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   Libera Università di Godzilla | Note C.S.O.A. Godzilla   
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Intervista di Giovanna Ricoveri al C.S.O.A. Godzilla (cioè noi), pubblicata sulla rivista Capitalismo Natura Socialismo (Anno Quarto, fascicolo 12, n.3 settembre-dicembre 1994) con il titolo Centri sociali: opposizione o ghetto?


D. Con la vicenda del Leoncavallo i Centri sociali occupati autogestiti hanno raggiunto gli onori della cronaca, arrivando praticamente su tutti i giornali e le testate televisive. Potremmo iniziare da qui, dal problema della comunicazione e dell'accesso alla stampa.
R. Non è certo caso di parlare di "onori". A noi sembra che la stampa, soprattutto quella di sinistra, dopo una costante indifferenza, abbia assunto un atteggiamento sostanzialmente paternalistico nei confronti dei Csoa, [e questo soprattutto la stampa di sinistra. L'esempio più eclatante è l'atteggiamento di "Repubblica" e "Manifesto", giornali che hanno sicuramente mostrato una certa attenzione verso il "fenomeno" Csoa, ma in fondo mai prendendolo veramente sul serio, con un'impostazione invece del tipo - quando va bene - "sono compagni giovani, devono crescere; per ora sono emarginati, ma noi staremo loro vicini".] Ovvero, non ci prendono sul serio. Non pensano che i Csoa possano essere luoghi di proposizione politica e culturale anche molto alta. Trattano un problema politico come un problema esistenziale. E fanno anche qui confusione di livelli, perché dalle nostre parti esistenziale e politico si fondono, entro una amalgama molto fecondo che sfugge agli occhi impreparati della sinistra.
I giornali di destra invece tagliano corto e definiscono i Csoa covi di criminali, terroristi, e chi più ne ha più ne metta. Ma il dato divertente, ed interessante, è registrare come l’atteggiamento dei giornali di destra e di sinistra sia sostanzialmente molto simile nella lettura "folkloristica" degli eventi: i colori dei vestiti dei manifestanti, piccoli dettagli strappalacrime, i caroselli gioiosi, eccetera eccetera. È lo strascico della cultura pacifista, su cui tutti i giornali si allineano e di cui non ci libereremo mai troppo presto. Altro esempio di ciò, la puntuale condanna della violenza da parte della stampa sia di sinistra che di destra, ogni qual volta si affaccia timidamente sulla scena, anzi, meglio dire sulle piazze, perché sulla scena c’è 24 ore su 24, ed in modo neanche troppo velato. Il caso degli scontri a Milano per il Leoncavallo ne è un esempio. Sarebbe facile far notare come la lettura fatta dai giornali degli scontri sia stata decisamente parziale e ingiusta nei confronti del corteo e dei compagni [(alcuni esempi: il "brutta Milano" con cui apriva il Manifesto il giorno dopo e la scelta delle lettere pubblicate nei giorni seguenti, sempre molto pacifiste e moderate, molto raramente politiche e incisive)]. La cosa che ci interessa qui mettere in chiaro è invece proprio la famigerata questione della violenza: che cosa significa, oggi, violenza? Che cosa è la violenza? È violenza quella degli operai cassaintegrati che si scontrano con la polizia davanti a palazzo Chigi? Forse sì, direbbe la buona e democratica sinistra. Ma l’accordo del 23 luglio, che i sindacati confederali sbandierano oggi come un traguardo da difendere nei confronti dell’assalto di Berlusconi, non è violenza bella e buona? Berlusconi sta sicuramente cercando di smantellare ciò che rimane dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, ma può farlo grazie alla svendita generale praticata per anni dai sindacati e della sinistra, a partire dal beneamato Enrico (Berlinguer), che oggi viene spesso e volentieri ricordato come un alfiere della democrazia e dell’emancipazione dei lavoratori. Che inganno, e violento, per giunta!
