Libuniv Livorno
   Libera Università di Godzilla | Note C.S.O.A. Godzilla   
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno Libuniv Livorno
Info
Libera Università di Godzilla Libuniv Livorno
Link
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Articoli
Libuniv Livorno
Interviste

Pubblicazioni
Libuniv Livorno
Recensioni
Libuniv Livorno
Seminari

Tesi

Traduzioni
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno


Fine del lavoro e reddito di cittadinanza - ipotesi di (non) lavoro per il terzo millennio

La questione della mancanza del lavoro e della possibile fine della società del lavoro è oggi all'ordine del giorno. Si può criticarne o meno la pertinenza, la si può definire una falsa questione, tuttavia non si può ignorarla ed è il caso di farci comunque i conti. La "fine del lavoro" è un tema che si lega strettamente a quello della disoccupazione, fenomeno oggi di massa che crea sconcerto e preoccupazione specialmente tra i giovani, cioè coloro che teoricamente dovrebbero essere gli "occupati" della società futura ma che nella pratica hanno ben poche possibilità di vedere realizzata questa possibilità, se non a condizioni inaccettabili e senza le normali garanzie che fanno di una persona un essere umano.
Da un punto di vista di lotta di classe, la disoccupazione è una forma di ricatto con il quale il capitale costringe la classe lavoratrice ad ingoiare tutte le merdate possibili ed immaginabili. Marx parla a questo proposito di "esercito di riserva", cioè di massa di lavoratori a disposizione con cui ricattare e rendere nulla o quasi la capacità di risposta dei lavoratori invece occupati. La scarsità del lavoro ma al tempo stesso la sua necessaria desiderabilità sarebbero dunque oggetto di un preciso calcolo capitalistico, funzionale all'accumulazione di plusvalore e all'asservimento delle classi lavoratrici e non. La risposta classica è la richiesta organizzata, cioè la lotta vincente da parte della classe lavoratrice, di posti di lavoro, diritti e garanzie per tutti, e quindi di sottrazione di potere e soldi al capitale, in questo senso così anche avanzando verso un tipo di società più giusta di tipo socialista.
Da un altro punto di vista (ex: Gorz o Krisis), la società capitalistica ha reso, soprattutto con il progresso tecnologico, la disoccupazione un fenomeno strutturale, che le è sfuggito di mano e non può più nemmeno essere giocato come arma di ricatto, sebbene entro il meccanismo del capitale esso funzioni ancora così. In questo senso, non sarebbe neanche più possibile pensare ad una società della "piena occupazione", ma dovremmo cominciare a pensare ad una società, anche nel senso socialista del termine, dove il "lavoro" inteso nel senso in cui lo conosciamo ora non sarà più possibile. Qui si inseriscono varie proposte, tra cui quella del famoso "reddito di cittadinanza", che qui vorrei solo abbozzare.
Il "reddito di cittadinanza", cioè un reddito che inizialmente dovrebbe essere assicurato dallo Stato, si fonda sul riconoscimento dell'impossibilità - ed anche sulla indesiderabilità, bisogna dire - di ottenere in futuro un posto di lavoro fisso per tutta la vita. Questa richiesta, solo apparentemente "esagerata", si basa sul fatto che la società capitalistica riesce a mantenere i livelli di ricchezza attuali senza più bisogno di investire in forza-lavoro, ed anzi li aumenta proprio facendone a meno, senza però per questo che venga meno l'esigenza di coinvolgere tutta la collettività entro il paradigma produttivistico del produci/consuma/crepa.
Il reddito di cittadinanza sarebbe quindi una sorta di rimborso per il maltolto, che il capitale - inizialmente attraverso lo Stato - dovrebbe fornire a chiunque per il semplice fatto di esistere, dandogliene così effettivamente la possibilità. In realtà poi, il rdc rappresenta anche un elemento di sfondamento del paradigma capitalistico, quindi di lotta contro meccanismi che tendono a stritolare il singolo e la collettività, ed in questo senso è possibile qualificarlo come un vero e proprio strumento di lotta di classe. Questo perché lo Stato non cederà mai su questo punto, poiché significherebbe intaccare significativamente il plusvalore dei super-protetti capitalisti. Il rdc, se sarà, sarà dunque come risultato delle lotte, anche perché ogni eventuale surrogato che potesse proporre lo Stato, come sta già facendo specialmente nella sua versione più abietta, cioè pidiessina, non avrebbe altro significato che rappresentare l'ennesima "poor law" e non risolverebbe, anzi aggraverebbe, il problema della disoccupazione e della povertà reale delle persone.
