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   Libera Università di Godzilla | Note C.S.O.A. Godzilla   
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La Farmacia di Platone è chiusa\1


    Indice:
  1. Spunti teorici
  2. Un percorso di lavoro
  3. Una proposta di seminari

1)
Questo foglio della Libera Università di Godz ha una natura volutamente ibrida. Si tratta infatti di una nota informativa, con una richiesta implicita di collaborazione, su un percorso seminariale come di un momento di riflessione. Senza troppo gloriarci di questa natura &qout;ibridoide&qout; ci basta solo rimarcare che la Libera Università di Godz è nata proprio per riflettere sulle zone grigie di sapere e, di conseguenza, per produrre materiali di frontiera.

Nella primavera scorsa, durante un seminario alla Libera Università, A.M. Iacono pose l'accento sul problema della concettualizzazione della democrazia nell'epoca dell'immagine del mondo, quando cioè il rapporto tra parola e immagine viene rimesso in discussione dallo sviluppo impetuoso delle tecniche della rappresentazione visiva.

Uno dei nodi della riflessione si sviluppava a partire dal saggio di Heidegger sull'origine dell'opera d'arte. Ci interessa sottolineare a questo punto uno degli argomenti "storici" di questo saggio. Ovvero quello che vede l'opera d'arte come momento "cofondativo" della verità assieme alla parola. In questo saggio di Heidegger la verità è detta dalla pittura, dall'arte figurativa artigianale aggiungiamo noi. Ora, in Heidegger ciò non significa l'espulsione della parola dal momento fondativo della verità ma la sua classificazione a momento cofondativo. Per abusare un attimo del linguaggio heideggeriano, attraverso la parola l'opera diviene messa in opera della verità. Il quadro, produzione figurativo-artigianale, "parla" esponendo la verità e la parola ha la funzione di immergersi, continuamente, nella differenza tra "parlare" e parlare. Questa funzione non è solo un dichiarare all'infinito l'impossibilità della parola ad azzerare la differenza tra "parlare" e parlare. È anche un esplicito supporto alla funzione del "parlare" dell'opera d'arte. Senza la parola che spiega il "parlare" dell'opera d'arte il quadro resterebbe muto: detto in sintesi, chi spiegherebbe, senza la parola, il valore gnoseologico dell'opera d'arte? Quindi, questi due momenti, parola e arte figurativa, si co-fondano, si spiegano a vicenda.
Immagine e parola sono qui i due momenti cofondativi del problema del vero in Heidegger. Del valore di questa analisi è (nell'economia del discorso che a noi interessa) importante sottolineare proprio la cofondatività: nessuno dei due viene prima dell'altro ed entrambi gli aspetti vanno considerati nel loro rapporto di scambio che è ciò che produce il vero. Cosa vogliamo dire con questo?

-Prima di tutto che rifiutiamo le analisi (per intenderci, Virilio, Baudrillard e parentela) che parlano dell'oggi come il luogo del trionfo storico del simulacro e che si dilettano sul declino della parola. Conseguentemente guardiamo con sospetto verso tutti i Cyberpunx che parlano del reale come pallida sfumatura (o semplice sfumatura) del virtuale. Siamo forse degli inossidabili oggettivisti?

Vediamo il prossimo punto.