Ma torniamo nel merito della violenza. Rispetto a come ne parlano i giornali, in particolar modo quelli di sinistra, ogni qual volta ci sono scontri di piazza in cui sono immischiati i compagni, la posizione presa è generalmente ideologica. Ovvero, il presupposto ideologico di base non-detto ma ben presente è che la violenza è stata provocata dai compagni in piazza, che non sanno gestire democraticamente un corteo, e così via. [Sempre riguardo agli scontri di Milano, il Corriere della Sera, per fare un esempio, è stato più corretto dei giornali di sinistra nel riportare gli eventi. Al massimo, il Manifesto di solito sottolinea, rimproverandolo, come il corteo sia caduto nella trappola delle provocazioni. A parte il fatto che in genere le cose non stanno propriamente così, bisogna sottolineare come qui a monte ci stia l'ida che i compagni "cerchino" lo scontro, mentre le "forze dell'ordine" (bel nome, vero!) siano puntualmente costrette a "difendersi". Questo anche quando i giornali (di sinistra) cercano di capire e di vedere se ci sono state provocazioni della polizia, e via dicendo.] Il luogo comune è che la violenza fa il gioco degli altri, che la violenza fa perdere il senso della manifestazione, trasformando ogni ragione in torto. La destra insiste su questa lettura, e la sinistra si adagia placidamente sulla stessa posizione, trovandoci evidentemente anche un certo tornaconto. Ma la cosa si fa ancora più interessante se arriviamo a dire che, in effetti, può capitare (anche se praticamente non avviene mai) che lo scontro di piazza sia effettivamente cercato, perché si è arrivati ad un certo punto in cui non ci sono altre strade. Anche qui il caso Leoncavallo è sempre esemplare: quando mai i giornali (specie, ancora una volta, quelli di sinistra) si sarebbero occupati così come hanno fatto dei Csoa se non ci fossero stati gli scontri a Milano? Gli scontri in questo caso sono serviti perché hanno dato avvio a tutta una rete di solidarietà verso i centri sociali molto importante per la loro sopravvivenza. Hanno dato loro voce, e possibilità di farsi ascoltare. Questa stessa intervista sta a dimostrarlo. Vi sembra poco, in un panorama dove la stampa non solo non dà spazio, è falsa e distorce sistematicamente tutto ciò che riguarda i Csoa o proviene da loro, ma più ancora gli ostacola e li aggredisce? Ecco un bell’esempio di violenza: la stampa e la comunicazione. E se non ci sono altri mezzi di comunicazione, per farsi sentire e vedere dalla gente, allora una manifestazione diventa comunicazione al massimo grado. Bisogna anche uscire, allora, dalla convinzione, tipica della sinistra, che i conflitti si svolgano e possano compiersi soltanto entro i canali istituzionali, oltre i quali tutto è "terrorismo" o "errore" o "volontà maligna" di qualcuno che, nell’ombra, non sembra avere altro interesse che danneggiare le famose faticose conquiste della classe operaia, e via dicendo (conquiste, va detto per inciso, che noi per primi rispettiamo e vogliamo difendere, sia ben chiaro!). Bisogna tornare ad una concezione più realistica del conflitto, che è essenzialmente gioco di rapporti di forza. La violenza deve poter essere letta come qualcosa che talvolta è necessario, non come un pretesto per gettare discredito sul movimento. E, per chiarezza, il movimento a volte usa la propria forza, non è violento, come si vuol far credere. Quella della Faranda - che nell’intervista su "Sette" del Corriere della Sera mette in guardia dal pericolo di cadere in quelli che lei ora legge come i suoi errori entro una spirale di violenza che guarda caso, parte proprio dalle manifestazioni - quella sua e del suo gruppo è ed è stata violenza, che ha fatto male più di qualsiasi altra cosa, al movimento.
Resta però il problema che vorremmo porre ai centri sociali interessati alla questione, problema per noi aperto che da qualche tempo ci dà motivo di riflessione. Conviene, in fondo, ai Csoa cercare spazi di comunicazione e di visibilità sulla stampa e più in generale sui media? Conviene di cercare di usarli, o no? Quali rapporti è possibile instaurare con i media senza finire per rimetterci, senza cioè che la comunicazione risulti alla fine sempre e necessariamente falsata? Questo è il problema che poniamo al movimento dei Csoa. Senz’altro una maggiore visibilità e una maggiore voce in capitolo sono traguardi da raggiungere, o almeno su cui riflettere. Ma come? Le riviste, i bollettini, i giornali che circolano nei Centri girano sempre entro un circuito e un ambito piuttosto stretti. Bisogna forse sforzarsi di pensare un modo autonomo di riuscire a farsi ascoltare da chiunque? Cercare spazi in realtà già esistenti e sinceramente aperti ad un’accoglienza senza pregiudiziali e attente verso ciò che i Csoa dicono, come ad esempio in questo caso la vostra rivista? Questo problema resta aperto, e ci piacerebbe che ne nascesse un dibattito, magari inizialmente proprio su questa rivista. Voi sareste disponibili?

