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Lavoro Zero, di Franco Berardi (Bifo), ed. Castelvecchi, Roma 1994


La mente folle e forse allucinata di Franco Berardi, meglio noto come Bifo, personaggio storico - nel bene e nel male - del '77 e più in generale del movimento italiano, ha dato alla luce un interessante libretto dove vengono affrontate, in un modo decisamente "personale", questioni probabilmente oggi centrali. La personalizzazione non è comunque il difetto di questo libretto, anzi provoca stimoli e reazioni che una riflessione più pacata e "accademica" difficilmente riuscirebbe a provocare. Il vero difetto, al di là dei contenuti che si possono discutere e apprezzare o meno - ed è giusto così -, è la forma-pamphlet, decisamente poco simpatica e talvolta irritante. Spesso sembra che Berardi pensi di aver a che fare con un pubblico di citrulli da condurre per mano per i difficili sentieri del "Noolitico", per usare uno dei suoi termini folli. Ma Bifo, che è cosa diversa da Berardi, per fortuna torna sovente a galla, e ci coinvolge con questioni veramente interessanti e da meditare.

Per restare nei termini di una recensione - ma queste problematiche meriterebbero a mio avviso uno spazio ben più consistente - è forse possibile dividere in modo "binario" le tematiche presenti nel libro. Da una parte, cioè, gli argomenti "buoni", dall'altra quelli "cattivi" (ma, si sa, una scelta è sempre parziale, e prendete questa divisione per quello che è).

I "buoni":

  1. la questione della "disoccupazione": "Uno spettro si aggira per l'Europa, e non soltanto qui: la libertà del tempo di vita dalla necessità del lavoro. Gli economisti, i politici, i sindacalisti e i lavoratori non sanno chiamare con il loro vero nome la libertà e il tempo di vita. E allora li chiamano disoccupazione" (p.5). Il discorso, chiaramente, è leggermente più problematico di quanto affermi Bifo, e non solo perché non tiene conto di molti risvolti della questione. Molti termini, per esempio, quali "libertà, tempo di vita, lavoro", restano decisamente oscuri, ed una loro chiarificazione non credo sarebbe marginale rispetto all'insieme del discorso. Tuttavia, per quanto si può capire, parlare di "disoccupazione" come un termine equivoco oltre il quale si nasconde una possibilità di liberazione mi pare sia una novità e un aspetto positivo nel dibattito, se c'è, sul nodo "lavoro".
  2. Una ridefinizione del concetto di "politica": "La politica non può essere più la pretesa di un governo globale, l'imposizione di una regola normativa e unificante, ma deve diventare il progetto cosciente di differenziazione, di singolarizzazione ... non può più essere l'imposizione di un ordine razionale all'organismo sociale inteso come un tutto, ma deve diventare la sperimentazione di forme differenti di vita e di produzione, sviluppata da cellule in proliferazione secessiva" (p.13). A parte il fatto che non ho la più pallida idea di che cosa possa essere una cellula in proliferazione secessiva, mi pare comunque che qui Bifo operi un tentativo interessante e raro di questi tempi, ovvero quello di pensare la "politica" in termini nuovi. Se riesca o meno non saprei. In ogni caso dà elementi per un dibattito e spunti di riflessione quantomeno più interessanti di quelli che può dare nonno Bobbio. Ripensare che cosa è, che cosa significa "politica": ecco forse un compito importante per chi vuole rimettere in gioco l'esistente in una chiave diversa da quella attuale (per esempio, in chiave comunista?).
  3. Un tentativo di ridefinizione del concetto di "lavoro": tentativo con esiti forse meno interessanti e meno nuovi rispetto al precedente sulla politica, ma comunque degno di nota, non fosse altro per la contrapposizione tra "lavoro" e "attività" che Bifo propone: "Il lavoro, come categoria sociale determinata non è la naturale attività di trasformazione dell'ambiente da parte dell'uomo, non è l'attività di umanizzazione del mondo e lo scambio di oggetti e di segni tra gli esseri umani ... Lavoro e attività non sono la stessa cosa, in quanto il lavoro mi pare potersi definire piuttosto come il contrario di attività, come l'attività fattasi passività" (p.28). Benché Bifo prosegua poi cercando, con riferimenti a Marx e a molta letteratura anti-lavorista, di argomentare meglio le sue proposte, ci sono anche qui cose che restano poco chiare. Ma chissà, forse deve essere così. Forse solo un dibattito a più voci può chiarire questioni che non possono essere affrontate da una sola persona.
  4. Infine, la questione culturale: "Il paradosso è sotto i nostri occhi: proprio l'epoca in cui più ramificata, estesa e produttiva è la messa al lavoro dell'intelligenza è anche l'epoca in cui la cultura sembra incapace di comprendere e di criticare, di progettare e di muovere l'azione" (p.56). Tale questione si propone, secondo Bifo, come una tra quelle decisive per il prossimo futuro. Infatti, se la "sinistra" ha perso, ha perso anche e soprattutto perché non ha saputo tenere il passo sul piano culturale con il capitale, anzi spesso e volentieri facendo proprie tesi appunto del capitale che avrebbero dovuto esser molto lontane, almeno in linea teorica, da un progetto di liberazione "comunista". Per esempio, la vicenda della "disoccupazione",spesso pensata quasi come "malattia". Ma "la malattia non è la disoccupazione, ma l'obbligo di lavoro che ha dominato l'epoca industriale fino a modellare le menti, le attese, l'immaginazione della maggioranza dell'umanità" (p.62). Allora, "gli ostacoli da rimuovere non sono dunque solo di ordine economico, ma soprattutto di ordine culturale" (p.63). E quale terapia propone Bifo? "Si tratta di diffondere lo spirito dell'assenteismo, di premiare culturalmente il comportamento antiproduttivo, di rendere di nuovo pericolosi gli esseri umani dentro la produzione" (p.64). Si tratta poi di uscire anche dalla "gabbia semiotica" dell'economia, di riscoprire la "lentezza" di cui ha bisogno l'attività creativa umana, ecc ecc. Insomma, secondo Bifo si tratta di ripensare anche le coordinate culturali su cui può far leva un (nuovo?) "progetto antagonista", se si vuol sperare di rimettere in gioco istanze del tutto inattuali ma quanto mai, credo, necessarie.

