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LIBRO DA DIMENTICARE

Il pensiero debole a cura di P.A.Rovatti e G.Vattimo, Milano, Feltrinelli, 1983 (altre successive sei ristampe fino al 1988).



Tentare di confondere le idee è stata sempre una prerogativa del pensiero borghese. Tanto è vero che, ad intervalli più o meno regolari, la discussione ritorna sempre al tema della ragione e della razionalità, costitutivamente alla base dell'ideologia borghese stessa e della sua filosofia, in una minestrina allungata e senza sale.
Agli inizi degli anni '80, del decennio delle grandi revisioni, dei tradimenti e dei voltafaccia, un libro come Il pensiero debole marca a fuoco questa situazione. Apparentemente composto per avviare una discussione critica su alcuni cardini di quella filosofia che viene spacciata per ricerca sul mondo e nel mondo (o che in maniera molto più raffinata parla di "abitare il tempo", "abitare la terra e la storia" ed altro), il volume curato da Vattimo e Rovatti riunisce una serie di contributi, sotto la comune identificazione (provvisoria per carità, come ci si affretta a sottolineare nella premessa) di "pensiero debole", in cui si fa strada la consapevolezza dell'esigenza di ridiscutere una serie di concetti portanti della cultura filosofica perlomeno italiana (ma non mancano le bordate a Foucault, destinato a rimanere l'eterno boccone non digerito, salvo poi, ed è quanto ha fatto Rovatti, organizzare ad un anno dalla morte del filosofo francese un convegno commemorativo con tanto di pubblicazione dei lavori dei partecipanti).
I saggi raccolti nel libro, che si possono difficilmente riunire, secondo i due curatori, sotto un'etichetta di scuola (ma poco ci manca, non c'è dubbio), entrano in una garbata polemica (i tempi sono maturi per civili conversazioni, ormai, abbandonando quelle forme di estremismo così ripugnanti caratteristiche dei "cattivi" degli anni '70) con i discorsi sulla crisi della ragione e con quelli del poststrutturalismo francese (Deleuze e Foucault, secondo i nostri "vivaci" intellettuali), troppo nostalgici della metafisica. I modelli "forti" del pensiero vanno innalzando barriere ovunque e s'impone (è una missione) la necessità di reagire. Per creare questa controtendenza, negare il pensiero metafisico, come espressione dell'"accesso privilegiato all'essere come fondamento" (cito testualmente, anche perché non sono così bravo nel costruire la composta e ricca sintassi di questa dialettica per specialisti), si inserisce anche un breve saggio di Umberto Eco (che, si sa, è sempre stato un rivoluzionario della cultura) ed il gioco è fatto. Ricco, filologico (si veda per questo l'intervento di Amoroso che già dal titolo impegna all'uso di almeno un paio di vocabolari), denso ma nel contempo umile nel tracciare le possibili direzioni di ricerca contrarie alla "ragione-dominio", Il pensiero debole è il manifesto del nuovo intellettuale-filosofo-pensatore modello anni '80 che con il potere non solo cerca di convivere, ma quasi desidera delle convergenze.
Certo non sono più i tempi in cui Rovatti in un numero di Aut-Aut del 1976 dissertava su Intellettuali e classe operaia e se la prendeva con La storia d'Italia di Asor Rosa perché traboccante di ideologia reazionaria. Le cose cambiano, le necessità della ragione mutano i tempi e i successi editoriali anche. Nella mezza luce heideggeriana le carte vengono estratte da sotto il mazzo e si bara clamorosamente.
In termini di rapporti di potere, questo libro definisce ciò che sarebbero stati gli anni successivi, in cui i ripensamenti, mascherati da "mutamento insopprimibile delle istanze della ricerca filosofica" (ogni tanto ci provo anch'io), travolgono gli argini posti a difesa dei valori culturali di una società che si ribellava per vivere libera dalle angoscianti pastoie che le classi dominanti opponevano.
Questo pensiero debole è invece forte delle posizioni che in questo decennio ha conquistato e nulla ha a che vedere con la critica alla ragione-dominio, perché è già ragione-dominio, sottilmente incuneata non soltanto nel mondo universitario (ampiamente controllato da personaggi dello stile di Vattimo ed Eco) ma, temo, anche nel quotidiano. L'etica dell'indeterminatezza, che viene contrabbandata fra tanti bei discorsi, coglie un aspetto tragicamente presente nella psicologia dell'individuo contemporaneo: l'indifferenza per la realtà, la totale assenza di volontà di agire per cambiare, l'instupidimento mentale.
Ma non c'è solo l'indeterminato a fare da spalla ai noveaux philosophes nostrani (nuovi rispetto a quello che erano soltanto si o sette anni prima, naturalmente). C'è un altro "filtro teorico che si può chiamare pietas", ci spiega Vattimo dalle sue pagine. La pietas rappresenta la mortalità, la finitezza, la morte di Dio proclamamta da Nietzsche ed è un'esperienza trascendentale che rende possibile l'esperienza del mondo (per farla breve, la metafisica riaggiornata e ridipinta per l'occasione). Un pensiero della verità insomma (e addio umile ascolto del passato perduto e dell' "essere consumato ed indebolito") e del limite dialetticamente invalicabile. Il progetto è ancora più ambizioso perché la pietas dei filosofi deboli per le rovine della storia (qui non si capisce di che rovine si tratti, né di quale storia) diventa "unico vero movente della rivoluzione", e scusate se è poco.
Il gioco è fatto, anche per chi non lo volesse vedere. Esorcismo di ogni rivoluzione riducendo qualsiasi prassi a pura motivazione teorica, a conversazione erudita buona per le conferenze accademiche. Il pensiero debole diventa così il manuale di sopravvivenza per tutta una generazione che tenta di ricomporre il proprio ruolo all'interno di una società che ha sconfitto (purtroppo) la dissidenza.
Tanto che importanza può avere nel mondo-limite angustiarsi inutilmente per produrre cambiamenti, se i cambiamenti rinnovano comunque la dimensione stessa del finito? L'opzione ideologica, a questo punto, mi sembra chiara e restano due possibilità (se ancora so contare): adeguarsi o continuare a sperare di poter fare a meno, un giorno, dell'intellettualità di regime.
Riuscirà a conciliare tutto questo Rovatti con il marxismo di cui è stato fervido assertore? Probabilmente sì con Heidegger, sempre in mezzo, secondo un vecchio detto delle mie parti, come il giovedì.
Così tra luci, declino di luci, mezze luci, penombre, chiarori nelle foreste, chiare luci, radure boschive in quanto sinonimi e via discorrendo non resta che spegnere la luce e dimenticare tutto.

Mario Coglitore

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