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Piccolo glossario, in ordine non alfabetico, su come pensare Livorno e il suo ceto politico


Le città

Le città nascono e muoiono. Non solo si sviluppano e si bloccano, si specializzano o si despecializzano, modificano i loro centri storici, i loro assi direzionali, i loro gruppi di potere verso una nuova accumulazione o verso la gestione della miseria che c'è. Ma muoiono, diventano Ghostown, solo muri e traccia di antiche funzionalità, spariscono dalla carta geografica dopo essersene lentamente ritirate. In Europa non siamo abituati a questo: se pensiamo a una città scomparsa pensiamo a Tebe o al villaggio americano dove è restato solo il Saloon.
Le città europee sembrerebbero non poter sparire perché legate al senso di una sana e sofferta accumulazione: Dresda dopo il bombardamento sarebbe mutata, Venezia non sarebbe mai affondata e galleggerebbe sempre continuando a accumulare storia. Le città europee non scompaiono, sembrerebbero riemergere: Solingen da luogo di un fiorente commercio artigiano del '500 riemergerebbe come luogo dei roghi delle bambine nella memoria collettiva dei turchi residenti in Germania; Manchester non sarebbe riemersa come porto. Quando sarebbe tornata su lo avrebbe fatto come Mad-chester, città che si sarebbe saputa distinguere in un uso stranamente simpatico dell'ecstasy.
In Italia il problema della scomparsa della città non è neanche in discussione. Non vivrebbero forse all'interno di una lunga e robusta tradizione?

Livorno prima e dopo il suo bravo modello di sviluppo

Se si parla di modello di sviluppo a Livorno bisogna considerare due elementi: quando questo modello ha avuto il suo punto di caduta e il problema dell'assunzione consapevole di questa crisi.
Possiamo situare i due eventi tra l'inizio e la fine degli anni '80 e possiamo prenderli come elementi per una genealogia della scomposizione del modello fordista italiano; per una genealogia che sappia legare Livorno a Sesto San Giovanni, Taranto, Terni, Bagnoli, Ivrea o Piombino. Diverrebbe così chiaro dove si possa parlare di implosione del tessuto sociale in Italia, legata al collasso del fordismo come regolazione complessiva dei fenomeni tipici dello spazio urbano, distinguendo da dove si può parlare di tessuto sociale legato all'esplosione della produzione "agile e diffusa" (il mitico Nord-Est).
La crisi del modello di sviluppo livornese ha il suo punto di caduta a partire dalla fine degli anni '70. Gli elementi fondamentali di questo modello sono due: una cintura periferica fatta di fabbriche a partecipazione statale e il porto. Questi due elementi, frutto di una serie di patti sociali, raggiungono il proprio apice (inteso come alto livello occupazionale e di consumi diffusi) nella metà degli anni '70. Il porto di Livorno nonostante che, fin da quel periodo, riesca ad agganciare il trend della “containerizzazione” come occasione di "sviluppo", comincerà a perdere quella caratteristica di creatore e distributore di reddito per l'intero tessuto urbano che aveva mantenuto a lungo. Le fabbriche a partecipazione statale, a partire dalla seconda metà degli anni '70, cominceranno quel lungo lavoro di ristrutturazione occupazionale e di dismissione degli impianti che porterà Livorno da avere 4000 disoccupati nel 1980 ad averne oltre 25.000 quindici anni dopo (la Cgil ne riconosce 13.000 però "con speranze occupazionali praticamente nulle").
Oltre a una significativa fetta di base occupazionale viene quindi a mancare il volano territoriale dello sviluppo: porto e cintura delle fabbriche. Bisogna qui ricordare che, a tutt'oggi, questo volano è stato sostituito con... i residuati dell'implosione del modello precedente. Ora, è interessante notare come la comprensione di questo processo, con i suoi relativi antidoti anche all'interno di una concezione “sviluppista” dei processi sociali, sia completamente mancata da parte del ceto politico locale di allora che classifichiamo in tre componenti:

  • di matrice operaia, che prosegue la propria emancipazione nelle opportunità di carriera parastatale offerte dall'accresciuto peso politico del Pci in un periodo di espansione della spesa pubblica
  • di vera e propria aristocrazia operaia,legato sostanzialmente alla Compagnia Lavoratori Portuali, che non solo "detta legge in porto" ma fa sentire le proprie esigenze, e quelle delle proprie clientele, all'interno degli enti locali
  • di ceto impiegatizio medio-alto, reclutato dalle leve giovanili del Pci, che si riproduce nei reticolati di rapporti professionali, politici e clientelari legati al periodo di sopracitata espansione della spesa pubblica.

Da nessuna di queste tre componenti, per tutti gli anni '80, viene avvertita l'esigenza di uno studio e di un tentativo di revisione radicale del modello di sviluppo. Le ragioni sono abbastanza semplici. Ne indichiamo sostanzialmente cinque: l'incapacità di comprendere collettivamente il processo da parte di un ceto politico scarsamente intellettualizzato, l'esistenza di ferrei legami incrociati al suo interno che ha impedito quell'autonomizzazione di una parte di ceto politico necessaria a ogni cambiamento, la convinzione di essere, comunque, un ceto di intoccabili, l'inesistenza di seri antagonisti politici, l'inesistenza di istituzioni di ricerca sociale indispensabili alla riproduzione di quel ceto politico. In questa situazione, sembrerà strano, qui l'ottantanove ha portato due seri cambiamenti: la liberalizzazione delle banchine in Porto ha ratificato il declino della forza politica della Compagnia Lavoratori Portuali intesa come forza politica portatrice di interessi complessivi; la disintegrazione del Pci ha fatto scemare il peso politico cittadino della residua componente operaia. Dalla successiva scomposizione del ceto politico del Pci, man mano che il modello di sviluppo si riproduceva in maniera sempre più rimaneggiata, nascono due cartelli elettorali che hanno il precisa funzione di sopravvivere all'implosione del modello precedente: il Pds, con i suoi aggregati, come cartello elettorale-amministrativo; Rifondazione come cartello elettorale-identitario. Entrambi assolvono il compito della propria sopravvivenza grazie al riciclaggio di tecnologie politiche precedenti (per il quale è necessario il passaggio dall'essere ceto politico all'essere cartello elettorale).

Sull'uso delle tecnologie politiche

Una buona parte dei commentatori odierni di politica ha l'abitudine di parlare di un partito come elemento portatore di ideologia. Senza soffermarsi sulla critica a questa impostazione, tutta incentrata sulla visione del partito come momento della conversione del singolo, ci interessa accennare il problema -ormai divenuto problema quasi esclusivamente storiografico- del partito come portatore di tecnologia politica. Si intende, ad esempio, il partito come luogo di organizzazione, ristrutturazione e trasmissione dei saperi necessari a dislocare persone e aggregati di persone nel tempo e nello spazio (come organizzare una cellula, un comitato, una segreteria, una mobilitazione, un'elezione), delle discipline necessarie allo studio di questa dislocazione ( il dibattito, la rivista, il giornale, l'archivio segreto e discreto), delle tattiche di alleanza o scontro all'interno o fuori del partito (politica interna e estera del partito, vera e propria disciplina diplomatica con una sua saggistica, una sua narrativa e i suoi trucchi del mestiere). Tutto questo è solo un assaggio di come si conforma una tecnologia politica: un intreccio di saperi specifici o specializzati, e sottoposti a revisione, che, nel loro determinato campo d'azione, vanno a concorrere alla composizione dell'agire del partito politico. Si potrebbe dire che piuttosto che le ideologie, sono le tecnologie politiche a mantenere in vita un partito. Dove cessa l'attività della tecnologia politica, con il suo campo d'applicazione meticoloso e quotidiano, cessa questa o quella funzione del partito o, in un processo di più vasta portata, il partito stesso. Per noi le tecnologie politiche sono retaggio dell'epoca dei partiti istituzionali di massa e si tratta di saperi ottenuti anche in concorrenza a chi ha prodotto tecnologie a volte simili: l'impresa, lo stato e, in tutt'altro campo, i movimenti politici.
La tecnologia politica ha poi la caratteristica fondamentale di essere il sapere che genera e rigenera legami tra gli aderenti a un partito o a un cartello: è tecnologia di costruzione, di ratifica e di ristrutturazione di legami tra aderenti e tra partito (oggi cartello) e il suo ambiente esterno. Questo creare (o ristrutturare) legami, reti e rapporti fa parte dell'engineering della tecnologia politica stessa e permette la sopravvivenza o la mutazione del partito anche in presenza di correzioni di rotta (delle quali, per altro, le tecnologie sono parte integrante).