Una messa a fuoco (certo non proprio nitida) sull'occupazione, sulla politica, sul lavoro e sulla cultura è dunque il contributo "buono" che Bifo dà a chi voglia discutere su questi temi. I punti "cattivi" sono anch'essi, a mio avviso, essenzialmente quattro (oltre al tono da pamphlet già accennato), su cui però non mi dilungherò altrettanto:
  1. una certa ingenuità di fondo (soprattutto nel pensare quasi sempre la "Società" come un tutt'uno, dove si sbaglia tutti insieme e si guadagna o si perde per certe scelte tutti insieme);
  2. un linguaggio talvolta ai limiti del comprensibile (soprattutto perché la terminologia spesso non è spiegata e bisogna andare avanti per intuizioni. Alcuni esempi: le famose "cellule di proliferazione secessiva", poi il "cyberspazio" inteso come "mondo sociale complessivo" a sua volta inteso come "sistema rizomatico infinitamente ridondante delle connessioni possibili tra ogni terminale umano ... per il tramite di una neurorete artificiale", oppure il passaggio al "Noolitico" o ancora la più semplice "infosfera". Ma la chiarezza, credo, non è un optional, e specie chi scrive di queste cose dovrebbe fare una certa attenzione a farsi capire);
  3. un eccessivo inno all'uscita del mondo del lavoro senza problematizzarne gli aspetti conflittuali, ma quasi sempre esaltando i momenti di "fuga" (legittimi e sacrosanti, certo, ma forse sarebbe l'ora anche di riproporsi il problema di come riaprire una "conflittualità" autentica sui posti di lavoro, oltre che preparare il terreno per l'"esodo" dalla società del lavoro);
  4. infine, una sopravvalutazione del potere dell'informatica, come elemento "nuovo" grazie al quale la "liberazione", se non si è già realizzata, sarebbe proprio ad un passo.
Nonostante tutto questo, comunque, ritengo che il contributo bifiano alla discussione resti prezioso ed interessante. Se non altro perché incoraggia, appunto, alla discussione. E sa il cielo quanto ci sia bisogno di un dibattito intelligente, oggi, su certe questioni. Dibattito su cui, forse, bisogna puntare con decisione nell'immediato, anche perché, per riprendere ancora una volta Bifo, "contro la stupidità anche gli dèi sono impotenti", e il rischio, oggi, è veramente notevole.

Magg.INI




- Recensione apparsa sul numero 17 (ottobre 1994) della rivista «Marx 101» -

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