-La cofondatività della produzione del vero tra parola e immagine in Heidegger è, a nostro avviso, sia un lascito importante che un qualcosa che rischia di produrre nostalgie. Il lascito importante è quello dell'idea di un equilibrio, nel momento gnoseologico, tra parola e immagine. Nessuno dei due è momento primario e la forza del conoscere diventa quella che sa mettere in fusione i due elementi.
La nostalgia sta invece nel fatto che, questo equilibrio, si dà, dal lato delle arti figurative, solo nel momento della produzione artigianale. Che l'operare della verità stia (assieme alla parola) nelle arti figurative artigianali, a noi, nell'epoca del satellite\network può suonare irrimediabilmente sinistro. Infatti, che cosa significa ciò, per noi ?
Forse che, dal lato dell'immagine, un rapporto con la verità è andato perduto perché, producendo il nostro mondo del media\live\show solo immagini clonate, siamo socialmente lontani dal lato di verità che è prodotto dall'affresco?
Se si risponde si a questa domanda o si va verso Baudrillard o verso il sentimento della autenticità (irrimediabilmente) perduta. Si afferma cioè il trionfo storico del simulacro. Noi, invece, rispondiamo diversamente: il nostro (della nostra contemporaneità, si intende) rapporto di equilibrio tra parola e immagine si è rotto a favore di quest'ultima ma non è affatto detto che lo sia irrimediabilmente. Anzi, troviamo estremamente interessante, quindi non solo inquietante, la potenza sociale sviluppata dall'immagine. Anzi, crediamo che,proprio a partire da alcuni elementi di questa potenza sociale, l'equilibrio cofondativo indicato da Heidegger possa darsi proprio a livello sociale e su nuove basi fondative.
Prima di sviluppare queste affermazioni, crediamo sia il caso di addentrarsi un attimo in ciò che abbiamo accennato essere un rapporto di squilibrio tra parola e immagine e dove, a nostro avviso, avvenga.

Per spiegarsi prendiamo la nozione di Intelletto Agente così come si dispiega nell'aristotelismo averroistico. È una nozione che prendiamo a prestito fino ad un certo punto.
Semplifichiamola sordidamente fino al punto che ci interessa: il modo con cui è possibile che l'individuo possa produrre l'astrazione.
L'intelletto agente è il luogo dove posa l'universalità della scienza, dove coesistono tutte le categorie universali che non solo rendono la scienza possibile, ma che rendono possibile una interpretazione universale e chiara dei fenomeni. Nel processo di astrazione l'individuo (chiamiamolo così) può elevarsi all'universalità proprio servendosi dei 'materiali' messi a disposizione dall'intelletto agente.
Tali materiali vivono, nella loro pienezza, in questo intelletto agente che, per essere puramente e pienamente se, vive separato dai processi di soggettivazione individuale e proprio per questo li nutre.

La nascita del "general intellect" ci rende questo intelletto agente in una nuova dimensione: luogo dove coesistono tutte le categorie universali che rendono la scienza possibile aventi, però, come origine il generale processo della produzione. Il processo di astrazione è reso, quindi, possibile all'individuo solo utilizzando i materiali, predisposti all'astrazione, messi a disposizione dal general intellect, intelletto generale sociale originato dalla produzione.
In questa ottica, ci sembra lecito credere che lo squilibrio tra parola e immagine sia generato all'interno del general intellect, in quanto sembra proprio essere l'immagine l'elemento adatto a servire lo sviluppo dell'intelletto generale originario più che la parola.

