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Considerazioni sull'Impero

Quello di Empire mi sembra in sostanza un tentativo di aggiornamento delle tematiche proprie dell'"operaismo", già ulteriormente rielaborato, degli anni '70 - i cui tratti di analisi sociologica sono ripresi a fine opera nella distinzione cara a Negri di "operaio" professionale, massa e sociale.

La figura dell'operaio sociale, da intendersi come attuale soggettività rivoluzionaria, viene estesa in quest'opera alla dimensione economica e politica proprie dell'attuale sviluppo capitalistico. Negri vedeva nella controparte dell'operaio sociale la forma-stato del puro dominio, della semplice conservazione del ruolo di controllo sull'operaio socializzato. Non mi sembra arbitrario scorgere nelle nozioni di moltitudine e impero la traduzione "globale" delle precedenti categorie. Potrà Negri vincere la sua scommessa teorica, perduta a livello nazionale, a livello mondiale? Se si trattasse solo di scommettere

La riproposizione del paradigma teorico "operista" comporta comunque delle nuove articolazioni che non devono essere perse di vista. Questa riproposizione consente a mio avviso di comprendere più a fondo anche la versione ristretta, "nazionale", del paradigma. Il dato nuovo che emerge dall'ampliamento del paradigma operista consiste a mio avviso nella ricomprensione della nozione di Stato nazionale e della sua fine. La crisi politica dello Stato nazionale (l'organizzazione del potere nella forma parlamentare), della sua forma economica (il liberismo) e del suo sviluppo (l'imperialismo) è il problema attorno a cui ruota la prima metà del 900. Le alternative, fascismo e socialismo reale, sembrano peggiori del male.

Qui subentra un elemento decisivo dell'analisi di Negri: l'interpretazione dello Stato sociale come "risposta" alla crisi. Lo Stato sociale è in sintesi la messa in produzione della dimensione improduttiva o meramente riproduttiva dell'operaio massa. Tutto quanto non è lavoro di fabbrica viene adesso "scoperto" nella sua funzione economica, e dal momento che questa "scoperta" avviene da parte dello Stato, la funzione diviene anche direttamente politica. La traduzione filosofica di questa passaggio è il pensiero della dialettica negativa, della produzione culturale di massa.

Fuori della fabbrica non c'è solo il poliziotto, il giudice e il prete, ma anche il commerciante. Più che di una scoperta, direi che si tratta di uno spostamento di accento: tutto quanto rientra nella funzione riproduttiva dell'operaio, ciò che serve a mantenerlo in vita per la produzione, viene adesso fatto oggetto di controllo politico da parte dello Stato.
Lo Stato si impegna a mantenere in vita dei salubri ed esigenti consumatori. Questo è quanto ci troviamo a vivere quotidianamente, se non che, aggiungerei, attualmente lo Stato sta dando forfait da questo compito e l'impresa vuole appropriarsi dell'intero settore "riproduttivo", quello che per lo Stato sociale erano i "servizi".

Dal momento che ritengo il marxismo una filosofia della storia come un'altra, dal momento cioè che credo che la storia venga prima della filosofia e non viceversa come il bravo hegeliano Marx ritiene, tutto quanto accennato in precedenza credo possa essere anche così rielaborato: il passaggio Stato nazionale, Stato sociale e Stato Imprenditore quali nuove categorie fa emergere? La mia critica va innanzitutto alla nozione di operaio, di produzione e di consumo. Il settore "riproduttivo" può essere concepito come tale solo quando il primato, l'accento, cada sul settore produttivo.

Se viene invece riconosciuto il primato della riproduzione, come preferisco dire il primato della dimensione d'uso, allora perché non dovrebbe essere possibile qualificare la stessa produzione come una forma indiretta d'uso? Ovviamente non si tratta solo di nomi: il punto è capire che cos'è la dimensione d'uso nel suo primato sulla produzione e non più come momento semplicemente riproduttivo. La dimensione produttiva, si potrebbe anche dire demiurgica, ha una lunga tradizione, quella tradizione che Heidegger ha definito come metafisica della soggettività, centrata sulla nozione di tecnica. Quali strumenti teorici abbiamo per poter verificare il passaggio sottolineato da Negri (l'avvento dell'operaio sociale) in termini più rigorosi, ovvero effettivamente indipendenti dalla tradizione demiurgica? Come possiamo guardare alla cosa dell'operaio sociale, ovvero al primato della dimensione d'uso?