D. Siamo senz'altro interessati, se giungeranno contributi sul tema. Ma torniamo a noi. Molti vedono i Centri sociali come luoghi separati, quasi dei ghetti, frequentati da emarginati di ogni genere e razza. Che tipo di soggetti frequentano i centri; si tratta veramente di luoghi di emarginazione, portatori di culture incapaci di leggere i processi di trasformazione?
R. Pensare ai centri sociali come luoghi di emarginazione in questa società ci sembra quasi una barzelletta. Ci fa veramente ridere, in questo mondo ultra-alienato, sentirci accusare di marginalità e di favorire la ghettizzazione. Ciò non significa che questi problemi non ci siano stati ed esistano ancora all’interno dei centri. Ma la questione va affrontata da un altro punto di vista e seguendo una lettura completamente differente. Potremmo anche dire, in fondo, che essere "emarginati" in questa società è un bene, se per emarginazione s’intende "ai margini", quindi anche "fuori dagli schemi". Ma bisogna aggiungere che non ci ha certo aiutato la società stessa ad uscire da questo stato di "emarginazione", e meno che mai la sinistra. Proprio quest’ultima anzi ha gioito maggiormente dei fallimenti dei tentativi operati dai Csoa, non perdendo occasione di fare intervenire le famose "forze dell’ordine" ogni qual volta la situazione sfuggiva di mano, ad esempio quando i tossici, verso i quali i Csoa sono stati sempre aperti - e certo non al modo delle comunità di recupero - hanno preso piede e contribuito in modo consistente a distruggere realtà autonome ed autogestite di ottima fattura. E chiunque potrà bene immaginarsi quanto sia difficile oggi senza legami con il potere ma anzi contro di esso, creare e gestire con efficacia realtà autonome e indipendenti.
C’è stato sicuramente un periodo in cui i Csoa erano molto più "ghetti" di adesso, specie verso la metà degli anni ottanta. Ma si trattava, in quel caso di giocare sulla difensiva, salvare e al tempo stesso creare e rinnovare un’identità antagonista che annaspava vistosamente a causa delle batoste subite. Certo ancora oggi i Csoa non possono dirsi portatori di una cultura estremamente rivoluzionaria ed incisiva come occorrerebbe, e questo ci sembra il limite maggiore dei Csoa, ma comunque molto è cambiato da quei tempi, in meglio. In quel periodo invece era necessario, crediamo, chiuderci un po’ a riccio per riprendere fiato, anche perché la sinistra era tutt’altro che favorevole alla ripresa di un progetto antagonista della società, dopo che aveva contribuito con tanta solerzia ad affossarlo. Insomma, l’isolamento e la debolezza richiedevano un agire più attento e meno aperto, se non si voleva smarrire un "progetto" comunista molto lontano da ciò che circolava, e circola, nella cultura "di maggioranza" del corpo sociale (della sinistra)1. Naturalmente non vi è stato nessun "Grande Maestro" dietro a tutto questo. È stata una cosa non detta, che solo ora, anzi, possiamo riuscire a vedere con un certa chiarezza. Bisogna sottolineare comunque ancora una volta come i giudizi esterni, dei giornali o chi per essi, non riescano assolutamente a comprendere i tipi di soggettività che frequentano i Csoa, spesso non facile a capirsi neanche per chi sta dentro: sono luoghi senza polizia, perciò luoghi di "confine", dove può andare chi vuole, partecipare ma anche solo passare.
Per tornare al tema dell’"emarginazione", o della "marginalità", se vogliamo, che ci piace di più, Foucault, nostro amico da sempre, ci ha insegnato a dare ben altro rilievo e valore a ciò che si trova ai margini, all’"anormale", ovvero a ciò che è "alieno" ad un certo tipo di normalità (sempre che l’uomo medio, oggi, possa essere definito "normale"). Anzi, anche qui lanciamo un’idea che ci piacerebbe fosse discussa dal movimento dei centri sociali, e cioè che la riflessione puntasse proprio sul senso dell’esser marginali in questa società e sulla ricchezza di possibilità che questa situazione apre. Il che non significa, certo, esser "fuori" da questa società, ma forse "sentirsi" fuori dai suoi schemi, dalla sua cultura, così generando un terreno "altro" difficile da comprendere per il potere e da cui partire per attaccarlo con la dovuta efficacia. Ma questa è solo un’idea, che buttiamo lì. Se gli altri centri la trovano idiota, lasciamo perdere, va bene lo stesso.
