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André Gorz e la Metamorfosi del lavoro - Recensione apparsa sul numero 15 nuova serie (febbraio 1994) della rivista Marx 101.



Il testo di André Gorz, apparso in Francia nel 1988 con il titolo Métamorphoses du travail. Quête du sens. Critique de la raison économique (in it. Critica della ragione economica, Bollati-Boringhieri, Torino 1992), assume oggi una particolare importanza per il tema che tratta ed il contesto in cui si inserisce. Il problema del lavoro viene qui affrontato da un punto di vista non strettamente marxista (con i limiti, quindi, che ciò comporta). Ma questo non significa che Gorz non dia, con questo libro, un forte contributo per una rivitalizzazione del marxismo stesso.(1)
Da quale domanda parte il testo? "Non abbiamo a che fare - dice Gorz - con la crisi della modernità. Abbiamo a che fare con la necessità di modernizzare i presupposti sui quali la modernità si fonda" (p.1). Gorz rileva cioè la necessità - tutta attuale, o quantomeno propria e tipica soprattutto del nostro momento storico - di lavorare ad un pensiero (e ad una prassi, presumibilmente) capace di porsi all'altezza dei problemi e delle esigenze che il nostro mondo, oggi più che mai, pone. La domanda potrebbe essere, allora, "come porsi nei confronti della modernità, come esperire la 'crisi'?".
Con ciò, si può pensare, Gorz non dice niente di nuovo. Ma, in realtà, porre a problema un tale piano e rinunciare a risposte preconfezionate - e quindi in fondo "ideologiche" - è ancora oggi un'impresa da non sottovalutare. Può darsi che Gorz, alla fine, cada nello scontato o comunque ripeta errori e richiami teorie che invece ha cercato di superare. Ma ciò non toglie valore al suo tentativo, che è essenzialmente quello di provare a rimettere in discussione il problema del "pensare la modernità" alla luce della questione del lavoro.
La razionalità capitalistica, quella che ha generato - ed è stata a sua volta generata da - la modernità, non è più capace (sempre che lo sia mai stata) di dar senso a ciò che ha contribuito a far nascere. Il progresso tecnologico, l'informatizzazione e la robotizzazione che fanno capo alla razionalità economica, propria del Capitale, rendono sempre più problematica la stabilità di una condizione - quella del "giogo" capitalistico - che con ogni probabilità non è mai stata veramente "stabile". Se il Re resta nudo, come oggi appare, se ne rivela la faccia forse più "autentica", la quale si manifesta soprattutto nella coercizione come elemento determinante dello status quo (Foucault). Che cosa può rispondere oggi che subisce, nei vari modi in cui ciò accade, il peso sempre più apertamente brutale di questo "giogo", in un momento soprattutto in cui molto abilmente il Capitale stesso ha fatto sì che si chiudessero (almeno apparentemente) gli spazi per ogni "risposta" antagonista (la "fine del comunismo", in questo senso, rappresenta principalmente una formula con la quale si vuole riassumere la fine di ogni tentativo organico ed organizzato di abbattimento della miseria - imposta - dell'esistente)? Che cosa può rispondere, insomma, oggi questo "soggetto" sempre più assoggettato? Sempre che ne abbia la voglia - e nella speranza che non gliela abbiano tolta del tutto i media e la miseria (imposta) dell'esistente -, una risposta potrebbe essere proprio quella che Gorz propone: ripensare la modernità, o meglio, pensare al livello della modernità.
Con questo non si è ancora detto molto, ma si è comunque tracciata una strada, tutta da percorrere. Il percorso che pratica Gorz va da una analisi del lavoro, che si sviluppa soprattutto nella parte prima del libro (pp.21-116), ad una critica della "ragione economica" (II parte, pp.121-196), per concludere con un interessante "orientamenti e proposte" (III parte, pp.199-233) ed una breve post-fazione che, fosse solo per il titolo ("una sinistra da ridefinire"), merita una attenzione particolare.
