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IERI E OGGI DI UN PROGRESSISMO DI TIPO NUOVO.

Appunti sulle modificazioni di alcune culture politiche, provenienti dal ceppo di sinistra, a trent’anni dal ‘68.

Premessa.

Da qualche anno la spettacolare morte del comunismo - che come tutti gli spettacoli allude anche a sorprendenti resurrezioni- ha tolto dalla scena delle culture politiche in atto il protagonista di un secolo e mezzo di rappresentazioni.

Del resto lo spettacolo della morte del comunismo, che si consumò con i tappi di champagne sulle macerie dei muri sbrecciati a est e con un gelido silenzio globale a ovest, proprio perché esprimentesi nella società dello spettacolo è niente di più concreto.

Il comunismo ha fatto la fine della teologia al tempo dell’insorgenza dello stato moderno: si è trovato in un mondo che è per lui munere alieno, dove non trova spazio di applicazione politica in ogni angolo del pianeta.

Dopo questa scomparsa, le parole d’ordine "più giusto", "più equo" prendono il posto della giustizia e dell’eguaglianza concepite ora come portato idealistico di formazioni di pensiero cresciute e tramontate in antagonismo con l’industrialismo ottocentesco e con la sua filiazione novecentesca, il fordismo-taylorismo.

Il problema della disintegrazione del capitalismo lascia il passo alle esigenze di un "nuovo modello di sviluppo", quello dello studio delle rotture possibili del sistema si è evaporato in favore della tendenza a costruire modelli di razionalità per il governo.

Insomma, il progressismo ha un campo di applicazione che ha inglobato anche quello del vecchio compagno di strada.

Ma si tratta di un progressismo di tipo nuovo, non più convinto di essere guida e anima della scienza ma continuamente costretto a riparametrarsi in funzione delle rivoluzioni tecnologiche; non più artefice del "miglioramento delle condizioni di vita" ma pensiero funzionale alle necessità delle forme di vita generate dalla società dello spettacolo.

Ambiente nel quale, volente o nolente, si svolge la sua esistenza è poi l’attuale scomparsa dei saperi politici dalla scena della società e la riduzione del terreno della decisione politica di massa a quello dell’automatismo amministrativo e della contesa elettorale e mediatica.

In fin dei conti, tra gli effetti della caduta del muro c’è la costituzione dell’attuale pensiero progressista nel quale convergono sia coloro che assumono il superamento, in senso costruttivo e pragmatico, di ogni "ingenuità" di tipo comunista e coloro che, impressionati dalla portata dell’89 e degli eventi successivi, cercano un terreno fatto di "valori di base" più coperto, di affermazione di diritti universali, in attesa di tempi migliori.

E’ possibile credere che questo tipo di convergenza vada scompigliata, soprattutto quando si vuol evidenziare i binari morti che portano con sè le concezioni progressiste entro quella piccola riserva che è oggi la politica.

Contribuire a questo evidenziare i binari morti significa anche rappresentare alcuni nodi storici, per quanto riguarda il ceppo culturale di sinistra, dei trent’anni successivi al ‘68 con l’abbozzo del problema dell’immissione di questi nodi nell’attualità delle pratiche governamentali progressiste.

Quello che qui faremo è fissare alcuni appunti di rappresentazione di alcuni nodi storici esplicativi, in questo caso privilegiando il piano fenomenico, di questo progressismo di tipo nuovo.

1. Socialismo ed estremismo: il socialismo.

E’ sempre interessante chiarire di che cosa sia morto il comunismo nella società dello spettacolo: di socialismo e di estremismo.

Ora, mentre il marxismo doveva sempre star attento a quei morbi dell’intelligenza che giustamente Althusser indicava nell’umanismo e nell’economicismo (ai quali va aggiunto il politicismo), il comunismo è stato ucciso, sotto le telecamere puntate ad est e nel silenzio dell’adattamento ad ovest, entro la statualizzazione burocratica e autoritaria ad est nonché dalle sue versioni "di governo" e nell’insurrezionalismo gruppettaro sessantottesco ad ovest.

Tutti, da posizioni e da periodi storici differenti, hanno perso la battaglia nei confronti di quel reticolato fatto di impresa, istituzione politica, amministrazione che forma quel tessuto che chiamiamo capitalismo. Tutti, in maniere e con scopi molto differenti tra loro, non sono riusciti nè a capire nè tantomeno a mettere in difficoltà il fenomeno delle comunicazioni di massa che è la potenza di questo tessuto e che ha permesso al capitale di uscire vittorioso dalle convulsioni del fordismo. Infine, i superstiti di questi eserciti sconfitti, abbagliati dallo spettacolo dell’alleanza tra accumulazione neoliberista e media della generazione telematica, non riescono che a predicare un sobrio adattamento magari mediato dalla scoperta delle virtù creative dell’impresa o dalle gioie neofrancescane della solidarietà.