Obiezioni al rdc: ve ne sono molte, ma la più interessante a mio avviso è quella che sostiene che per garantire un eventuale rdc al mondo ricco (mettiamo l'Europa) occorrerebbe intensificare lo sfruttamento di quello povero (il sud del mondo), o quantomeno mantenere gli attuali livelli di sfruttamento.
A parte che non si capisce perché dovremmo rinunciare ad una tale lotta, solo perché lascerebbe le cose come sono a livello di rapporti nord/sud (cosa tutta da dimostrare, peraltro), secondo me la questione, che non è di lana caprina, può essere risolta solo inserendo la lotta per il rdc in un contesto più generale, come quello dei movimenti anti-global. In questo modo sarebbe possibile porre questa lotta su un livello mondiale, e rivendicare un diritto di cittadinanza "globale", che riguardi tutti i popoli e non solo quella rosa di nazioni "ricche" che impongono il loro verbo sul resto del mondo.
Mi rendo conto della difficoltà della cosa, per cui diciamo che la pongo a discussione, tuttavia non credo nella sua impossibilità.
Altra possibile obiezione (molto meno rilevante, a mio avviso) è quella per cui non si capirebbe da dove dovrebbero arrivare i soldi per il rdc se lo Stato, come conclama continuamente, è in crisi oppure se nessuno lavorasse ecc.
A questa obiezione si può rispondere in tre modi: innanzitutto, non è vero che lo Stato è in crisi, ma si tratta di una mossa mediatica per fare in modo che i "sudditi" si calino i pantaloni più docilmente, giustificando la necessità di "tagli" (ovviamente allo stato sociale), di "sacrifici" (dall'"Austerity" degli anni '70 - notare prego già allora l'americanismo - di Enrico Berlinguer in poi sempre in bocca ad ogni politico che si rispetti) e via di seguito. E comunque, uno stato che può sperperare miliardi per fare le guerre è in crisi solo per cosa gli pare; secondo, già ora sono in pochissimi a lavorare produttivamente, lavoro nero, atipico e non garantito compresi, per cui l'argomentazione che il pil ne risentirebbe se ci fosse un rdc è un po' debole; terzo, sono cazzi dello Stato e del capitale, anche perché sono i "loro" meccanismi nel caso ad andare in tilt, e questo in tutta onestà non ci dispiace né deve riguardarci troppo: oppure pensate che se i nostri "antenati" (ora bisogna dire così, sic, vista la distanza non di anni ma di "pensiero" che ci separa da loro…) si fossero curati dei problemi che con le loro lotte andavano a dare al Capitale avrebbero ottenuto quello che hanno ottenuto nel campo dei diritti del lavoro?
Vi è infine un'ultima obiezione che ha indubbiamente il suo peso, ma che non credo possa essere usata più di tanto contro l'ipotesi di rdc, ovvero quella per cui la distribuzione indiscriminata di denaro pubblico, senza reale contropartita di creazione di valore attraverso il lavoro (sempre che questa legge del valore sia tuttora valida), comporterebbe un'inflazione che annullerebbe tutti i benefici del nuovo reddito acquisito. In soldoni - e tutto sommato l'economia ragiona soprattutto in questi termini - se ad un aumento della entrate, quindi della successiva domanda di beni, non corrisponde un adeguato aumento dell'offerta dei beni stessi, dunque un aumento della produzione, i beni disponibili diventano scarsi rispetto alla domanda e quindi aumentano di prezzo, rendendo nullo il vantaggio derivante dal rdc. A parte che trovo molto scolastica questa obiezione, credo anche che sia infondata, se si riconosce al capitalismo una crisi oramai cronica di sovrapproduzione di cui esso stesso si lamenta continuamente. In altre parole, il rdc potrebbe proprio essere - paradossalmente - il modo di rimettere in circolo beni