Il punto di partenza di Gorz è dunque il lavoro. Ma perché proprio il lavoro, se in fondo lo scopo è quello di portare il pensiero al livello della "modernità" realizzata? Qual è la relazione tra "modernità" e "lavoro"? "Ciò che noi chiamiamo 'lavoro' è un'invenzione della modernità. La forma in cui lo conosciamo, lo pratichiamo e lo poniamo al centro della vita individuale e sociale, è stata inventata e successivamente generalizzata con l'industrialismo" (p.21). Così afferma Gorz all'inizio del I cap. della I parte, significativamente intitolato "L'invenzione del lavoro". Il lavoro per come noi lo conosciamo è una "novità" legata all'avvento della modernità. Il lavoro che si instaura con la società industriale è altra cosa dal "lavoro" propriamente umano, legato ai ritmi ed alle necessità della vita. Nel mondo antico, il lavoro era, nel bene e nel male, legato ai ritmi della terra e ad esigenze materiali. La "produzione" non era in alcun modo regolata da una "razionalità economica" che pianificasse a priori ritmi e bisogni. Ma uno sguardo al passato non significa certo rimpiangerlo e predicare un ritorno ad un mondo che è stato. Serve invece, almeno come primo impatto, a porre davanti agli occhi la possibilità concreta di una diversità effettiva rispetto al capitalismo, a noi contemporaneo. Può servire dunque, se non a pensare che il mondo del Capitale è il "migliore dei mondi possibili", quantomeno a riflettere sul fatto che non è l'unico possibile.
Il tratto caratteristico, secondo Gorz, dell'avvento dell'epoca capitalistica è invece l'affermarsi di una "razionalità economica". Indagare quale delle due - l'epoca o la razionalità - sia venuta prima, è un po' come per la famosa disputa tra l'uovo e la gallina e, benché argomento estremamente interessante, non può purtroppo essere dibattuto qui. È invece possibile porre l'attenzione sulla riflessione di Gorz riguardo alla "razionalità economica" come caratteristica più pregnante del dominio capitalistico. Dopo una valutazione critica dell'utopia marxiana, Gorz mette in rilievo come proprio questa razionalizzazione in termini economici dell'esistente causi o comunque approfondisca una scissione tra lavoro e vita. Questa "disintegrazione sociale", a cui i regimi socialisti dell'est sono tanto poco estranei almeno quanto quelli "democratici" dell'ovest, esige la sottomissione del "lavoro vivo" in favore di un "lavoro morto" il quale soltanto può essere rigidamente programmato e "coattato" entro gli schemi del Capitale. Colmo della beffa, ai lavoratori, oltre che le frustrazioni e le sofferenze, sembra non restare che convertirsi a quell'unico "verbo" ed ambire a far parte integrante e funzionale del grande macchinario capitalistico. Ma questo passaggio non è cosa di poco conto. Implica un sottile lavoro da parte del Capitale, dove ciò che passa è l'idea per la quale il lavoro ("morto") deve essere accettato ed affrontato con amore e sollecitudine, indispensabili per il buon funzionamento del "sistema" che, come ormai ognuno sa, appartiene a tutti. Questo "affinamento" del Capitale non sostituisce tout court la società del controllo e della militarizzazione dell'esistente ma anzi, appunto, la "affina". Una sorta di "orwellizzazione" (o "giapponesizzazione) della società sembra dunque farsi largo, o comunque essere tra i possibili scenari di un futuro prossimo (o di un "presente futuribile"?).
Qual è a questo punto la posta in gioco, e dove si gioca? Dopo aver esaminato il ruolo dello Stato e sottolineato la sua importanza per il meccanismo di dominio capitalistico, Gorz - che non è certo un "catastrofista" - individua nella fine dell'"umanesimo del lavoro", tipico di un'etica laburista propria - in vario modo - sia dei regimi dell'est che di quelli dell'ovest, una possibile "via d'uscita" all'impasse verso la quale conduce il Capitale. Le stesse "contraddizioni" provocate dal dominio capitalistico - che, è bene ricordare, nel linguaggio di Gorz equivale più o meno a dire "dominio della razionalità economica" - aprono una possibilità del tutto particolare al movimento operaio, o comunque a chiunque voglia o debba ancora pensare in termini di "antagonismo" al Capitale stesso. Se il lavoro - inteso nel senso dell'"umanesimo del lavoro" - oggi non è più sostenibile (e gli eventi degli ultimi tempi sembrano proprio stare a dimostrarlo), allora il "progetto" antagonista potrebbe agire su un terreno diverso rispetto al passato: invece della rivendicazione della piena occupazione, ad esempio, la rivendicazione del "tempo liberato"; invece della richiesta di maggior produttività o migliore gestione "economica" alle fabbriche e allo Stato, svincolo dai loro meccanismi e "riappropriazione" della vita e "autogestione" dei mezzi di produzione. "In breve, per la massa dei lavoratori, l'utopia che guida l'azione non è più il 'potere ai lavoratori' ma il poter non funzionare più come lavoratori; l'accento viene posto non tanto sulla liberazione nel lavoro quanto sulla liberazione dal lavoro, con la garanzia di un reddito pieno" (p.71).