Ma qual è il tipo del socialismo? Quale quello dell’estremismo? E che cosa ci insegnano?

Il socialismo, visto all’inizio del ‘900 come ineluttabile in Europa è il gigantismo del comunismo realizzato ad est e la razionalità della ridistribuzione sistemica ad ovest. In entrambi si compenetra, in forme diverse, la stabilizzazione della forma partito di massa (con il proprio reticolato organizzativo e le proprie gerarchie) e le esigenze della burocrazia amministrante una società.

Il socialismo di regime dell’est, forte della sua alleanza tra partito (unico) e amministrazione estesa su tutti i gangli della società si fa carico di quella produzione di ricchezza e di sapere che in occidente spettavano all’impresa e alla sfera pubblica.

Il socialismo della razionalità della ridistribuzione sistemica ad ovest - laburismo, socialdemocrazia, piccismo - agisce invece accanto all’impresa: media tra capitale e lavoro tramite il sindacato, fornisce la quota di potere politico necessaria al funzionamento del parlamento e dell’amministrazione, supplisce alle carenze dello stato tramite la mobilitazione del partito.

Mentre il socialismo dell’ovest vive finché é uno degli agenti della accumulazione capitalistica -la mediazione tra capitale e lavoro genera sia plusvalore che ridistribuzione che vanno ad accrescere sia le condizioni di riproduzione del capitale che quelle della forza lavoro- quello dell’est viene fulminato dalla accumulazione capitalistica che stava cercando di liberarsi proprio da quella società welfarista che era la precondizione di esistenza del socialismo dell’ovest.

La globalizzazione, se esiste come complotto mondiale del concerto delle multinazionali contro l’umanità come se la rappresentano Ramonet e il subcomandante con la pipa, ha fatto tra le sue prime vittime proprio i socialismi.

Divenuti insostenibili il costo dello stato sociale e quello dell’intervento dello stato nell’economia, a partire dalla fine degli anni ‘70, il capitale finanziario chiude con il doversi ancorare alle sorti economiche di questo o quello stato: la moneta comincia a circolare dove ritiene opportuno, libera da tassazioni e da obblighi di investimento in settori finanziariamente improduttivi.

Così, il circuito della mediazione tra capitale e lavoro che permetteva ad ovest la contemporanea crescita delle condizioni di riproduzione del capitale e del lavoro si rompe. Il capitale "produttivo" subisce sia la concorrenza del capitale finanziario (ovvero si fanno più soldi con i soldi che con la merce e quindi la moneta si incanala più facilmente nel mondo finanziario che in quello della produzione) che la ridotta capacità di produrre profitto, che è uno dei motivi per i quali il capitale finanziario aveva ridotto il proprio intervento nel mondo produttivo.

La forza lavoro si trova a fare i conti con il declino dello stato sociale -al quale vengono contemporaneamente a mancare sia le risorse provenienti dalla sfera finanziaria, che un tempo lucrava prestando allo stato, che quelle sottratte al capitale produttivo sotto forma di tassazione e contributi- e con l’esigenza da parte del capitale produttivo di abbassare il costo del lavoro per tornare a produrre ricchezza (c’è poi il rapporto tra espansione delle tecnologie e contrazione del saggio di profitto che evitiamo per brevità di esposizione).

La compressione del costo della forza lavoro, e di conseguenza della sua rappresentanza politica e sindacale, diventa un esigenza del capitale produttivo all’interno dell’impresa, grazie alle pressioni esterne del capitale finanziario, che però non avrà effetti sulla sola impresa ma, in primo luogo ad a ovest, si rovescerà sulle stesse strutture dello stato e dell’amministrazione pubblica.

I socialismi di fronte a questo corto circuito del capitale e del lavoro nel mondo dell’impresa saltano in aria. Il socialismo dell’est, mostruoso blocco stato-partito, salta perché la ristrutturazione ad ovest dell’impresa - ente sconosciuto ad oriente- e del mercato finanziario impongono un mercato mondiale dove i paesi socialisti pagano merci troppo care per la loro capacità finanziaria e vendono merci fuori mercato per la loro scarsa penetrazione concorrenziale e per la nota obsolescenza tecnologica.