Cartello elettorale-amministrativo e cartello elettorale-identitario: il riuso delle tecnologie politiche all'interno dell'implosione del modello di sviluppo

Diviene quindi chiaro che cosa siano Rifondazione e Pds a Livorno: veri e propri enti di riciclaggio di tecnologie politiche che si riproducono nell'agire entro un modello complessivo imploso mai rimesso in discussione.
Infatti, dopo la crisi del modello di sviluppo locale, e dopo la disintegrazione del Pci, i maggiori eventi locali possono essere letti entro il particolare modo di riprodursi del Pds e di Rifondazione locali.
Ma soffermiamoci un attimo sull'implosione del modello di sviluppo. Esaurimento della base industriale e ridimensionamento dei commerci marittimi, come elemento di produzione e regolazione di ricchezza, possono anche essere superati se interviene almeno uno di questi tre fattori di novità: un nuovo modello di sviluppo autocentrato, un intervento pubblico a sostegno della "ripresa", una massiccia emergenza di finanziamenti privati.
Ora, nessuno di questi fattori è intervenuto negli ultimi anni. Il ceto politico locale, prima e dopo la disintegrazione del Pci, non ha mai trovato, e neppure è riuscito a porsi il problema di trovarla, una nuova direttrice di sviluppo (come è successo in quelle medie città Usa che sono riuscite a uscire dall'industrializzazione pesante con la diversificazione di innumerevoli piccole e medie attività diffuse); un intervento pubblico di sostegno è una chimera stante la crisi strutturale della spesa pubblica; l'emergenza di finanziamenti privati è legata a fenomeni di piccola speculazione (peraltro ampiamente incoraggiata dall'amministrazione comunale).
Nel frattempo si registra una progressiva contrazione dei livelli di consumo (su questo basta scegliere a caso nelle statistiche). Quello che però è più interessante è vedere come un terzo del reddito cittadino sia legato all'erogazione pensionistica e una buona parte dei restanti due terzi dal lavoro dipendente presso enti locali e pubblici nati nella fase precedente. Questo ci aiuta, infatti, a inquadrare il problema del complesso territoriale livornese: stante la crisi della spesa pubblica, la ristrutturazione occupazionale negli enti pubblici e locali, il taglio alle erogazioni pensionistiche e la compressione salariale si ha un lento esaurimento dei residui elementi di stabilizzazione dei consumi e del livello di vita che va a sommarsi al definitivo esaurimento del modello porto-partecipazioni statali. Ora, se il vecchio modello si è esaurito,e i suoi residuati perdono di consistenza, è interessante vedere come agiscono, in questo contesto, le schegge di ceto politico cittadino fuoriuscite dalla scomposizione dei tre blocchi di ceto politico aggregatosi nella metà degli anni '70.
-Il cartello elettorale-amministrativo.
È interessante notare come, nel Pds cittadino, l'ereditare l'egemonia politica del Pci abbia significato il compimento di un passaggio, già definitosi negli anni '80, da ceto politico organizzato a cartello elettorale-amministrativo. Per ceto politico intendiamo il vertice intellettuale e decisionale di un'organizzazione di massa,strutturata secondo precise tecnologie politiche, e avente come criterio di crescita l'allargamento del corpo militante e la riuscita nel risultato elettorale. Per cartello elettorale-amministrativo intendiamo una struttura che, omettendo la necessità dell'organizzazione di massa, si conforma in funzione di un risultato elettorale che confermi o meno la possibilità di disporre potere da parte del segmento di amministrazione pubblica -e del reticolo clientelare connesso- rappresentato direttamente dal cartello elettorale stesso.