Il rischio oggi piuttosto, crediamo, per i centri, è proprio quello di uscire un po’ troppo repentinamente dall’ombra in cerca di una giusta e necessaria visibilità e restare così avvolti in giochi di potere sino ad ora totalmente estranei alla cultura dei centri. I centri rappresentano una autentica anomalia in questo modo proprio perché indefiniti e indefinibili, dei "non-luoghi" rispetto alla riconoscibilità perfetta dei "luoghi" che vuole il potere. Forse i centri devono tentare di salvaguardare questa loro "invisibilità", e farne un’arma di difesa difficile da aggredire.
La scommessa può essere allora cercare di essere più propositivi e centrali nelle lotte future. E per questo occorre premere soprattutto sulla questione "culture". I centri non sono legati ad una cultura vecchio stile (il militante, la fede nel "sol dell’avvenire", e così via). Ma neanche ci sembra giusto rinunciare a preziosi contributi che può darci il passato, contributi che per il loro valore non sono certo "passati", anche se oggi il "berlusconismo" vuole farlo credere a tutti i costi. Per esempio, mantenere un certo rapporto con il periodo ‘68-’77, completamente rimosso dalla storia italiana, non ci sembra un’operazione del tutto sballata. E poi chi ha oggi una nuova cultura? La sinistra forse? I centri, per quanto ne sappiamo, non sono legati a vecchi schemi, anzi sono luoghi (o "non-luoghi") aperti alla ricerca e all’innovazione, con tutti i rischi che questo comporta. Da parte nostra, ad esempio, abbiamo portato avanti una ricerca sul pensiero di Michel Foucault che qualche frutto buono pensiamo l’abbia dato.
C’è poi un’ultima cosa che vogliamo sottolineare, per contribuire ulteriormente al dibattito tra i compagni: se è vero che in passato la fabbrica era il "centro" reale della società, ora questo ruolo non è più esclusivamente suo, perché la metropoli intera è diventata "fabbrica diffusa", dove tutto è centrale per la produzione, ovvero dove tutto è sfruttabile e capitalizzabile. Questa non è certo una tesi nuova, ma non per questo ci sembra meno attuale, ed i centri sociali - in quanto "occupanti abusivi" e "sovversivi" del territorio - diventano oggi per il potere nemici centrali e principali, altro che "marginali"! Forse sta ai centri capire adesso le potenzialità di liberazione che hanno e cercare di agire di conseguenza. Per ora si trovano ancora ai margini, ma, chissà....

D. Che rapporto avete avuto, e avete, con il mondo della sinistra generalmente inteso, cioè con la parte del mondo politico che più dovrebbe esservi vicina e da cui è lecito attendersi rispetto e sostegno alla esperienza dei centri?
R. Innanzitutto, facciamo subito chiarezza: la sinistra è una cosa, noi un’altra. Se la sinistra è il Pds, rifondazione, i sindacati l’accordo di luglio come se fosse una conquista, i gruppuscoli democratici ed "ecologici", per i quali la massima meta da raggiungere è il governo amministrativo dello Stato, allora noi non abbiamo proprio nulla a che farci. La sinistra, come la vediamo noi, in realtà è morta e sepolta. Lamberti, il beneamato sindaco di Livorno (del Pds, decisamente uomo di sinistra), ci ha sgomberati con l’inganno dal Teatrino delle Commedie, un magnifico luogo occupato dove quasi tutta la cittadinanza livornese si poteva riunire in libertà (cosa mai pubblicizzata dal manifesto, nonostante i continui fax e la richiesta di almeno un articoletto, dopo il vergognoso sgombero). I centri sociali sgomberati in Italia, sono stati tutti sgomberati da sindaci di sinistra, con la sola eccezione di Formentini, il leghista sindaco di Milano. La sinistra allora è morta e sepolta, ma non per questo temibile: è come uno zombie idiota, che si agita smanacciando e calpestando tutto ciò che nasce di vivo, come in fondo fa da molto tempo, almeno sin da quando il mitico Enrico (Berlinguer) volle elevarsi, e con lui l’altrettanto mitico partito, a custode dei valori del vivere civile e democratico.