Questo accade se teniamo conto di due grandi necessità contemporanee del general intellect all'interno della società tecnomorfa: contemporaneità e riduzione di complessità.
Lo sviluppo delle arti figurative all'interno del sistema mediologico, tramite l'esperienza del collegamento live, della rete telematica, rende possibili miriadi di collegamenti giornalieri tra i neuroni dell'intelletto generale. Se il passaggio da intelletto agente a general intellect è un passaggio dettato dal qualificare quest'ultimo come elemento originato dalla produzione, caratteristica della produzione è l'aumento della velocità con cui essa si riproduce. Il collegamento live è la garanzia della rappresentazione di questa velocità. L'immagine come elemento di rappresentazione è la testimonianza del tentativo di rendere oggettiva e fedele questa rappresentazione: collegarsi con Mosca facendo vedere il Cremlino è ritenuto più efficace che descrivere il Cremlino dallo studio. Infatti nella nostra epoca, all'interno del general intellect, sono più sviluppate le tecniche di affinamento dell'immagine che quelle di affinamento della parola.
Anzi, la parola sembra seguire il destino di istantaneità dell'immagine: al "flash" segue il flash di agenzia, la notizia flash, l'intervento flash.
Nella realtà già virtuale del computer, la parola è il segnavia per passare da un'immagine all'altra, oppure è "spazializzata" in files, finestre, riquadri. La parola sembra quindi, all'interno del general intellect, seguire l'importante ruolo di contemporaneità che svolge l'immagine.
La riduzione di complessità attraverso l'immagine crediamo sia da ascrivere alla fase neoliberista tipica della nostra contemporaneità.
La scomposizione delle società del welfare ci aveva consegnato società irrimediabilmente plurali: pluralità di richieste, anche contraddittorie tra loro, verso lo stato e tutte insoddisfatte. La società neoliberista toglie legittimità a questa pluralità di richieste, cerca di depotenziarne l'aspetto disgregativo per il sistema, riducendo la normatività e la complessità di queste richieste ad un unica normatività: quella del mercato (con o senza regole, fa lo stesso).
L'immagine è l'elemento, a livello di general intellect e politico, connettivo di questo passaggio: da una parte serve per potenziare la funzione della merce all'interno del mercato (tanto che è impensabile oggi l'esistenza di una merce senza una strategia dell'immagine); dall'altro è quell'icona che permette di depotenziare il linguaggio tipico delle società politiche (fatto di partiti di massa, teorie, interventi, etc..) del welfare riducendo il percepire complesso del postmoderno nel breve spazio di un segno o dell'immagine neocarismatica del leader.

Se l'immagine è il tessuto connettivo fondamentale del general intellect, non possiamo non notare che il suo prodursi riguardi una sofisticata catena di produzione sociale. Mentre tutte le energie della società sono drenate verso questo general intellect, è solo la parte più alta della catena che governa la produzione di immagine. Avviene quindi che la parte più considerevole della società è esclusa da questo rapporto, che non è mero rapporto produttivo ma sofisticato rapporto di sapere.

Se consideriamo da questo angolo l'esplosione dei movimenti razzisti in Europa vediamo come il disagio sociale, incapacitato a ricostruire sofisticati rapporti di sapere necessari alla trasformazione sociale sul livello dato, si materializza nella rozza forma della criminalizzazione dell'altro e del vicino, proprio perché non possiede le chiavi di accesso dei sofisticati processi di astrazione forniti dal general intellect.
Se dobbiamo quindi dire la nostra sul problema della democrazia nell'epoca dell'immagine del mondo non possiamo non notare che:
-Lo squilibrio dato tra parola e immagine a favore, all'interno del general intellect, di quest'ultima produce l'emarginazione cognitiva di ampie fasce della società incapacitate a ripercorrere la catena della sofisticata produzione dell'immagine.

-Il problema della democrazia si pone quindi come problema di riequilibrio di questo rapporto parola-immagine. Proprio perché la parola è l'altro elemento del rapporto di conoscenza, si tratta di restituire voce ad una società muta che vede sfilarsi davanti, giornalmente, miriadi di immagini socialmente normative, garanti della contemporaneità e della riduzione di complessità necessarie al funzionamento del general intellect.

-Si tratta quindi di costruire il rapporto cognitivo necessario a ricostruire, dal basso verso l'alto, la sofisticata catena di produzione dell'immagine che governa il general intellect. Senza questa ricostruzione, che riporta la parola al nuovo livello sociale dato dallo sviluppo dell'immagine e rimette in moto le condizioni di equilibrio, crediamo sia difficile concettualizzare una qualche forma di democrazia. Non crediamo però che questo lavoro di riequilibro vada fatto in una qualche farmacia di Platone, dove vengono ricostruite le condizioni teoriche di riproduzione delle idee e del loro beato empireo. Crediamo invece che questo lavoro vada fatto nella cavernosa officina degli spazi sociali.

