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RALF DAHRENDORF E IL NUOVO LIBERALISMO
(ovvero, "meglio perderti che trovarti". Storie e avventure del liberalismo a venire. E che Dio ce la mandi buona.)


E' uscito nell'autunno '95, ed in pochi mesi è giunto alla 4 edizione (!), un simpatico libretto di Ralf Dahrendorf, noto sociologo di origine tedesca che lavora in America e che va per la maggiore in ambienti di "sinistra", soprattutto democratica. Questo libretto, dal titolo Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, ha notevoli pregi: per esempio, è spaventosamente divertente. Divertente perché le soluzioni che propone ai problemi che solleva sono a dir poco godibili. Spaventoso perché quelle soluzioni potrebbero anche essere prese sul serio, e allora non credo che ci sarebbe molto da ridere per nessuno. Ma veniamo al libretto che, in tempi così "creativi" (per usare un termine alla Dahrendorf), senz'altro aggiunge una ulteriore e significativa voce al drammatico coretto dei "buoni-ma- realisti" della sinistra contemporanea.

Il libro, molto breve (per fortuna, dirà qualcuno), si articola in 5 piccoli capitoletti più una gustosa diatriba tra Eugenio Scalfari e Ralf Dahrendorf. Non ci si lasci ingannare, tuttavia, dalle dimensioni dei capitoli, che sono invece ben densi e quantomeno pesanti, se non nel loro argomentare, almeno nelle conclusioni. Per questo motivo credo sia utile fare una breve esposizione del contenuto di ogni singolo capitolo per capire dove vada a parare il discorso di Dahrendorf e come rispondere alle sue questioni (le armi non valgono):

1) IN DIFESA DEL PRIMO MONDO

Senza mettere in questione la definizione, del tutto problematica, di "Primo Mondo", che cosa rappresenta qui esso per Dahrendorf? "Qualunque ragione ci sia dietro il suo nome, guardiamoci bene dal liquidarlo troppo disinvoltamente. Nel suo momento migliore esso combinava insieme tre aspetti positivi dal punto di vista sociale" (p.3). Ovvero, a) era formato da economie che offrivano non solo una vita decente ai più, ma soprattutto opportunità di prosperare; b) era formato da società fondate sul contratto sociale senza però ledere le varie comunità; c) rendeva possibile la partecipazione entro ciò che è stato chiamato (ahimè) "democrazia". "Un esempio di quel mondo è costituito dagli Stati Uniti d'America nell'arco di tempo che va da Roosevelt a Kennedy, ma anche, sia pure non nella stessa misura, prima e dopo. Decine di milioni di persone di tutti i paesi del mondo hanno sognato di vivere in America e, pur di riuscirvi, moltissimi uomini hanno dato fondo alle proprie risorse. La capacità di esercitare una forza magnetica così potente sui flussi migratori è un indice tutt'altro che inaffidabile di benessere sociale" (pp.4-5). Lo stesso, in termini simili, si può dire per il Regno Unito, per il "Commonwealth temperato" (Canada, Australia, ecc.) più l'Europa, specie del Nord: insomma, tutto il Capitale internazionale e tradizionale al gran completo.

Questo, in soldoni, il meraviglioso 1 mondo a cui fa riferimento Dahrendorf. Primo mondo che, se ora ci si pone il problema di salvarlo, dovrà pure essere arrivato ad un punto di crisi. E così è. Ma questa crisi è già ben presente nell'inizio stesso della sua storia: esso infatti ha fondato la propria "perfezione" sull'esclusione (di alcuni in favore di altri), dando luogo ad una serie di privilegi incompatibile con le promesse di prosperità per tutti. Dunque, perché salvarlo questo primo mondo razzista e classista? Risponde Dahrendorf, citando un noto sociologo dell'antichità: "Tutto scorre", e questo vale a maggior ragione per le libere società dell'Occidente (leggi: primo mondo). La stabilità, proprio a causa della "libertà" che esse garantiscono, è ben dura a conseguirsi, quindi, anche per i grandi regimi della Democrazia Realizzata, anzi soprattutto per essi. Insomma, questa crisi sta nelle cose, ed i vizietti del primo mondo vanno compresi. Forse non per sempre, ma per quanto ancora? "Certamente si tratterà di un periodo ben lungo. Eppure il processo che vi troverà svolgimento è necessario ... perché i valori di una società 'illuminata' e civile esigono che al privilegio subentrino dei diritti generalizzati - in ultima analisi, se non una cittadinanza cosmopolita, almeno dei diritti di cittadinanza per tutti gli esseri umani nel mondo" (p.12). Bisogna, dunque, non far altro che armarci di santa pazienza e, democraticamente, un colpetto qui e uno là attendere speranzosi l'avvento. Era così semplice! Ma il libro non finisce qui, nonostante tutto sembri ormai detto, ed il cerchio ben quadrato. Abbiamo capito che l'importante è non toccare i capisaldi di questa società e, competitività permettendo, tutto andrà, forse, per il verso giusto. Ma come?