Insomma, quando il dare e l’avere sono così distanti a favore del dare si chiude. E l’est chiude ma chiude anche il socialismo dell’ovest, del quale il welfare tedesco è oggi l’ultima seria roccaforte con segni, però, di smantellamento (qui giova dire che attorno alla questione del welfare tedesco si gioca tutta l’architettura dell’Ue e la struttura stessa dell’euro e che un sostanziale suo mantenimento non significa affatto un nuovo welfare per il resto dell’Europa).

Il socialismo, o se preferite il "socialismo", dell’ovest, italiano, francese, inglese, lo stato sociale americano (vero elemento di socialismo negli Usa) esplode anch’esso a causa delle mutazioni dell’impresa nella quale operava le sue fruttifere mediazioni. Espulso dalla possibilità di metter voce sulla produzione di valore fattasi più esigua, seccamente diminuita la sua influenza sullo stato a causa della restrizione delle risorse del welfare, al socialismo dell’ovest non resta che la strada di una più silenziosa ma non meno clamorosa chiusura.

Privatizzazioni, precarizzazione di massa del rapporto di lavoro, milioni di disoccupati in contemporanea allo smantellamento di sussidi e assistenza sociale, secca perdita del potere d’acquisto dei ceti medi e medio-bassi, concentrazione del potere politico nelle elites amministrative e nei ristretti cartelli elettorali: se la fine del socialismo dell’est è concentrata nella data "magica" dell’ottantanove quella di quello dell’ovest è di molto dilatata nel tempo ma non meno impressionante e porta i segni di una profonda ridistribuzione verso l’alto di ricchezze e poteri tra Gran Bretagna, Stati Uniti e poi Francia, Italia etc...

(nds: il liberismo russo è un capolavoro di ferocia ma non è che nel nord della Francia e della Gran Bretagna, nel centro-sud italiano e nei ghetti Usa ci sia andati tanto leggeri...)

Entrambi i socialismi muoiono però dello stesso male, fermo restando che c’è ancora il problema tedesco: la mutazione del modo di accumulazione dell’impresa dovuta ai nuovi equilibri tra capitale produttivo e finanziario.

Entrambi sono incapaci di combattere l’impresa, ad est perché non esisteva e ad ovest perché era un punto d’appoggio, ma entrambi sono capaci di trasformarsi da socialismo di regime (est) o di governo (ovest) in ceti politici al servizio della nuova fase di accumulazione.

Per esistere l’economia ha bisogno di un ceto politico che ne esaudisca le esigenze? Chi meglio dei ceti politici rodati da decenni di politica come professione può soddisfare alla bisogna?

La parabola della realizzazione del comunismo in socialismo di regime e quella della giustizia sociale nel welfare si conclude così con una massiccia adesione dei ceti politici sopravvissuti, e ristrutturati, alle esigenze del neoliberismo che ha nella liquidazione planetaria di ogni elemento di socialismo la sua ragion d’essere.

Dalla Russia all’Ungheria, dall’Inghilterra al nuovo ceto socialista di Jospin -le cui velleità neowelfariste sembrano esser state stroncate fin dal vertice di Amsterdam dello scorso anno- per passare dallo squallido governo Prodi è tutto un proliferare di ceti politici ex socialisti d’oriente e d’occidente ognuno originalmente convertitosi alle nuove esigenze del mercato e del mercato della politica.

 

2. Socialismo ed estremismo: socialismo, spettacolo e comunicazione.

Resta da definire che cosa voglia dire l’affermazione per la quale i socialismi sono morti nella società dello spettacolo. Per quanto riguarda il socialismo dell’est, l’immagine di torme di arrapati di beni di consumo che sfondano il muro di Berlino desiderosi di vedere le merci, fino a quel momento ammirate solo nella televisione dell’ovest, dovrebbe bastare a chiarire il rapporto tra fine del socialismo e società dello spettacolo in quelle lande.

Ma, se ci fermiamo a quell’immagine greve non si capisce il rapporto strategico, per il capitalismo contemporaneo, tra mondo dell’impresa, tecnologie politiche della comunicazione e riproduzione delle forme di vita. E non si capisce nemmeno che la versione ovest del socialismo nelle società del "benessere" non solo si appoggiava avvertitamente sull’impresa ma anche, questa volta inavvertitamente, sull’organizzazione complessiva della vita strutturata attraverso le comunicazioni di massa della società dello spettacolo.