Questa omissione della organizzazione di massa non rappresenta tanto, o solamente, la necessità della semplificazione della ipertrofia burocratica che una organizzazione di massa comporta ma anche, nel caso di cui stiamo parlando, lo sganciamento dalla tutela diretta degli interessi dei componenti della stessa organizzazione di massa e, conseguentemente, lo sganciamento dalla strategia politica che quella tutela sovraintendeva. Quello che è avvenuto a Livorno è proprio questo: alla crisi del modello di sviluppo non ha fatto seguito l'uso dell'organizzazione di massa come istituzione di risposta a questa crisi. C'è stata la gestione giorno-per-giorno degli effetti di questa crisi che ha comportato il fatto che il vertice dell'organizzazione di massa si facesse cartello elettorale-amministrativo, per salvaguardare sé e il funzionamento delle proprie amministrazioni, espellendo le componenti dell'organizzazione di massa non solo dal partito ma anche dalla possibilità della tutela diretta dei loro interessi. Il Pds locale è stato la ratificazione di questo processo che ha comportato questo meccanismo: a fronte dell'esaurirsi degli effetti del vecchio modello, il cartello elettorale amministrativo è gestione delle emergenze prodotte da quell'esaurirsi; questo comporta la fine della tutela degli interessi diretti degli ex aderenti al partito di massa (da queste parti praticamente la maggioranza della popolazione) ma anche la salvaguardia, e il rinnovo, dei meccanismi di consenso elettorale e di funzionamento amministrativo che invece, proprio grazie al perpetuarsi della tutela diretta degli interessi degli affiliati al partito di massa, sarebbero stati messi in discussione. Visto anche che gli interessi di massa non si sono saputi autorappresentare, il gioco ha tenuto e nella variabile più perversa: gli stessi espulsi dal processo di tutela degli interessi di massa, a fronte del monopolio del potere elettorale del Pds ( vistosa eredità del Pci come partito di massa, messa peraltro a frutto con il meccanismo elettorale del doppio turno per l'elezione diretta del sindaco), si sono trovati a doversi rivolgere, per la domanda di tutela al ribasso di frammenti dei propri interessi, allo stesso partito che gli negava, per costituzione materiale, questi stessi interessi. In poche parole, durante e al termine del passaggio da organizzazione di massa a cartello elettorale, i voti sono arrivati comunque ma si sono modificati sia lo spessore, sempre più tenue, della tutela degli interessi che il meccanismo di controllo nell'esercizio di questa "tutela" (praticamente inesistente visto che il cartello elettorale-amministrativo è nato proprio per tutelare interessi ristretti -visto che solo entro un modello di sviluppo si possono tutelare interessi larghi- e in assoluta discrezione).
Rispetto alla crisi del territorio il trasformarsi da Pci a Pds, da partito di massa a cartello elettorale amministrativo, è sia una risposta povera che nichilista: permette la sopravvivenza di un ceto politico, la ristrutturazione dei suoi legami interni, senza porsi il problema dell'affrontare i nodi strutturali che la crisi impone.
Per questa tattica la sopravvivenza tramite le sole tecnologie politiche diventa essenziale senza un modello di sviluppo cui aderire, senza una vera e propria direttrice di crescita. Il cartello si tiene in piedi ereditando alcune tecnologie politiche della fase precedente e che, invece, erano saldamente ancorare al riprodursi di un modello di sviluppo: come riprodurre un ceto dirigente (saperi della cooptazione, dell'intreccio di interessi, dell'espulsione degli elementi estranei), come occupare i media (saperi dell'intreccio di interessi con i mezzi di comunicazione, della valutazione del proprio peso di rappresentatività all'interno dei media), come far funzionare un'amministrazione locale (saperi della trasformazione del dirigente di partito in dirigente d'ufficio, del leader in Sindaco), come aggregare consenso (saperi dell'intermediazione di interessi). È la riproduzione di queste tecnologie che è il motore della sopravvivenza del cartello: ecco il miracolo di un ceto politico che riesce a vivere nonostante la caduta del modello di sviluppo del proprio territorio. La questione importante, per il cartello, è che ci siano i margini di riproduzione delle tecnologie politiche. Grazie anche allo sganciamento dalla tutela degli interessi diretti di massa questi margini ci sono; la riproduzione di tecnologie politiche serve quindi alla sopravvivenza di un ceto politico permettendo di separare il problema della propria sopravvivenza da quello dell'affrontare i nodi strutturali per la vita stessa proprio territorio.

