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GRUPPO "KRISIS"- MANIFESTO CONTRO IL LAVORO

13. LA SIMULAZIONE DELLA SOCIETÀ DEL LAVORO NEL CAPITALISMO DA CASINÒ.

"Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte di ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la misura, e quindi il valore di scambio cessa e deve cessare di essere la misura del valore d'uso. [...] Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo produttivo materiale immediato viene a perdere esso stesso la forma della miseria e dell'antagonismo"
Karl Marx, "Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica", 1857-58

La coscienza sociale dominante mente sistematicamente a se stessa sulla reale condizione della società del lavoro. Le regioni disastrate vengono scomunicate ideologicamente, le statistiche del mercato del lavoro spudoratamente falsificate, le forme della miseria spariscono nelle simulazioni dei mass media. Anzi, la simulazione è la caratteristica principale del capitalismo in crisi. Questo vale anche per l'economia. Se fino ad ora sembra, almeno nei Paesi-chiave occidentali, che il capitale possa accumularsi anche senza lavoro, e la pura forma del denaro privo di sostanza garantire, moltiplicandosi, l'ulteriore valorizzazione del valore, allora questa apparenza è dovuta a un processo simulativo dei mercati finanziari. Specularmente alla simulazione del lavoro tramite misure coercitive dell'amministrazione democratica del lavoro, si è formata una simulazione della valorizzazione del capitale, grazie allo sganciamento speculativo del sistema creditizio e dei mercati azionari dall'economia reale.

L'utilizzo di lavoro presente viene sostituito con una scommessa sull'utilizzo di lavoro futuro, che però non si realizzerà mai. Si tratta, in una certa misura, di un'accumulazione di capitale in un "futuro anteriore" del tutto fittizio. Il capitale monetario, che non può più essere reinvestito con profitto nell'economia reale, e perciò non può più assorbire lavoro, deve maggiormente rifugiarsi nei mercati finanziari.

Già la fase fordista di valorizzazione all'epoca del "miracolo economico", dopo la Seconda guerra mondiale, non era più completamente autosufficiente. Lo Stato si indebitò in una misura fino ad allora sconosciuta, molto al di là di quel che gli permettevano le sue entrate fiscali, perché le condizioni generali della società del lavoro non erano più finanziabili diversamente. Lo Stato ipotecò dunque le sue future entrate reali. In questo modo si creò da una parte per il capitale monetario "in eccedenza" una possibilità d'investimento finanziario - si prestò denaro allo Stato in cambio del pagamento d'interessi. Quest'ultimo pagò gli interessi con nuovi crediti, e reimmise immediatamente il denaro avuto in prestito nel ciclo economico. Così finanziò, da un lato, le spese sociali e gli investimenti per le infrastrutture, creando una domanda che in senso capitalistico era artificiale, perché non coperta da alcun utilizzo produttivo di forza-lavoro. Così il boom fordista fu prolungato oltre la sua reale portata, attingendo la società del lavoro al proprio futuro.

Questo elemento simulativo del processo di valorizzazione, apparentemente ancora intatto, trovò i suoi limiti insieme con l'indebitamento dello Stato. Le "crisi debitorie" degli Stati, non soltanto nel Terzo mondo, ma anche nel cuore del capitalismo, non permisero più un'ulteriore espansione su tale strada. Questa fu la base obiettiva per il trionfo della deregulation neo-liberista, che, secondo i proclami ideologici, sarebbe dovuta andare di pari passo con una drastica diminuzione della quota dello Stato nel prodotto interno. In realtà, la deregulation e l'abbattimento delle spese sociali vengono compensate dai costi della crisi, fosse anche nella forma dei costi della repressione e della simulazione. In molti Paesi, la quota dello Stato in questo modo addirittura aumenta.

Ma non è più possibile simulare l'ulteriore accumulazione di capitale con l'indebitamento dello Stato. Perciò la creazione aggiuntiva di capitale fittizio si concentrò negli anni 80 sui mercati azionari, dove l'importante non sono più i dividendi, la quota di profitto ottenuta grazie alla produzione reale, ma sono l'utile di scambio e l'aumento speculativo del valore del titolo di proprietà, fino ad ordini di grandezza astronomici. Il rapporto fra economia reale e i movimenti speculativi dei mercati finanziari si è rovesciato. La crescita speculativa dei titoli non anticipa più l'espansione economica reale, ma al contrario, il rialzo dovuto alla creazione fittizia di valore simula un'accumulazione reale, che già da tempo non esiste più.

