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Stato e mercato: un'alleanza dinamica

bozza della relazione al seminario su Stato e globalizzazione

Pisa 3/4 marzo 2001


In questo intervento tengo conto del cospicuo materiale messo in rete dalla "rivista virtuale" INTERMARX sul tema "Imperialismo e globalizzazione" e, più specificamente, degli articoli raccolti nella sottosezione "La globalizzaizone, l'imperialismo, lo Stato" inserita lo scorso autunno1. Questi ultimi articoli, di varia provenienza e di diversa impostazione, rappresentano un campione molto significativo delle posizioni oggi presenti nel dibattito della sinistra sul tema "Stato e globalizzazione", oggetto di questo seminario.


Possiamo per comodità distinguere, all'interno dei contributi in questione, due diversi approcci: uno di tipo marxista (ad es., gli articoli di Odile Castel, Angel Fanjul, Boris Kagarlitski2), che si confronta soprattutto con l'elaborazione marxista in tema di "imperialismo" del primo '900; un altro che rinvia piuttosto alla teoria politica (ad es., gli articoli di Michael Mann e Martin Shaw3) e discute la nozione di Stato confrontardosi con definizioni classiche (weberiane, ecc.).

Questi due approcci hanno un importante tratto comune: la concezione della dinamica delle società - in particolare del capitalismo - ispirata a uno schema biologistico secondo cui le "cose" (le istituzioni, politiche ed economiche) crescono, nel senso che "diventano più grandi" ma anche nel senso che seguono una parabola simile a quella degli organismi viventi (nascono, crescono, invecchiano e muoiono). La metafora biologica applicata alla società ha una lunga tradizione nella nostra cultura, e una fortissima presa nella cultura marxista per la sua valenza ideologica: il capitalismo è condannato a morte dalla sua stessa fisiologia, il tempo lavora per noi contro il capitalismo, ecc. Non a caso, un altro elemento comune a molti dei contributi in esame è il giudizio negativo sullo stato di salute del capitalismo contemporaneo, definito "parassitario", "senile"4 ecc.

In lavori precedenti5 ho contestato l'impiego della metafora biologica e, più in generale, l'uso di schemi evolutivi-cumulativi per descrivere la dinamica temporale del sistema capitalistico; e ho proposto l'utilizzo di uno schema ciclico (nella stessa direzione, almeno in parte, vanno i contributi di Gianfranco La Grassa presenti in INTERMARX che parlano di "ricorsività" e di alternanza di "fasi monocentriche" e "fasi policentriche"; e l'approccio della cosiddetta Scuola del Sistema Mondo, in particolare i contributi di Arrighi6). In questo intervento vorrei sondare le capacità esplicative del modello ciclico in ordine al problema del nesso capitalismo-Stato. Lo farò prevalentemente controargomentando le tesi sostenute negli articoli citati, le quali - lo ribadisco - sono molto significative delle posizionipresenti nel dibattito oggi in corso.


Una prima controargomentazione riguarda gli articoli il cui approccio ho definito di teoria politica: essenzialmente, i contributi di Mann e Shaw, che risultano assai omogenei e integrati fra loro (gli autori fanno reciproco rimando per tutta una serie di definizioni e tesi). Dall'integrazione dei due articoli risulta, in estrema sintesi, la seguente posizione:

- dalla fine del Medioevo al XX secolo lo "stato-nazione" (storicamente caratteristico dell'Europa Occidentale, poi diffuso fino a diventare la forma pressoché universale della statualità) ha esteso progressivamente i propri poteri regolatori: dal monopolio delle leggi e della forza militare, alla promozione di infrastrutture, alle politiche di Welfare e di programmazione macroeconomica (Mann);

- l'attuale processo di globalizzazione pone fine a questo trend di crescita delle competenze dello stato-nazione (è il titolo del saggio di Mann: La globalizzazione ha posto fine al continuo sviluppo degli stati-nazione?),

- delineando l'emergere di uno "stato globale" (Shaw): non esclusivo, non completamente sostitutivo dello stato-nazione che continua ad essere una significativa "cristallizzazione del potere", la quale opera, tuttavia, accanto ad altre e soprattutto senza una posizione di preminenza.