Il cartello elettorale-identitario: Rifondazione locale.

L'elemento motore del cartello elettorale di Rifondazione è speculare a quello del Pds locale: dove però, nel Pds, è il funzionalismo amministrativo a essere il cuore delle tecnologie politiche, per Rifondazione il cuore lo occupa la politica identitaria.
Per politica identitaria (ovvero lo sviluppo delle tecnologie politiche che hanno lo scopo del riprodursi di una identità collettiva affiliabile all'interno delle singole identità) intendiamo la capacità, da parte di un cartello elettorale, di fornire una vera e propria carta geografica del mondo circostante ai propri aderenti. Una carta geografica fatta di "qui noi siamo", di "qui sono gli altri", di "questo potremmo essere" e "così è purtroppo il mondo". Questa carta geografica non è solo aria fritta, è merce richiesta in tempi di veloce ristrutturazione perché permette di definirsi (in orgoglioso contrasto con l'indistinta "gente").
Il funzionamento del cartello elettorale identitario è sia ricavato dal rovescio di quello del Pds che dai suoi scarti. Il rovescio sta nel fatto dell'affrontare lo stesso problema del cartello elettorale amministrativo -ovvero l'impossibilità di produrre una mobilitazione di massa contro la crisi del territorio- con tecnologie che richiamano a ciò che il Pds locale rifugge. Ovvero con i saperi politici della mobilitazione di piazza, del tentativo di allargare le fila del partito, delle parole d'ordine del populismo berlingueriano. Inoltre, tutti i soggetti scartati dal cartello elettorale amministrativo trovano immediatamente cittadinanza nell'altro cartello elettorale. Quello che però avviene non è la ricomposizione di un soggetto politico perché il modello di sviluppo e la sua crisi non vengono aggrediti e, quindi, non ci sono le fasi tipiche della formazione di un soggetto politico: scontri, alleanze, fratture, battaglie, lacerazioni, vittorie e sconfitte. La ricomposizione avviene sul piano del contarsi: il "quanti siamo a quest'elezione, quanti saremo", comporta l'esaltazione delle sole tecnologie politiche del cartello elettorale (saperi della mobilitazione di piazza, di candidati, di seggio, di bandiera, saperi dell'orgoglio, della memoria, del "siamo solo noi").Contarsi significa dare spessore alla carta geografica del mondo circostante di cui gli aderenti hanno bisogno per capire dove sono confinati. Il momento elettorale diventa, di conseguenza, l'evento che produce questo contarsi. Se la costituzione del cartello elettorale avviene sulle pratiche del contarsi ciò impedisce anche che il cartello si faccia organizzazione di massa: lo sviluppo dell'organizzazione romperebbe il “confinamento”, la mappatura, l'identità verso un dove del tutto incomprensibile (Scattano allora i saperi del "meglio l'identità del nulla", rintracciabili anche nella pressoché totalità del movimento antagonista italiano di oggi).
Questo avviene perché il passaggio da cartello a organizzazione di massa prevede la tutela di quegli interessi di massa che un organizzazione capillare contiene. Ecco perché Rifondazione locale può essere solo cartello identitario,ovvero desiderio dell'organizzazione di massa, senza potersi mai strutturare: perché l'organizzazione di massa si dà solo dentro un modello di sviluppo -in atto o desiderato- per il quale, o entro il quale, si lotta per dare peso sociale ai propri aderenti. Non essendoci modello di sviluppo né in atto né desiderato, nei quali la crescita dell'organizzazione sarebbe la parte che riguarda la tutela degli interessi collettivi o il tipo di società voluta, non può esserci direttrice di costruzione dell'organizzazione. Non può quindi darsi un passaggio da cartello identitario a organizzazione politica. Resta il cartello elettorale identitario che mima l'organizzazione politica laddove il cartello amministrativo-elettorale ne fugge. In entrambi i casi le tecnologie politiche necessarie sono riusi di quelle del passato.
Il cartello elettorale-identitario, come quello elettorale amministrativo, hanno dunque la medesima dinamica -sganciare il problema della crisi del proprio territorio da quello della propria sopravvivenza-, lo stesso tipo di soluzione -far proliferare le tecnologie politiche come elemento di riproduzione di sé-, la stessa provenienza politica -l'eredità del Pci- e la stessa provenienza sociale (la scomposizione dei ceti agglomeratisi attorno al Pci). Ma non sono la stessa cosa né facce della stessa medaglia: nella crisi del territorio l'uno produce funzionamento amministrativo e l'ideologia dell'istituzione pubblica come sganciamento dalla tutela dei diritti materiali, l'altro produce identità sociale e un'ideologia neowelfarista; l'uno cerca di allontanarsi dal modello del Pci quanto l'altro cerca di ritornarvi. Resta un piccolo problema: il collasso del modello di sviluppo. ovvero la riproduzione materiale del territorio, con questo sistema degli sganciamenti, non viene affrontata da nessuno.

