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GRUPPO "KRISIS"- MANIFESTO CONTRO IL LAVORO

18. LA BATTAGLIA CONTRO IL LAVORO È ANTI-POLITICA

"La nostra vita è un assassinio attraverso il lavoro, ci fanno penzolare appesi alla corda per 60 anni e ci dimeniamo, ma noi ci libereremo".
Georg Büchner, La morte di Danton, 1835

Il superamento del lavoro è tutt'altro che una vaga utopia. Nelle forme attuali, la società mondiale non può andare avanti per altri 50 o 100 anni. Il fatto che gli avversari del lavoro debbano vedersela con un idolo del "lavoro" già clinicamente morto, non rende necessariamente più facile il loro compito. Infatti, tanto più la crisi della società del lavoro si acuisce, e tutti i tentativi di aggiustamento falliscono il bersaglio, tanto più si allarga il divario tra l'isolamento delle monadi sociali impotenti e le esigenze di un movimento di appropriazione della società nel suo complesso. Il crescente imbarbarimento dei rapporti sociali, in ampie regioni del mondo, dimostra che la vecchia coscienza del lavoro e della concorrenza si perpetua a un livello sempre più basso. La decadenza progressiva della civiltà sembra essere, nonostante tutti i sintomi di un disagio nel capitalismo, la forma spontanea in cui si sviluppa la crisi.

Proprio con prospettive talmente negative, sarebbe fatale mettere da parte la critica pratica del lavoro in quanto programma sociale, e limitarsi a costruire una precaria economia di sopravvivenza fra le rovine della società del lavoro. La critica del lavoro ha una chance soltanto se combatte contro il processo di desocializzazione, invece di lasciarsi trascinare da questa corrente. Gli standard di civiltà non si possono più difendere con la politica democratica, bensì soltanto contro di essa.

Chi punta sull'appropriazione emancipatrice e sulla trasformazione dell'intero edificio dei rapporti sociali, non può permettersi di ignorare l'istanza che fino ad ora ne ha organizzato le condizioni generali di esistenza. È impossibile ribellarsi contro l'espropriazione delle proprie potenzialità sociali senza confrontarsi con lo Stato. Infatti lo Stato amministra non soltanto circa la metà della ricchezza sociale, ma assicura anche la sottomissione obbligatoria di ogni potenzialità sociale ai comandamenti della valorizzazione. Né gli avversari del lavoro possono ignorare lo Stato e la politica, né vi possono partecipare.

Se la fine del lavoro è anche la fine della politica, allora un movimento politico a favore del superamento del lavoro sarebbe una contraddizione in termini. Gli avversari del lavoro rivolgono richieste allo Stato, ma non costituiscono un partito politico, né mai ne creeranno uno. Il fine della politica può essere soltanto quello di conquistare l'apparato dello Stato per andare avanti con la società del lavoro. Dunque gli avversari del lavoro non vogliono occupare i centri nevralgici del potere, bensì metterli fuori uso. La loro battaglia non è politica ma anti-politica.

Lo Stato e la politica dell'era moderna sono uniti inseparabilmente al sistema coercitivo del lavoro, e perciò devono scomparire insieme con esso. Le chiacchiere su una rinascita della politica sono soltanto il tentativo di riportare la critica del terrore economico a un rapporto positivo con lo Stato. L'auto-organizzazione e l'autodeterminazione sono però l'esatto contrario dello Stato e della politica. La conquista di spazi di libertà socio-economica e culturale non si realizza seguendo i labirinti della politica, ma costituendo una contro-società.

Libertà significa non farsi accoppare dal mercato né farsi amministrare dallo Stato, ma organizzare le relazioni sociali secondo la propria regia, senza l'intromissione di apparati alienati. In questo senso, per gli avversari del lavoro si tratta di trovare nuove forme per i movimenti sociali e di conquistare teste di ponte per una riproduzione della vita al di là del lavoro. Occorre legare le forme di una contro-società con il rifiuto aperto del lavoro.

Che le potenze dominanti ci dichiarino pure pazzi, perché vogliamo provare a rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo. Noi non abbiamo nient'altro da perdere se non la prospettiva della catastrofe verso la quale ci stanno guidando. Abbiamo invece da guadagnare un mondo al di là del lavoro.

Proletari di tutto il mondo, dite basta!


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