2) GLOBALIZZAZIONE: VINCOLI E SCELTE

Innanzitutto, va tenuto presente che, oggi come oggi, Economia, Società e Politica non possono più esser tenute separate. La "globalizzazione" rappresenta una realtà, anzi la realtà, ed i suoi effetti sono dappertutto. Naturalmente, dice Dahrendorf, "globalizzazione" non significa "azzeramento", tanto che al suo interno convivono le più disparate differenze culturali ed essa anzi si manifesta per lo più come crisi dello Stato-Nazione e nascita di regionalismi in tutto il mondo. Ma è il Mercato, soprattutto finanziario, ad esser "globale" in senso totalizzante, sempre più onnipresente, con l'informatica come suo più potente vettore, ineludibile e penetrante in modo capillare. Tanto che l'alternativa che si pone è: o globalizzazione o morte. "Quali sono, dunque, le condizioni ineludibili della globalizzazione? Che cosa devono fare aziende, paesi o regioni di ogni parte del mondo, se non vogliono condannarsi all'arretratezza e alla povertà? Gli attori economici hanno bisogno soprattutto di 'flessibilità', per usare una parola oggi di moda. Con tale termine si vuole intendere qualcosa di desiderabile, ma per molti esso descrive il prezzo da pagare ... Eppure, in assenza di un grado notevole di flessibilità, le aziende non possono sopravvivere nel mercato mondiale" (pp.23-24). La globalizzazione rimanda alla flessibilità, e quest'ultima sembra essere il nuovo verbo del mondo informatico del capitalismo totale (o globale). Le scelte allora devono andare incontro alle esigenze del tempo, se non si vuole restarne fuori, o meglio se si vuole sopravvivere. Ma la cosiddetta "società civile", entro questo scenario, che fine fa?

3) UNA SOCIETÀ SOTTO PRESSIONE

Paure, insicurezze, violenze, fondamentalismi e tutto ciò che fa la gioia dei Telegiornali sembrano essere un primo visibile esito di questa "rivoluzione" globale. Più genericamente, l'esclusione sociale sembra essere il fenomeno tipico osservabile in questo contesto. Esclusione che è soprattutto di tipo economico. "Innanzitutto le disuguaglianze in termini di reddito sono aumentate. Alcuni considerano tutte le disuguaglianze incompatibili con una società civile dignitosa, ma io non la penso così. In un ambiente aperto, in cui le persone abbiano la possibilità di farsi valere e di migliorare con i propri sforzi le proprie prospettive di vita, le disuguaglianze possono essere fonte di speranza e spinta al progresso" (p.33). Il buon Dahrendorf che, come direbbe un qualsiasi Sindaco di sinistra, di ogni cosa sa vedere il lato buono, nota così come il "farsi valere" assuma qui un significato del tutto particolare. Pena, la perdita della "cittadinanza". Fatto, questo, del tutto normale in questo tipo di società globale e informatizzata, che ha sempre meno bisogno di persone ed anzi è in grado di aumentare la propria ricchezza (nel senso del PIL) proprio facendo a meno di esse. Il posto di lavoro, in questo contesto, diviene un privilegio. Conclusione: "Povertà e disoccupazione minacciano la stessa struttura portante di questa società" (p.37). Smantellamento del Welfare e lavoro in affitto sembrano due strade ineludibili, e una sorta di nuovo darwinismo sociale appare riproporsi sullo sfondo. Che cosa nasce da tutto questo?

4) TENTAZIONI AUTORITARIE

Nasce una mancanza di libertà, sottolinea Dahrendorf, e quindi emergono ricerche di vie d'uscita anche di tipo autoritario. Questo è il caso dell'Asia oggi, realtà altamente competitiva con cui l'Occidente deve fare i conti. Il potere in Asia è autoritario, e non totalitario: sottile distinzione, fa notare Dahrendorf, che permette margini di libertà a chi non si opponga direttamente al potere. Questo regime, in Asia, funziona e l'economia va a gonfie vele, sia pure a discapito della società. Tutto ciò dà luogo all'immagine di un'Asia come possibile modello per l'avvenire. E' dunque l'"asiatizzazione" e non più l'"americanizzazione" ciò che attende le società moderne occidentali, se vogliono stare al passo con i tempi? Alcuni segni, continua Dahrendorf, potrebbero farlo pensare. "Certamente questo periodo di adattamento alla competitività globale, con i suoi costi economici a carico di molti, con la disintegrazione sociale e con i disagi e le sofferenze che ne derivano, con la sua tipica sfiducia nei partiti e nei leader politici tradizionali, mette alla prova la capacità delle democrazie di promuovere il cambiamento senza violenze e senza violazione dello stato di diritto" (p.56). E allora?