Per farla breve, la valorizzazione delle forme di vita che abbiano un modo di svilupparsi compatibile con il capitalismo, perché vogliose di alimentarsi proprio delle sue ristrutturazioni, la fanno i media del dopoguerra (radio, cinema, televisione). L’occupazione del desiderio da parte della merce, la presa del potere dell’impresa sui corpi, la fornitura dei saperi necessari a dirsi soggetto avvengono tutte tramite i media che le diffondono quotidianamente e istantaneamente in ogni angolo del pianeta. Fatto interessante è che tutto ciò non avviene per decisione occulta di un comitato di saggi del capitalismo planetario ma entro un’alleanza, maturata nel tempo, tra le esigenze della promozione dell’impresa, della penetrazione dei media, della stabilizzazione della politica istituzionale e della richiesta diffusa di tecnologie della comunicazione atte ad alimentare processi di soggettivazione.

Senza tutto questo il capitale sarebbe mera imposizione di valore e di comando, con tutto questo il capitale non è estrazione di profitto ma assume la forma stessa della vita.

Inoltre è l’evoluzione stessa dell’impresa che assorbe le nuove tecnologie della comunicazione: il problema dell’impresa, entro la dimensione delle mutate condizioni di produzione di profitto, non è quindi solo quello di "usare la tecnica per produrre di più".

L’impresa si allea con le tecnologie della comunicazione per assumere un nuovo ciclo di riproduzione di sé e di produzione di ricchezza: materie prime - materiali o immateriali -, circolazione delle merci, penetrazione del prodotto, immissione nei flussi finanziari, organizzazione del lavoro, ricerca e innovazione; tutto viene filtrato attraverso le nuove tecnologie della comunicazione (questo vale per la multinazionale come per la donna delle pulizie, ditta individuale, dotata di telefonino come strumento di immediata reperibilità sul lavoro e ricerca istantanea dei clienti).

La società dello spettacolo produce quindi quelle forme di vita che entrano nella circolazione produttiva grazie alle tecnologie della comunicazione delle diverse forme dell’impresa.

I socialismi del dopoguerra su questi temi assumo la posizione di quello che Mc Luhan chiamava "l’idiota tecnologico": sono convinti che la verità in quanto tale passi indisturbata e immutata da qualsiasi canale comunicativo esistente: una volta evocata la verità, pensano i socialismi (e i suoi eredi di oggi, le sinistre che evocano il sociale ogni cinque minuti),essa catturerà l’attenzione dei canali comunicativi pronti a trasmetterla o a manipolarla, secondo la versione consolatoria di chi si accorge che la verità, poverina, non riesce proprio a filtrare.

Stesso destino toccherebbe alle forme di vita del mitico sociale: sempre le stesse - anzi minacciate dalla corruzione del consumo nella loro storica stabilità -, sempre rigorosamente autentiche prima o poi dovrebbero accedere ai mezzi di comunicazione o al potere politico per manifestare la pienezza della loro verità (che i socialismi dicevano di voler addirittura servire e le attuali sinistre del sociale restaurare).

Invece accade tutta un’altra cosa: la proliferazione delle forme di vita, passate attraverso la fucina della società dello spettacolo e desiderose di gettarsi nelle avventure della merce e dell’impresa, neanche vede le verità dei socialismi, nè vede certo quelle delle sinistre del sociale di oggi, e contribuisce attivamente al loro abbattimento (ad est come ad ovest attraverso la secca richiesta di beni di largo consumo spettacolare qualunque sia l’organizzazione sociale o la rappresentanza politica).

Il passaggio dei ceti politici ex socialisti da idiota tecnologico a elemento integrato nelle tecnologie governamentali della comunicazione è però già consumato nel giro di pochi anni (restano le sinistre del sociale che nella dimensione dell’"idiota tecnologico" rischiano di restarci a lungo magari evitando di porsi il problema proprio perché, traguardo tra i traguardi, hanno un sito in rete con tanti collegamenti).

Smessi i panni del partito di massa che organizza la vita degli iscritti, del partito che organizza gli intellettuali con riviste e linee editoriali, del partito-propaganda sui mezzi di comunicazione delle prime generazioni, del partito che ha la forza nell’apparato che media tra capitale e lavoro, all’ex socialismo si apre un’altra strada.

E’ quella di integrarsi come quota di potere politico pubblico, comunque necessaria nelle società della comunicazione, in una tecnostruttura dove le tecnologie della comunicazione sono il referente fondamentale delle forme di vita e dell’impresa e quando l’amministrazione, anch’essa integratasi nella telematica, necessita di elementi decisionali al di fuori del proprio ambito.

Tra il partito che organizza la vita - come nel socialismo reale e nelle socialdemocrazie militanti- e questa quota di potere politico dai contenuti neutri la distanza è enorme: eppure proprio nella rotta delle socialdemocrazie nei confronti delle mutazioni dell’impresa, e della proliferazione delle forme di vita tramite le tecnologie della comunicazione, vi è già la misura di questa distanza.