I tentativi dei due autori di definire la coesistenza di diverse "cristallizzazioni del potere", che fanno appello a diverse "reti" (locali, nazionali, internazionali, transnazionali, globali), sono anche interesanti. Ma non voglio, in questa sede, entrare nel merito di questo aspetto, poiché mi preme essenzialmente controargomentare la prima tesi sostenuta dagli autori (in particolare da Mann), sostenendo che la storia dello stato-nazione dall'inizio dell'era moderna al XX secolo non è una storia di continua e progressiva espansione delle competenze e delle sfere di intervento.

Tra il XVII e il XVIII secolo, ad esempio, il ruolo degli stati-nazione (Inghilterra e Francia sono emblematici) non è affatto inferiore, ma semmai superiore a quello che si riscontra nel secolo successivo: il potere statale non si limita affatto "al monopolio delle leggi e della forza militare", ma opera attivamente in campo economico in termini di creazione di infrastrutture (canalizzazioni), politiche sociali (avvio al lavoro dei "poveri"), uso del debito pubblico a sostegno dell'accumulazione privata, politiche fiscali e doganali. Potrei citare le splendide pagine di Marx sulla "cosiddetta accumulazione originaria"7, ma Marx potrebbe suggerire un'idea che non condivido e che è stata abbracciata da gran parte del marxismo successivo: nei secoli XVII e XVIII il capitalismo è nella prima infanzia, ha ancora bisogno di "cure parentali"; appena "in grado di reggersi sulle proprie gambe" (come dice Marx), mal sopporta la tutela dello Stato e diventa liberista (liberismo e concorrenza rappresenterebbero dunque la forte e fiera giovinezza del capitalismo), salvo ricorrere di nuovo allo Stato in vecchiaia (nella fase del "capitalismo monopolistico di Stato", teorizzata da Baran e Sweezy per il capitalismo statunitense del secondo dopoguerra e accolta da gran parte del marxismo ortodosso europeo).

Poiché, come ho già detto, questo capitalismo che è "come un omino" (prima infante, poi giovane e forte, poi maturo e infine vecchio e bisognoso di cure) non mi convince, anziché Marx preferisco citare Foucault, il quale, nel bellissimo résumé intitolato "Sicurezza, territorio e popolazione" mostra come la "ragion di Stato" (ossia la teorizzazione dello stato-nazione, correlata al venir meno del tema imperiale) si sviluppa tra il XVI e il XVIII secolo come Polizeiwissenschaft, cioè teoria "di tutto ciò che tende ad affermare ed aumentare la potenza dello Stato, a fare un buon impiego delle sue forze, a procurare la Wohlfahrt (ricchezza-tranquillità-felicità) dei suoi sudditi"8. Secondo Foucault - è questo il punto che mi interessa - questa "ragion di Stato", questa tecnica di governo corrispondente allo stato-nazione, si ricava uno spazio tra due opposte istanze provenienti contemporaneamente dalla società civile: quella secondo cui "si governa troppo" e quella secondo cui "si governa troppo poco"9. A mio avviso queste due opposte istanze accompagnano l'intera storia del capitalismo, e il prevalere dell'una o dell'altra (dunque di politiche liberiste o interventiste) segue piuttosto l'andameno ciclico dello sviluppo capitalistico.


La posizione che qui ho sostenuto, obbiettando a Mann e Shaw che l'esteso potere dello Stato in campo economico e sociale non caratterizza solo l'ultima fase della parabola storica dello stato-nazione, ma si riscontra in altri momenti (e in modo macroscopico all'origine), rappresenta anche una critica delle tesi marxiste più diffuse, di cui quelle raccolte in INTERMARX che ho precedentemente citato rappresentano un buon campione, per lo più improntate all'idea tradizionale degli "stadi di sviluppo" del capitalismo: la fase "concorrenziale".delle origini, quella "monopolistica" descritta dai teorici dell'imperialismo, quella ulteriore del "capitalismo monopolistico di Stato" (l'unica in cui lo Stato svolge un ruolo strategico in campo economico e sociale), infine quella attuale per la quale si usa il termine di "globalizzazione".