5) ALCUNE MODESTE PROPOSTE

Dunque, breve riepilogo: Dahrendorf, ben consapevole del pericolo verso il quale va incontro il mondo oggi, e cioè il dilatarsi della frattura tra "ricchi" e "morti di fame", pensa bene di correre ai ripari, non prima comunque di aver analizzato cause, concause, sintomi e peduncoli. Si tratta, se si vuole salvare il mondo, a) di difendere il primo (mondo), unico garante nonché inventore della libertà uguaglianza diritto ecc. ecc., in una parola della democrazia; b) di porre la dovuta attenzione alle pressioni che stressano la società riducendola ad una patacca; c) di ovviare alle ben presenti e pericolose deviazioni autoritarie. Il tutto naturalmente, senza mai mettere minimamente in dubbio i capisaldi di questo mondo e di questa epoca, ovvero il mercato, la competitività e il salasso (globali, naturalmente), ma anzi facendone ampiamente apologia, al punto da affermare che, fermi restando questi tre ultimi punti, solo chi si adegua ad essi e alle loro esigenze che può sperare di salvarsi. Anzi, è giusto che lo faccia, perché solo così può sperare di salvare il mondo dalla imminente catastrofe verso cui sta (inesorabilmente?) cadendo. Anzi ancora, bisogna adeguarsi con gioia e voluttà proprio perché è questo mondo, fondato sulla libertà ecc. ecc., che lo esige e non può che esigere ciò che è bene, se è vero che è frutto del diritto democrazia eguaglianza ecc. ecc.. Insomma, alla fine non si capisce a quale causa si debba attribuire la crisi, e se sia questa ad essere la soluzione o la soluzione ad esser la crisi. Può anche nascere il sospetto che tutta questa Babele confusa di cause e non cause per metà accennate e per metà velate abbia essa stessa la sua buona parte nel generare questa "crisi". Ma non è questo ciò che importa qui. Vediamo piuttosto le "modeste proposte" di Dahrendorf che cosa ci dicono, e tireremo dopo le conclusioni.

Ed ecco sorgere improvviso l'acume democratico di Dahrendorf: "Mentre ci interroghiamo sui rischi, non dobbiamo dimenticarci di pensare alle soluzioni" (p.57). Per poi subito proseguire: "La ragion d'essere della discussione che stiamo conducendo ora è chiara. Noi desideriamo la prosperità per tutti: ciò significa che siamo disposti ad accettare le esigenze poste dalla competitività nei mercati globali" (p.57). Più chiaro di così! Questa gioiosa affermazione potrebbe, ad occhi impreparati, lasciare forse un po' perplessi, se non fosse oramai noto l'amore che la sinistra dei Buoni prova per il mondo e per i popoli. Per cui, tra un "desideriamo", un "aspiriamo" ed un "auspichiamo" Dahrendorf si decide finalmente a dar voce alle sue modeste (innegabilmente) proposte intese come possibili soluzioni del quadro dipinto nei precedenti capitoli. E qui viene il bello.

"In primo luogo, dobbiamo cambiare il linguaggio dell'economia pubblica" (p.58), esordisce Dahrendorf. Ovvero, bisogna uscire da quell'"economicismo" che ha oramai invaso ogni ambito del sapere pubblico, e spingere governi e governanti a tener presente il "fattore star-bene" particolarmente caro ai governati. Ovvero, cambiare il linguaggio dell'economia per cambiare l'economia. Semplice, no? Come abbiamo fatto a non pensarci prima?

"In secondo luogo la natura del lavoro sta cambiando" (p.60). Ovvero, nessuno si aspetti più situazioni lavorative stabili, magari che coprano l'intera esistenza (lavorativa). In un futuro dove sarà regola la "flessibilità", bisogna cominciare subito a farci i conti. Proposta: che tutti i paesi dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) promuovano e diffondano la pratica del tirocinio, che renda conto delle rinnovate e diversificate esigenze, così saremo tutti pronti e non ci faremo trovare impreparati.

"In terzo luogo le persone veramente svantaggiate, il sottoproletariato, presentano un problema quasi insuperabile" (p.61). Proposta: gassarle? Certo che no, e poi si è visto che non funziona. Non basta neanche offir loro delle opportunità: abituate come sono alla miseria e alla marginalità, non saprebbero coglierle. Dunque? "Tutto quello che si può fare per recuperare gli esclusi, si deve farlo. Ma il compito più critico è un altro: esso consiste ... nel tagliare le radici da cui potrebbe nascere il sottoproletariato di domani" (p.62). Ma come? Abbiamo visto che il gas non funziona, il napalm non va più di moda, e poi è troppo costoso. Allora? "Invocare delle conferenze internazionali è sempre un po' una scappatoia; ma indubbiamente un'agenzia appropriata troverebbe attraente l'idea di raccogliere competenze e proposte creative su questo tema" (p.63).