Ma non è questo l’essenziale. Ciò che è più importante è che sono proprio le nostre pratiche ad esser inconciliabili con la sinistra: noi non crediamo nella democrazia (che ci sembra un pregiudizio), nel progresso e nel potere statale, per dirne soltanto tre . Stiamo lavorando ad un articolo sulla morte della sinistra, che uscirà con ogni probabilità su uno dei prossimi numeri della rivista Marx 101 (uscito poi sulla rivista Alternative con il titolo Foucault dopo la morte della sinistra n.d.a.), dove sveleremo altri segreti sulla vicenda. Per ora non riveliamo ulteriori particolari. Possiamo solo aggiungere che ci sentiamo quanto mai lontani dalla cultura della sinistra, per cui non ci sembra proprio possibile trovare appoggio in qualcosa che, secondo noi, come forza "emancipatrice" e di liberazione proprio non esiste. Il rapporto migliore che possiamo avere con la sinistra è la "neutralità", ovvero che ci lascino fare ciò che vogliamo. Ma non ci crediamo. Che cosa sarebbe successo con la sinistra al governo? Come avrebbe reagito alla "protesta sociale"? (E, badate bene, noi siamo tutt’altro che "berlusconiani", tant’è che la maggior parte di noi ha votato, alle ultime elezioni, i progressisti).

D. In una società "berlusconizzata" e governata dalla destra, in cui hanno preso il sopravvento l'ideologia del mercato e l'impero dei media, che cosa rappresentano i Csoa? Luoghi liberati, non mercificati, in cui è possibile "prendere una boccata d'ossigeno"? Punti di aggregazione dell'opposizione reale al sistema?
R. Questa domanda è particolarmente interessante perché riguarda questioni "propositive" che a noi stanno molto a cuore. Effettivamente la "berlusconizzazione" impone "compiti nuovi", o comunque un ripensamento e una ridefinizione di molte cose, a nostro avviso in direzione di una diversa e nuova "centralità dei Csoa". I centri sociali dovranno con ogni probabilità sviluppare maggiore attenzione e capacità di analisi nel cercare di comprendere i meccanismi e le pratiche sociali. Questo nel tentativo di farsi portatori di pratiche "altre", ben diverse anche dalla lotta per la "presa del governo": pratiche di lotta indipendenti, più incisive di quanto siano state sino ad ora, pratiche di costruzione di legame sociale ancora comunque in via di definizione. Vorremmo insistere sull’importanza di quest’ultimo punto, la costruzione di pratiche che producano legame sociale, estremamente "sovversivo" a fronte dell’atomizzazione televisiva berlusconiana. Queste pratiche possono assumere, in un orizzonte di lotta, un ruolo centrale e strategico, forse fondamentale. Ogni autoproduzione fatta dai centri dovrebbe andare verso l’autogestione di sfere di vita sempre più ampie, e non nella logica del volontariato, fino a quelle della produzione vera e propria fuori dalle logiche di mercato e sottraendo spazio al mercato. Questo percorso, tuttavia, non va letto come una sorta di progressiva "presa del potere" da parte dei centri e delle loro pratiche. Ciò che conta sono invece proprio queste ultime, ovvero il fondare e attuare pratiche "sovversive", e così fondare e determinare nuove soggettività, quanto mai sfuggenti e difficilmente definibili per il potere. Si tratta dunque di andare verso una autogestione che sia sempre meno mera negazione e sempre più propiziatrice di pratiche altre e di sottrazione di spazio al potere per dare spazio al proprio potere, che ricostruisce su altre linee, su altre "direttive".
Attenzione anche a pensare ai centri sociali come ad isole felici, dove si annulla la mercificazione del tutto. Si tratta piuttosto di imparare ad agire sul territorio in direzione antagonista all’esistente, che è pensato in modo molto simile sia da destra che da sinistra. I centri sono senz’altro luoghi di produzione altra, in tutti i sensi, ma comunque soprattutto entro una logica di resistenza. Non si deve pretendere da essi più di tanto. Possono sicuramente avere un ruolo anche molto importante se non determinante per la ricostruzione di un progetto più articolato di trasformazione della società. Ma non è certo il caso di mitizzarli (nemmeno sottovalutarli, comunque). Diamo alla vicenda le giuste dimensioni. Per il futuro vedremo.

C.S.O.A. Godzilla - Libera Università di Godz

N.B. - Le parti tra parentesi quadre, sono quelle che nella versione pubblicata sono state tagliate.



Note:
1) della sinistra è stato aggiunto dalla rivista CNS; non era presente nell'intervista originaria.

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