La garanzia del "reddito pieno", cioè del salario immutato rispetto ad una riduzione, anche consistente, delle ore o delle giornate lavorative, rende questo possibile "programma" particolarmente appetibile per un "movimento operaio" che guardi al futuro con occhio "moderno". E sottolineare l'importanza della liberazione dal lavoro non mette in secondo piano né trascura l'importanza anche della liberazione nel lavoro. Il problema, allora, passa su un altro piano: chi può gestire la "lotta", e come? Il ruolo di un soggetto "operaio" è infatti determinante entro questo scenario. "Dopo tutto l'attuale rivoluzione tecnica sarà in gran parte ciò che ne faranno i lavoratori che vi concorrono" (p.85). Gorz, dal canto suo, tiene presente come referente principale le forze "rivoluzionarie" classiche, in particolar modo i sindacati. Ma ciò non significa, naturalmente, che non si possa essere in disaccordo con lui e trovare altrove i "luoghi" di una possibile "ricomposizione" di "classe".
Si tratta, comunque, di rovesciare l'attuale rapporto tra "tempo di lavoro" e "tempo disponibile" - quest'ultimo generalmente sussunto dal primo -: "Le attività autonome possono diventare preponderanti rispetto alla vita di lavoro, e la sfera della libertà preponderante rispetto a quella della necessità. Il tempo della vita non deve più essere gestito in funzione del tempo di lavoro; è il lavoro che deve trovare il suo posto, subordinato, in un progetto di vita" (p.105). Ma ciò non deve significare riproporre una "scissione" tra lavoro e vita, solo questa volta "capovolta" nell'ordine dei valori; al contrario, deve servire a ripristinare un'integrità che il mondo capitalistico ha dissolto e perduto. Un nuovo "soggetto sociale" che si proponga una trasformazione radicale dovrà tener conto di questa nuova condizione, da essa partire e grazie ad essa acquistare compattezza ed identità "rivoluzionaria". Si apre così la possibilità - sottolinea anche Gorz - che si realizzi un sogno già proprio del giovane Marx: la "società del tempo liberato" o "società della cultura". Naturalmente, questa prospettiva comporta problemi a non finire - soprattutto perché "inusuale" rispetto ai consueti paradigmi della "sinistra" -, che invadono altri campi rispetto a quello meramente economico o sociale (per esempio, questioni non indifferenti di ordine filosofico emergono qui in piena luce, e Gorz sembra rendersene perfettamente conto, se una buona parte del libro concerne delle "ricerche del senso"). Ma tali questioni non sono eludibili, e chiunque vorrà affrontare con serietà, e quindi non subire, gli effetti del dominio capitalistico del III terzo millennio, dovrà prepararsi a farsene carico ed agire in questa direzione.
La II parte, dedicata ad una "critica della ragione economica", è a mio avviso meno densa e meno interessante della prima. Qui Gorz cerca di sviluppare concretamente un progetto "altro" rispetto alla società capitalistica contemporanea. Ma, benché pieno di stimoli, il discorso gira un po' attorno a se stesso e resta, in molti casi, inconcludente. Interessanti sono qui le considerazioni più "filosofiche", ad esempio sulla razionalità economica e sul mercato. Interessante è anche una tesi che Gorz sostiene con vigore: il "rifiuto del lavoro" (inteso come "rifiuto del lavoro 'morto', subordinato al Capitale") che potrebbe caratterizzare i movimenti degli anni a venire, non ha come scopo quello di procurare un "reddito di sussistenza" che consenta di sopravvivere nella società del non-lavoro. Al contrario, è proprio rivendicando un ruolo sociale ed una identità che non rinuncia alla propria posizione "lavorativa" in seno alla collettività che la "lotta" può farsi vincente. Le false conquiste - o insignificanti palliativi - dello Stato-provvidenza (Etat-providence) non devono ingannare con il miraggio di una falsa "liberazione" concessa dallo Stato e dai Padroni. "Al centro di un progetto di sinistra non si troverà pertanto la garanzia di un reddito indipendente dal lavoro, ma il legame indissolubile tra diritto al reddito e diritto al lavoro. Ogni cittadino deve avere diritto a un livello di vita normale; ma ognuno deve avere anche la possibilità (il diritto e il dovere) di fornire alla società l'equivalente in lavoro di ciò che consuma; il diritto, insomma, di 'guadagnarsi da vivere'; il diritto di non dipendere, per la sussistenza, dalla buona volontà di chi detiene il potere di decisine in campo economico" (parte III, p.225);"in una concezione di sinistra, non si tratta pertanto di garantire un reddito indipendente da qualsiasi lavoro; si tratta, in altre parole, di garantire un reddito che non si riduca con la diminuzione della durata del lavoro socialmente necessario. Il reddito deve diventare indipendente non dal lavoro in sé ma dalla durata del lavoro" (p.228).