Per Odile Castel, la "globalizzazione" è appunto uno stadio del capitalismo ulteriore rispetto all'"imperialismo" teorizzato da Lenin; a questo nuovo stadio (e Odile Castel si arrampica letteralmente sugli specchi per dimostrarne la novità rispetto alla celebre definizione di Lenin in 5 punti10) corrisponde, sul piano politico, l'idea kautskiana dell'ultraimperialismo, cioè l'accordo (anziché lo scontro) tra grandi potenze, che istituzionalmente mette capo a organizzazioni quali FMI, WTO, BM, "apparati di un capitalismo generale, senza particolari caratteri nazionali"11, la cui funzione è essenzialmente la limitazione della sovranità degli Stati poveri, oggetto in tal modo di un ancor più brutale sfruttamento.

Per Beinstein, invece, sempre di imperialismo di tratta, ma mentre Lenin e Bukarin, un secolo fa, hanno descritto la fase giovanile dell'imperialismo (come non ricordare che Lenin parlava di senescenza e addirittura di "putrescenza"), oggi abbiamo sotto gli occhi la sua fase senile. Il maggiore sfruttamento del Terzo Mondo che strumenti "sovranazionali" come FMI, BM, ecc. consentono è l'ultima chance di sopravvivenza - ormai esaurita, secondo l'autore: "il limone è stato spremuto" - rispetto a una crisi sempre più incombente12.


Torno a ribadire il mio fastidio per il "capitalismo-omino" che nasce, cresce, invecchia (e dunque prima o poi morirà). E torno a ribadire che l'intervento dello Stato in materia economica e sociale non caratterizza solo una fase dello sviluppo capitalistico, ma ricorre nell'arco della storia di questo sistema sociale, alternandosi a fasi di relativo "ritiro" dell'ingerenza statale dalla sfera economica (o "deregolazione", come si dice oggi). Ma mi preme ora sviluppare un'altra controargomentazione, contestando questa volta la tesi della cattiva salute del capitalismo, in particolare del capitalismo USA. L'articolo di Beinstein, che chiude con una prognosi riservata per il capitalismo nordamericano, è del 1997. I tre anni successivi gli hanno dato torto, mostrando ottimi indici di crescita dell'economia statunitense. Ma non è di PIL e di indici di produttività che voglio qui parlare, tantomeno di andamento della Borsa (dove sono senza dubbio presenti fenomeni speculativi di un certo rischio), quanto di processi più sostanziali.

Credo si possa essere d'accordo sul fatto che un ciclo di accumulazione (quello centrato sull'automobile e sulla meccanica leggera in genere come settore trainante) si è esaurito (le analisi del cosiddetto "postfordismo" hanno per lo più descritto il declino di tale ciclo, più che l'avvio di una nuova era di accumulazione); e credo si possa essere d'accordo anche sul fatto che un nuovo ciclo sembra essersi avviato intorno alle cosiddette ICT, le tecnologie dell'informatica e della comunicazione. Ora, mi stupisce quanto poco venga segnalato il primato che gli USA detengono in questo settore. La falsa idea che si tratti di un settore "immateriale" ne ha oscurato una parte assai cospicua, ossia la produzione di hardware. Eppure, dati recenti mostrano che la crescita di cui l'economia americana ha beneficiato negli ultimi anni è dovuta a un aumento della produttività localizzabile quasi per intero nel settore che produce hardware, settore che non è immateriale, né piccolo, né bello. I processi produttivi hanno le caratteristiche del più classico industrialismo, un'organizzazione del lavoro addirittura taylorista (sia nell'assemblaggio che nella produzione di componenti), una forte concentrazione, una divisione internazionale del lavoro che è andata rapidamente uniformandosi alle tendenze in atto, ad esempio, nella vecchia industria automobilistica: lavorazioni a basso contenuto tecnologico nelle periferie, assemblaggio, progettazione e ricerca nei paesi avanzati, lavorazioni ad alto contenuto tecnologico esclusivamente negli USA. Quest'ultimo dato, in particolare, viene a mio avviso troppo spesso sottovalutato: eppure le società che producono processori (il cuore hard delle ICT) si contano sulle dita di una mano e sono tutte statunitensi. Un primato che non è imputabile solo a un livello più avanzato della ricerca (spinta assai più che altrove da quella a scopo militare: è bene non dimenticare che la "madre di tutte le reti", anche di Internet, è ARPANet, realizzata dal Dipartimento della difesa USA alla fine degli anni '60), ma anche al duro protezionismo praticato a cavallo tra gli anni '70 e gli anni'80, mediante l'imposizione all'Europa di brevetti e componentistica USA, con il risultato di scalzare il Giappone e di non far nemmeno decollare i paesi europei come possibili competitori nel settore13.