Come usare queste note

Senza ombra di dubbio queste note sono costruite per dare elementi di sociologia politica, o meglio di sociologia dei ceti politici e delle discipline che li riproducono. Oltre alle necessarie economizzazioni di discorsi, di frasi e di argomenti bisogna ricordare che queste note sono costruite attorno a un ipotesi. Si tratta di quella del cimentarsi o meno, da parte di organizzazioni di massa, con la crisi del modello di sviluppo del proprio territorio. Si trattava quindi di evidenziare come, e si ci siano state le capacità, abbiano reagito i soggetti politici livornesi al crollo del proprio modello di vita.
Seguendo questo filone si può anche notare la capacità di sopravvivenza, o di adattamento, di questi ceti politici anche in completa assenza di un piano complessivo di sviluppo (l'insistenza di questo termine "sviluppo" non viene affatto da una particolare convinzione sull'utilità politica di questo termine ma solo dalla sua utilità nella conformazione dell'ipotesi di partenza).
Queste note cercano di introdurre anche una necessità storiografica: rivedere le metodologie della ricostruzione storica del Pci. Si tratta di far fuoriuscire le metodologie di ricostruzione storiografica di un partito che non sia né il "partito del popolo" né una "tappa della modernizzazione italiana", né il "partito di quaranta anni di consociativismo" né "il partito della costruzione del welfare". Una necessità che oggi, però, non sembra essere avvertita.
Infine, dopo una lettura di questo tipo, si può poi concludere che se le città nascono e muoiono i cartelli elettorali gli sopravvivono.

Silvano Cacciari

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