nelle nazioni socialiste e scavano impietosamente nell'idea stessa di socialismo e nelle sue concretizzazioni storiche. Ma è solo un accenno, destinato forse ad un altro studio ed ad altre riflessioni. Certo, la forza delle argomentazioni e la ricostruzione di una storia di cui non ci avevano mai parlato, non risparmia nessuno. Ci sono da ridiscutere l'origine stessa, le valenze e gli esiti delle grandi ideologie degli ultimi due secoli. Un lavoro difficile scomodo e per molti inaccettabile.
A distanza di quattordici anni, la visione foucaltiana si può senz'altro definire previsione, anticipazione di una crisi dello stato e della società contemporanea che si manifesta con la riattualizzazione del conflitto razziale e della guerra che grazie ad esso fa corrispondere una eco sorda di violenza. Riconquistare a poco, a poco la gestione dei rapporti sociali che ci è stata definitivamente sottratta, significherà riappropriarsi della società di cui siamo impotenti protagonisti, per difenderla dal potere di normalizzazione che l'ha resa strumento del meccanismo capitalista.
Quel Foucault che in tanti, nonostante le ripetute celebrazioni, credevano di poter dimenticare in qualche comodo scaffale di biblioteca, raggiunge ancora le nostre orecchie e scompone, una volta di più, con rara meticolosità, questo ordine dell'esistente, così perfettamente logico e "quadrato", al quale troppo spesso ci attacchiamo con disperazione.

Mario Coglitore

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