Correlativamente emerge l'altro problema decisivo richiamato da Negri circa la fine della Stato Nazionale e l'avvento dell'Impero: la fine della distinzione amico-nemico. Attorno a questa distinzione il pensiero di Negri si gioca molto di più di quanto sembri. In questione è l'identità stessa della soggettività rivoluzionaria. Questo tema è decisivo nella stessa nozione di "autonomia", categoria giocata a perdifiato per identificare le lotte sociali degli anni 70 in Italia. Le sue radici in Negri risalgono alle riflessioni dei "Quaderni Rossi", allo sforzo di riconoscere un carattere immediatamente politico, il che vuol dire anche non delegabile a sindacati e partiti, alle lotte operaie. Qui sorge anche la nozione, a mio avviso infelice come quella che qualifica la dimensione d'uso come lavoro immateriale, di autovalorizzazione.

Lavoro immateriale è come dire che l'uomo è un essere non divino o non immortale, autovalorizzazione significa accettare come forma di autoaffermazione la valorizzazione - certo non più capitalistica, ma quale allora? Che la dimensione d'uso, tratto costitutivo dell'operaio sociale, abbia un valore, è cosa tutta stabilire, e solo quando si sia stabilito cosa è uso e cosa è valore. Ma dicevo della distinzione amico-nemico e della possibile autonomia della soggettività rivoluzionaria. La critica di Negri alla distinzione suddetta non mi sembra chiarita a fondo: si dice solo che è storicamente superata. Le premesse di questo superamento sono comunque reperibili nell'opzione teorica di Negri contro la dialettica, proprio la dialettica servo-padrone: questa è la bestia nera di Negri e del tentativo di comprendere una effettiva autonomia sociale.

Come fa il servo a riconoscersi indipendentemente dal servizio reso al padrone? Come fa, come era anche negli auspici di Marx e Lùcaks, il servo a distruggersi come servo e ad emergere come autonomo soggetto della storia? Si tratta di una dimensione ultra-dialettica della soggettività, il che non è men poco che dire: cosa è il comunismo una volta finito il capitalismo? Il primato della dimensione d'uso sulla produzione dovrebbe forse consentire una risposta, una cosa comunque mi sembra certa: la nozione di soggettività di Negri, che mi sembra un po' un minestrone, non esce dalla contrapposizione amico-nemico. Non sto a citare il libro, ma c'è almeno un passo in cui si riafferma la necessità da parte della moltitudo di identificare il proprio nemico: il che ancora una volta non va nel senso dell'autonomia, ma dell'etero-nomia. Spunti in positivo sembrano venire da Foucault, dalla nozione di soggettivazione, ma anche qui è il produttivismo di negri a offuscare tutto e a rendere pensabile una forma addirittura di autopoiesi.

Personalmente, preferisco intendere il problema soggettività nei termini più neutri di identificazione: un processo cui prendiamo parte, non un qualcosa da noi o da altri/o prodotto, un processo in cui ci troviamo coinvolti e di cui non possiamo liberamente disporre. La comprensione di questo problema ci ricondurre al terreno più propriamente politico: una soggettività come io la penso, più che al problema della rappresentanza o della sua identità sostanziale, dovrebbe rispondere al problema della titolarità di una competenza/sapere.
Una risposta al problema: quale, tra le molteplici figure sociali, può dirsi titolare di una forma di sapere egemone? Detto altrimenti, e presupponendo già una risposta: l'attuale primato del sapere gestire informazioni (far uso di informatica) quale nuova forma di identificazione consente?

Spero nell'utilità di queste considerazioni e nell'eventuale contrappunto critico.

Massimo Napo
Wuppertal, Aprile 2002

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