Ciò significa anche svincolare una volta per tutte gli operai e in generale i lavoratori da una logica propriamente "padronale" per la quale si può solo ragionare in termini di "mercato" e "produttività", magari facendosi carico delle "esigenze" della fabbrica/ditta e prendendosene a cura il destino. Un "nuovo" antagonismo, allora, non può più far capo ad assiomi propri della "sinistra tradizionale": "L'ideologia dello sforzo e del merito individuale, la difesa dell'occupazione, l'identificazione con il lavoro sono così diventati temi di destra che permettono di conquistare settori della classe operaia ad una nuova alleanza nazionalproduttivista a favore di una modernizzazione liberal-capitalistica" (post-fazione, p.240). Naturalmente, non si deve credere Gorz un ingenuo che sottovaluta gli aspetti ambivalenti e pericolosi di questo modo di pensare (per esempio, la difesa dell'occupazione, spesso, è ben volentieri avversata dai Padroni, e troppo raramente fatta valere con convinzione dai lavoratori). E tuttavia, fosse solo provocatoriamente, non si può non raccogliere il messaggio che cerca di far arrivare questo autore ed utilizzarlo, ad esempio, per dar nuova vita ad un dibattito che, specie nella sinistra si è fatto stantìo e chiuso (e quindi efficace).
I limiti di Gorz sono, probabilmente, molti. Per esempio, uno è quello di non chiedersi mai veramente chi deve e può gestire il passaggio dalla società capitalistica ad una società socialista liberata dal lavoro inteso come mera costrizione. Un altro, quello di non fare abbastanza i conti con la "violenza" del potere monopolistico capitalistico e con la sua "mondializzazione" (e quindi la sua capacità di riciclarsi in tempi brevi dove il costo del lavoro è più basso, ecc.). A suo favore, si può rintracciare nel suo discorso un primo tentativo piuttosto articolato di rendere visibile una società "diversa", di dar colpo ad una possibilità "altra" oggi più che mai - anche a livello di immaginario - dissolta ed "invisibile"; di proporre, insomma, un'"utopia" concreta", di cui oggi probabilmente abbiamo molto bisogno per rilanciare un discorso "forte" di sinistra (purché la "sinistra", come spesso accade, non si dimostri sorda a fronte di ciò che le appare "estraneo" rispetto ai vecchi paradigmi).

Magg.INI

Note:
Torna al testo1) In questo senso accolgo volentieri l'appello di Maria Turchetto nell'articolo "Per la critica del capitalismo: una discussione sul concetto di alienazione", presente in "Marx centouno", n.11, dic. 1992: "È invece importante, a mio avviso, riprendere e portare fino in fondo l'opera di erosione della vecchia ortodossia, l'opera di critica radicale dei tanti 'luoghi comuni filosofici' sedimentati nella cultura della sinistra, l'opera di intransigente ripensamento delle stesse categorie marxiane, di vaglio critico delle loro effettive possibilità in ordine alla compressione della realtà sociale contemporanea. Solo su questo terreno possono emergere gli strumenti interpretativi all'altezza dei tempi di cui oggi avvertiamo n bisogno estremo. Ma questo terreno è anche quello in cui le idee si danno battaglia, in cui emergono le differenze, si confrontano diverse posizioni, si prende posizione" (pag. 39).

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