2)
Se la catena del sapere sociale che produce l'immagine è sofisticata, quella del linguaggio politico sembra essere straordinariamente povera. Se l'icona del leader carismatico ha sostituito la catena di trasmissione dei saperi, e dei poteri, del partito di massa tutti i saperi necessari all'emancipazione sociale (e purtroppo non solo a quella), presenti nel partito di massa, sono andati scomparendo. A fronte di questa scomparsa, e in virtù del paragrafo precedente, crediamo che, per riattivare politiche di emancipazione, il sapere politico debba ritornare sulla dura via della "divisione" intellettuale del lavoro per ripercorrere la catena della (sofisticata) organizzazione della produzione sociale dell'immagine.
Il linguaggio politico che allude all'emancipazione infatti, sembra più rincorrere le infinite istanze emergenziali tipiche delle patologie delle nostre società che attivare il lavoro di tessitura del legame sociale cognitivo necessario a abbracciare la "sofisticata catena".
A questo punto quello che noi proponiamo è di costruire, alla Libera Università di Godz, il "come nasce" un lavoro intellettuale,a partire da un canovaccio grezzo di partenza, e esporre questo "come nasce" all'interno di un luogo sociale, di emancipazione per confrontare i diversi saperi in ballo, quello intellettuale e quello "sociale".
La nostra proposta, e il nostro invito, è molto semplice: noi proponiamo una traccia di lavoro e chiunque voglia risponderci è invitato a esporre il proprio parere e la propria elaborazione su questa traccia. In più è invitato a esporre il "come nasce" questo parere e questa elaborazione: attraverso quali letture, quali discipline, quale processo di produzione dell'idea.
Insomma, ci interessa vedere la nascita di un concetto intellettualmente prodotto e valutare la differenza di genesi, e di capacità rappresentativa, con quella di un concetto prodotto dal mare magno del sociale che lavora nelle pratiche emancipatorie.

3)
La traccia che proponiamo è semplice e frammentaria proprio come deve esserlo una proposta di stimolo al lavoro intellettuale. Nella scelta degli autori è stato tenuto conto, in generale, della predisposizione che si trova negli spazi sociali a discutere di esistenzialismo e di scienze sociali. Abbiamo deciso di "intellettualizzare" questa predisposizione proponendo, appunto, una traccia di lavoro.

Et voilà:

Nel 1913 il giovane Jaspers pubblicò Psicopatologia generale. Questo testo fu tradotto in Francia da Sartre e Paul Nizan e fu utilizzato da Weber nell'introduzione di Economia e Società per rinviare ad un concetto di psicologia ogni modo conforme alla sua concezione della costruzione del lavoro sociologico.

A noi interessa costruire 4 seminari su questo problema più uno riassuntivo. I quattro seminari su questo problema dovrebbero saper rispondere a queste domande:

  • su Jaspers: perché la sua elaborazione è utile sia per Sartre che per Weber?
  • su Sartre: perché Sartre sente l'esigenza di tradurre Jaspers ?
  • su Weber: che legame forte c'è tra Economia e società e la Psicopatologia? Esiste un legame tra scelta esistenziale sartriana e scelta dell'oggetto d'osservazione da parte della sociologia in Weber?

Il "titolo" attorno al quale dovrebbero ruotare gli interventi dovrebbe essere: "Esistenzialismo e metodo delle scienze storico-sociali". Ovvero si tratta di far quadrare il rapporto tra i tre autori attorno al problema del momento in cui la "scelta" esistenziale sfocia nella direzione del metodo sociologico. Proponiamo di dividere i quattro seminari in 2 sezioni: una "esistenziale", incentrata principalmente su Sartre e Jaspers, una "sociologica" incentrata su Max Weber.

Per quanto riguarda il seminario riassuntivo, dovrebbe fare il punto proprio su quanto dichiarato dal punto 2) ovvero osservare la dinamica del concetto prodotto nel lavoro intellettuale e confrontarlo con la consistenza e la dinamica del concetto prodotto nel mare magno del sociale. Se ne uscirà un confronto soddisfacente pubblicheremo un articolo su tutta la "vicenda".

A questo documento seguirà comunque un calendario dei seminari.
Ogni tipo di collaborazione è sentitamente gradito.


S. Cacciari

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