Anche nel settore del software il primato statunitense è evidente: basti pensare che il 98% dei computer del mondo utilizza sistemi operativi forniti dal gigante Microsoft, che ha conquistato una posizione di monopolio a colpi incrociati di pirateria e di dumping (i pochi competitori, comunque, sono anch'essi statunitensi). Il sostegno statale è tuttavia, in questo settore, meno evidente (anche se in realtà cospicuo quanto meno nella ricerca: Netscape Navigator è nato nell'università prima che Bill Gates lo clonasse in Internet Explorer), tanto che possono riprendere piede i vecchi miti cari agli americani del self made man, dell'impero commerciale edificato a partire dalla produzione in un garage. Un altro aspetto poco valutato è infine quello relativo alla rete: anche qui, mentre la rete virtuale appare "senza padroni" (e su tale apparenza si basa tutta l'ideologia 'libertaria' propria della cultura Internet), la rete materiale (quella fatta di fibre ottiche, cavi, linee e centraline telefoniche, switch, commutatori) ha una struttura proprietaria assai più definita, che mostra una sensibile prevalenza dei "padroni americani". La maggiore dotazione e i minori costi dell'infrastruttura americana fanno gravitare gli Isp (Internet Service Provider) europei e asiatici sulla rete Usa, il che significa che una quota consistente dei potenziali profitti di un e-commerce sviluppato in Asia e in Europa finirebbe negli Usa14.

Quello che voglio sostenere è non solo che il capitalismo statunitense gode di buona salute (il che non significa che la popolazione statunitense goda di un maggior benessere: il passaggio a un nuovo ciclo di accumulazione comporta il dirottamento di ampie quote di reddito verso le imprese, poiché sono costosi sia processi di smantellamento e ristrutturazione dei vecchi apparati che la costruzione di quelli nuovi, dunque comporta compressione dei consumi e della spesa sociale), ma che questa salute è in buona parte dovuta al sostegno statale (a dispetto delle ricette del FMI, negli USA la classica spesa pubblica "keynesiana" in deficit spending è allegramente continuata, anche se è cambiata la sua destinazione: ad esempio, la spesa per la sanità è progressivamente diminuita fino a minimi storici, ma quella per la ricerca è progressivamente aumentata).

Voglio inoltre sottolineare che l'attuale, indiscusso primato degli USA nello scenario mondiale - subentrato a un periodo, negli anni '80, in cui sembravano affacciarsi altri competitori, la Germania e soprattutto il Giappone - non è un primato solo o prevalentemente militare (come sostiene ad esempio Malcolm Sylvers nel suo recente libro sugli stati Uniti, per molti aspetti molto interessante15, e come in fondo sostiene - in modo assai più delirante - Toni Negri con la sua idea dell'"impero"), ma anche economico, fondato su un controllo dei settori chiave delle ICT conquistato in buona parte grazie ai buoni uffici degli apparati e delle politiche del vecchio stato-nazione. In altre parole, il liberismo professato dagli USA negli anni '90 ha le spalle ben coperte dall'intervento pubblico nel settore della ricerca e dalle politiche protezionistiche dei decenni precedenti, che hanno creato barriere tecnologiche difficilmente smantellabili. Con queste solide basi, con un vantaggio acquisito che a questo punto cresce anziché ridursi, si può ben affrontare - anzi, proporre; meglio ancora, imporre - la sfida della "globalizzazione".