e denaro, e di ridare fiato alle economie provate da una "finanziarizzazione" sempre più spiccata che ha l'unico effetto di favorire le speculazioni ed accrescere l'accumulazione di capitale inerte. Volendo, potremmo comunque utilizzare l'obiezione del "rischio inflazione" per rimettere in gioco una problematizzazione del tipo di società che potrebbe rivendicare il rdc, se cioè la richiesta di rdc può aiutare a ripensare un modello di consumo e quindi di sviluppo, oppure se vogliamo pensare la richiesta di cittadinanza universale entro il modello attuale. Ma meglio non mettere troppa carne al fuoco, e limitiamoci solo ad accennare questo problema che potrà essere ripreso in un'altra occasione.
Torniamo un attimo sulla questione dell'"inflazione", troppo spesso utilizzata come spauracchio contro le rivendicazioni di reddito e garanzie. Per dirla tutta: siamo sicuri che questo spauracchio non sia l'ennesima arma giocata dai padroni contro di noi? L'arida scienza economica, con le sue pretese totalizzanti, non gioca spesso appunto questo ruolo, più che essere quella sorta di conoscenza "oggettiva" dei meccanismi che regolano la vita economica dell'umanità? Se pensiamo ad esempio agli anni '70, quando l'inflazione era alta, ci accorgiamo che a questa "alta inflazione" corrispondevano una spesa sociale ed una serie di servizi sociali che oggi ce li sogniamo. Negli anni '80, guarda caso in coincidenza con le sconfitte del movimento, ci hanno invece detto che le spese sociali erano improduttive e generatrici di inflazione, che la scala mobile per lo stesso motivo era insostenibile, e via così, fino a sottrarci quanti più spazi possibili. Adesso l'inflazione è bassa - anche se, come da copione, perennemente agitata come spauracchio - ma chi è che ci ha guadagnato? La società o il capitale? La domanda è retorica, e la risposta è molto semplice, ma queste vicende non sono per niente scontate. Ripensarle è d'obbligo. Si può anche dire che lo stato sociale era, ed è ancora, la risposta keynesiana alle lotte operaie e proletarie, che va superato in quanto niente più che sorta di gigantesco ammortizzatore sociale, e possiamo essere tutti d'accordo. Solo però deve essere superato in direzione di una società comunista, quindi verso uno stato di cose migliore di quello caratterizzato dal welfare, e non verso il ripristino di una società schiavista e classista quale quella del capitale neo-liberista. Ben venga allora lo stato sociale keynesiano, che - detto per inciso - nessuno ha mai regalato ai proletari, che se lo sono piuttosto guadagnato con lotte e sangue.
Per rivenire al rdc, esso non è comunque l'unica soluzione prospettata dai teorici della "fine del lavoro". Ci sono altre opzioni altrettanto interessanti, tipo quella di Krisis sulla fine della società del lavoro e conseguente possibilità di ripensare radicalmente l'intero paradigma capitalistico, o di Gorz sul "doppio assegno", che immaginano una uscita dalla società del lavoro coatto e dal paradigma del lavoro salariato in modo diverso od addirittura antagonista rispetto alla soluzione prospettata dal rdc, ma su queste alla prossima volta. A difesa dell'ipotesi del rdc, ricordo solo che esso viene considerato anche dai suoi più accaniti sostenitori (ex.: da Fumagalli, che ha scritto le famose "12 tesi sul reddito di cittadinanza", disponibili e scaricabili sul sito www.ecn.org/redditolavoro) un elemento tattico di lotta contro il capitale, non un approdo ultimo o un esito definitivo delle lotte anticapitalistiche. Va anche detto, a scanso di equivoci, che la richiesta di rdc non contrasta con la difesa dello Stato sociale, ed anzi le due cose vanno di pari passo entro un progetto di liberazione che potremmo definire, se mi concedete la parola, "comunista".

Max.ini 22/10/01

Back

Formato per stampa

Formato per stampa
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Info   |   Articoli   |   Interviste   |   Pubblicazioni   |   Recensioni   |   Seminari   |   Tesi   |   Traduzioni   |   Link
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Libuniv Livorno
Copyleft © 1996-2003 Libera Università di Godz