L'idolo "lavoro" è clinicamente morto, ma viene tenuto in vita artificialmente grazie all'espansione, apparentemente autonoma, dei mercati finanziari. Molte aziende industriali fanno profitti che non derivano più dalla produzione e dalla vendita di beni reali, che sono da tempo diventate attività in perdita, ma dalla partecipazione di una "scaltra" divisione finanziaria alla speculazione sui titoli e sulle valute. Gli Stati mettono a bilancio entrate che non derivano più dalle tasse o dall'assunzione di crediti, ma dalla frenetica partecipazione dell'amministrazione finanziaria ai mercati speculativi. E i bilanci privati, le cui entrate reali, basate sui salari, diminuiscono drammaticamente, si permettono ancora un alto livello di consumi contando sui guadagni in borsa. Nasce dunque una nuova forma di domanda artificiale, che poi, da parte sua, comporta una reale produzione, e reali entrate fiscali dello Stato "senza terreno sotto i piedi".

In questo modo, la crisi economica mondiale viene differita grazie al processo speculativo. Ma poiché l'aumento fittizio di valore dei titoli di proprietà può essere soltanto l'anticipazione di una futura e reale utilizzazione di lavoro (in una misura altrettanto astronomica), che però non arriverà mai più, dopo un certo periodo di incubazione il bubbone truffaldino, quale è nei fatti, dovrà scoppiare. Il crollo dei "mercati emergenti" in Asia, America latina e Europa orientale è stato soltanto un primo assaggio. È soltanto una questione di tempo, e anche i mercati finanziari dei centri capitalistici, negli Stati Uniti, nell'Unione europea e in Giappone collasseranno.

Nella coscienza feticistica della società del lavoro questo nesso viene percepito in maniera totalmente distorta, anche e soprattutto dai tradizionali "critici del capitalismo" di destra e di sinistra. Fissati sul fantasma del lavoro, nobilitato fino a diventare una positiva, astorica condizione di esistenza, essi confondono sistematicamente causa ed effetto. Il provvisorio rinvio della crisi, dovuto all'espansione speculativa dei mercati finanziari appare allora, tutt'al contrario, come la presunta causa della crisi. I "cattivi speculatori", come si dice più o meno nel panico, avrebbero distrutto tutta la bella società del lavoro, perché, tanto per divertirsi e fare un po' di casino, avrebbero giocato d'azzardo con il "buon denaro", di cui "ce n'è abbastanza", invece di investirlo, come si deve e senza grilli per la testa, in meravigliosi "posti di lavoro", in modo che un'umanità di iloti pazzi per il lavoro potesse continuare ad essere "pienamente occupata".

Queste persone, semplicemente, non vogliono comprendere che non è affatto stata la speculazione a bloccare gli investimenti sull'economia reale, ma che questi non sono più redditizi a causa della terza rivoluzione industriale, e che il decollo speculativo è soltanto un sintomo di questa situazione. Il denaro, che sembra circolare in quantità apparentemente inesauribili, non è più da tempo, perfino in senso capitalistico, denaro "buono", ma soltanto "aria calda", con la quale è stata gonfiata la bolla speculativa. Ogni tentativo di pungere questa bolla con progetti di tassazione di vario tipo come la "tassa Tobin", per dirottare nuovamente il capitale finanziario su presunte "reali" attività economiche, che creano lavoro, potrebbe finire soltanto per far scoppiare più rapidamente la bolla.

Invece di capire che noi tutti siamo sempre meno redditizi, e che quindi lo stesso criterio della redditività, con tutti i suoi presupposti nella società del lavoro, deve essere considerato obsoleto, si preferisce demonizzare "gli speculatori" - non è un caso che questa immagine negativa e banale sia comune a radicali di destra e a autonomi, a bravi funzionari sindacali e a nostalgici keynesiani, a teologi sociali e a conduttori di talk-show, e soprattutto a tutti gli apostoli dell'"onesto lavoro". Pochissimi si rendono conto che da questa posizione a una ripresa in grande stile del delirio antisemita il passo è breve. L'evocazione del capitale reale "produttivo", di sangue nazionale, contro il "rapace" capitale internazionale-"ebraico", minaccia di essere l'ultima parola della sinistra pro-lavoro, intellettualmente disorientata. Ma è già l'ultima parola della destra pro-lavoro, schiettamente razzista, antisemita e antiamericana.


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