In conclusione, ritengo che i fenomeni che oggi fanno parlare di "superamento" dello Stato (quantomeno dello stato-nazione) - essenzialmente, il venir meno delle politiche sociali e l'operare di organismi sovranazionali come FMI, BM, ecc. - possano trovare una spiegazione migliore al di fuori della teoria tradizionale degli "stadi di sviluppo". Ciò che propongo, è un'interpretazione ciclica della dinamica del capitalismo, scandita da momenti di forte ristrutturazione e momenti di stabilizzazione e diffusione dei nuovi assetti, in cui diverso è il ruolo svolto dallo Stato e dai suoi apparati.

La fase di ristrutturazione richiede innanzitutto il dirottamento di ampie quote di reddito verso le imprese, con la conseguente compressione dei consumi e della spesa sociale (in questo senso si possono leggere fenomeni come lo smantellamento degli apparati statali che supportano le politiche di Welfare, l'orientamento del risparmio verso la borsa anziché il debito pubblico, ecc.); in secondo luogo, la riconversione dei poteri pubblici in senso funzionale alle nuove scelte di investimento (il che può comportare un forte conflitto tra frazioni capitalistiche per il controllo degli apparati pubblici). A monte di questi processi, lo Stato è comunque chiamato a svolgere una forte funzione di repressione della classe lavoratrice e dei conflitti sociali in genere - in questo senso è "al servizio dell'intera classe capitalistica", se mi si passa l'espressione obsoleta - funzionale non solo al dirottamento dei redditi verso le imprese e al recupero di margini di profitto, ma anche alla possibilità di "liberare" le dinamiche concorrenziali all'interno della classe dominante. In questa fase, inoltre, gli Stati forti sono chiamati ad attrezzarsi per la "ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche" - mi si passi di nuovo l'espressione obsoleta - poiché gli equilibri internazionali e le leadership precedentemente consolidati sono messi in discussione. Oggi - dopo la breve parentesi degli anni '80, in cui sembrava delinearsi un "policentrismo" (per usare l'espressione di La Grassa) tripolarizzato - gli Stati Uniti sembrano aver ripreso saldamente in pugno la leadership mondiale. Gli strumenti "sovranazionali" sono in larga misura utilizzati per il consolidamento di tale leadership, oltre che per lo sfruttamento degli stati poveri attraverso il depotenziamento della loro sovranità (fenomeno per altro non certo nuovo).

Nelle fasi di consolidamento - che dal punto di vista dei rapporti internazionali corrispondono in genere all'acquisita egemonia di una grande potenza, dunque a una situazione di relativa "pacificazione" - è invece prevedibile una ripresa delle politiche di spesa pubblica funzionali ai nuovi settori produttivi (ad esempio, indirizzate alla creazione di infrastrutture) e al sostegno dei consumi (quindi, con politiche di redistribuzione dei redditi, di canalizzazione del risparmio verso il debito pubblico, di spesa sociale, ecc.).

Maria Turchetto.


Note:

1 Si veda la nota bibliografica in appendice al testo.

2 Odile Castel, La nascita dell'ultra-imperialismo. Una interpretazione del processo di mondializzazione; Angel L. Fanjul, Paradossi della globalizzazione. Appunti marxisti per un dibattito; Boris Kagarlitsky, Il crepuscolo della globalizzazione, tutti in INTERMARX - rivista virtuale di analisi e critica materialista, http://www.intermarx.com/

3 Michael Mann, La globalizzazione ha posto fine al continuo sviluppo degli Stati-nazione? e Martin Shaw, Lo stato della globalizzazione: verso una teoria della trasformazione dello stato, in INTERMARX - rivista virtuale di analisi e critica materialista, http://www.intermarx.com/

4 Così soprattutto Jorge Beinstein, Scenari della crisi globale. I cammini della decadenza, in INTERMARX - rivista virtuale di analisi e critica materialista, http://www.intermarx.com/

5 Rinvio, in particolare, al mio Fordismo e postfordismo. Qualche dubbio su un'analisi (troppo) consolidata, in De Marchi, La Grassa, Turchetto, Oltre il fordismo, Unicopli, Milano 1999.