"In quarto luogo globalizzazione significa centralizzazione" (p.63). Ovvero, la "globalizzazione" rischia di eliminare le piccole Comunità locali, a discapito del vivere sociale. Ma ciò non è necessariamente vero. Anzi, è vero il contrario: le Comunità locali "possono fornire occasioni pratiche di addestramento professionale, di iniziative economiche piccole e medie, di coinvolgimento e partecipazione personale, di valorizzazione della sfera pubblica, in breve, di inserimento nella società civile - e ciò senza nulla togliere alla forza degli imperativi economici" (p.64). Perché, si sa, la storia non si ferma, e l'uomo dell'FMI può andar tranquillo: piccolo è bello ma solo se sostiene il grande.

"In quinto luogo il potere locale non è che un fattore del più vasto concetto di economia degli stakeholder" (p.64). Questi stakeholder sono coloro che hanno interesse a far funzionare una impresa economica. Essi cioè fanno tutt'uno con la loro Azienda. Sono loro quindi i soggetti economici del futuro da privilegiare e coinvolgere. Anzi, la società dovrà conformarsi ad essi, entro una unità di intenti che sia produttiva per le varie componenti e promuova, naturalmente, gli "interessi della gente".

Infine, sesto luogo ed ultimo, il "ruolo dei governi". Il mercato globale, la trans-nazionalizzazione delle Aziende e il "caos creativo" che permea oramai la società civile sembrano escludere i governi. Ma questo solo in apparenza. Il ruolo dei governi, anzi, è più vivo che mai. Si tratta solo di "ridefinire" il loro ruolo, ad esempio rispetto alla questione delle "spese sociali": "Forse alcuni paesi dell'OCSE hanno usato il modello del servizio pubblico più di quanto potessero permettersi di fare o addirittura più di quanto potesse essere funzionale alla qualità del servizio stesso" (p.67). Di fronte a certe esagerazioni "occorre trovare un nuovo equilibrio". Il terreno dell'assistenza medica potrà, continua Dahrendorf, fornire un modello esemplare verso questa ricerca. E così sia
.

Finisce qui, in pratica, il libercolo di Dahrendorf, breve ma decisamente interessante. Esso rappresenta a mio avviso un modello per comprendere un po' più a fondo le proposte del "nuovo liberalismo" che sembra oramai profilarsi vincente all'orizzonte, in barba a berlusconismi o destrismi, molto meno scaltri su questo terreno.

Riassumendo, ciò che emerge dall'analisi ma soprattutto dai rimedi proposti da Dahrendorf sono:

1-la preclusione di ogni possibilità di "antagonismo", tanto da espellere addirittura dallo spettro della semantica la possibilità stessa che la parola "antagonismo" abbia ancora un significato (teoria che potremmo chiamare ogni antagonismo è fiato sprecato);

2-l'accettazione lieta e appagata del capitalismo come destino unico ed irreversibile, che si può certamente perfezionare, ma che ancor più certamente è l'unica via percorribile ed anzi esistente (teoria che potremmo chiamare del migliore dei mondi possibili);

3-la comprensione che, alla luce dei due precedenti assunti, la società deve funzionare come un blocco, entro un'armonia di interessi e di azione dove ognuno svolga il proprio ruolo cosciente del proprio dovere e consapevole dei sacrifici che, naturalmente nell'interesse generale, dovranno essere affrontati (quella che potremmo chiamare legge del menga, già conosciuta ai più ma riadattata per l'occasione).

Il breve colloquio a distanza tra Scalfari e Dahrendorf non aggiunge niente di nuovo, se non macchiette che, pur viste e riviste, sono sempre divertenti.

"Libercoli" come questo rendono così sempre più chiaro il pericolo, e per questo loro prezioso servizio sociale non potremo ringraziarli mai abbastanza. Solo che il pericolo, a ben vedere, non è la globalizzazione o il suo successo imperfetto: il pericolo è in realtà proprio la "quadratura del cerchio" che propone questo nuovo (ma vecchio) liberalismo e di cui personaggi come Dahrendorf si fanno portavoce, purtroppo ascoltati ed apprezzati. E, come è noto, quadrare un cerchio non è facile, data la particolare natura del cerchio. Dunque? Auguriamoci almeno di non essere noi a dover sostenere la non invidiabile parte, in questa rappresentazione così ben sceneggiata, del "cerchio". O no?.

Magg.INI

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