6 Si veda, sempre in INTERMARX, il tema "Fasi, cicli, epoche: modelli interpretativi dello sviluppo capitalistico", con gli articoli G. Arrighi, I lavoratori del mondo alla fine del secolo, G. La Grassa, Note sulle ricorsività e le crisi, M. Turchetto, Fordismo e postfordismo. Qualche dubbio su alcune "certezze" della sinistra italiana, E. De Marchi, Fordismo e oltre: alcune osservazioni e G. La Grassa, Stadi, ciclicità, ecc.: spunti veloci.

7 Cfr. K. Marx, Il Capitale, Libro primo, Einaudi, Torino, p. 879 e ss. Il ruolo dello Stato è considerato da Marx essenziale, in primo luogo, per la formazione del proletariato: la popolazione rurale espulsa dalle campagne, che alimenta le schiere dei poveri e dei vagabondi, si trasforma in proletariato grazie alle "leggi fra il grottesco e il terroristico" (ivi, P. 906) che la avviano al lavoro. " Per il corso ordinario delle cose l'operaio può rimanere affidato alle 'leggi naturali della produzione', cioè alla sua dipendenza dal capitale che nasce dalle stesse condizioni della produzione, e che viene garantita e perpetuata da esse. Altrimenti vanno le cose durante la genesi storica della produzione capitalistica. La borghesia, al suo sorgere, ha bisogno del potere dello Stato, e ne fa uso, per 'regolare' il salario, cioè per costringerlo entro limiti convenienti a chi vuol fare del plusvalore, per prolungare la giornata lavorativa e per mantenere l'operaio stesso a un grado normale di dipendenza. E' questo un momento essenziale della cosiddetta accumulazione originaria" (ivi, p. 907). In secondo luogo, per trasformare le ricchezze commerciali in capitale: "I vari momenti dell'accumulazione originaria si distribuiscono, più o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni" (ivi, pp. 922-923).

8 Michel Foucault, Résumé des cours 1970-1982, BFS, Pisa 1994, p. 69.

9 Cfr. ivi, p. 67.

10 Ad esempio, aggiunge al quarto punto della formulazione leniniana il termine "nazionali", facendolo suonare così: "Formazione di unioni internazionali monopolistiche di capitalisti (nazionali), che si spartiscono il mondo". Si tratta di un'evidente forzatura, tendente a contrapporre gli "oligopoli nazionali della fase imperialista" agli attuali "oligopoli multinazionali" (cfr. Odile Castel, La nascita dell'ultra-imperialismo, cit.). In realtà è sufficiente uno sguardo al quinto capitolo del saggio di Lenin, che analizza appunto "La spartizione del mondo tra i complessi capitalistici", per trovare tracce di "multinazionali" a tutti gli effetti: se non nel campo dell'elettricità, dove i due oligopoli che si spartiscono il mondo - la A.E.G. tedesca e la General Electric americana - possono ancora definirsi "nazionali", sicuramente nel campo del petrolio, dove vediamo la Standard Oil americana di Rockefeller fondare una società figlia in Olanda per meglio contrastare il trust anglo-olandese Shell; e ancora - sempre restando agli esempi di Lenin - nel campo della navigazione mercantile, dove la Compagnia Internazionale per il commercio marittimo Morgan è anglo-americana (cfr. V. I. Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 105-113).

11 Odile Castel, La nascita dell'ultra-imperialismo, cit.

12 Jorge Beinstein, Scenari della crisi globale. I cammini della decadenza, cit.

13 Sullo stato di salute di questi settori, rinvio al mio articolo Parole nuove per vecchi miti, in Guerre & Pace n. 77, marzo 2001; si veda inoltre V. Giacchè, New economy e vecchie illusioni. Spunti per una critica dell'ideologia contemporanea, in La contraddizione, n. 79, agosto 2000.

14 Si veda in proposito l'interessante articolo di Carlo Nordici, Il vero Grande Fratello, in Applicando, febbraio 2001.

15 Malcolm Sylvers, Gli Stati Uniti tra dominio e declino, Editori Riuniti, Roma 1999.

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