Insomma, i socialismi muoiono in una maniera così fragorosa da trascinare con sé, grazie alla propaganda dei vincitori e dei vinti, anche il comunismo. Il quale, qualche anno prima, aveva ricevuto un colpo mortale da una sua vecchia malattia infantile: l’estremismo.

 

3. Socialismo ed estremismo: l’estremismo.

Fa certo male al cuore ricordare la videocassetta "autoprodotta" dalle Br in occasione della loro condanna a morte di Roberto Peci fratello del pentito Patrizio. Fa anche male ricordare che, con l’allucinante vicenda brigatista, viene marchiata di infamia l’idea di rottura rivoluzionaria nella nostra società (insieme al fatto che oggi tanti ex brigatisti, vestiti i panni del pretino, predicano "non ci sono più le condizioni oggi...". Ma quando mai ci sono state le condizioni per l’omicidio come metodo di lotta politica? E, soprattutto, quando mai l’omicidio di un carabiniere, sparato sui giornali, va scambiato per il tentativo estremo di presa di chissà quale Bastiglia fallito il quale finirebbe l’idea stessa di rottura rivoluzionaria?)

Del resto, in Germania come in Giappone l’esito del ‘68 è simile: o il terrorismo o la via dell’adattamento, entrambe facce dell’estremismo magari trasfigurate nella maschera del pentimento come delazione o come adesione convinta al mondo del vincitore.

Ma che cos’è l’estremismo? In che modo prepara le soluzioni speculari del terrorismo e dell’adattamento?

Innanzitutto bisogna chiarire quale reticolo impresa-istituzioni-amministrazione il ‘68 si trova a aggredire e di quale potenza della comunicazione questo reticolo si trova a nutrirsi.

La società della fine degli anni ‘60 non è una società mediatica come la nostra, eppure proprio sulla spinta delle lotte a quell’assetto esce La società dello spettacolo che è il testo che si pone, seppur magmaticamente, il problema del rapporto tra accumulazione capitalistica ed emergenza dell’immagine mediatica.

Il ‘68 aggredisce il reticolo impresa (allora prevalentemente grande impresa)-ammistrazione-istituzione politica dal lato della composizione della nuova forza lavoro e dell’insubordinazione del sapere. Quindi, specularmente al capitale, che sarebbe solo mera imposizione di comando e valore senza l’infrastruttura mediatica, il ‘68 non è mera sindacalizzazione radicale della forza lavoro e del sapere perché assume la forma stessa della riproduzione di forme di vita alternative: comuni, amore libero, viaggi, culto del corpo e delle droghe, concerti come happening di massa.

Si tratta delle cosiddette controculture che, per farla breve, hanno una propria infrastruttura di comunicazioni, un proprio cinema, delle proprie riviste, spesso delle proprie radio (e mai, in tutto il pianeta, una propria televisione. E poi ci si domanda perché il ‘68 è scomparso. Risposta dell’idiota tecnologico: perché sono state manipolate le masse. Banale saggezza tecnologica: senza nemmeno una televisione minimo si resta ai margini. E, attenzione al fatto che la televisione può orientare la scelta di un sito rispetto ad un altro).

I problemi nascono dal fatto che la destrutturazione del reticolo impresa-amministrazione-istituzione non passa solamente attraverso l’insubordinazione della forza-lavoro e del sapere unita al proporsi di forme di vita alternative (che negli anni ‘70 italiani verranno chiamati "i comportamenti"): ci vuole un reticolo che sia in atto e che sostituisca impresa, amministrazione e istituzione dissolvendo questi tre piani per porsi un altro piano del tutto nuovo e anomalo.

Francamente, il ‘68, seppur con la sua diffusione mondiale da Belgrado a Tokio, è lontanissimo, quanto noi trapiantati nel neoliberismo globale, da porsi in questi termini. Seppur lontano dai socialismi all’ovest ne verrà assorbito.
Ecco qui che l’estremismo fa capolino: si nutre della stessa arma del ‘68, la contestazione che cerca di farsi sempre più generale, credendo che l’insubordinazione e i comportamenti siano condizione sufficiente per rovesciare il quadro.

In Italia questa convinzione assume caratteri parossistici: per dieci anni, nutrendosi di una sindacalizzazione radicale di massa che non investe il solo aspetto economico, differenti ceti politici tentano di azzeccare la carta della precipitazione politica del quadro.

Il gruppo politico (dal partitino alla rete di collettivi) in questi tentativi si estinguerà grazie all’impresa che produrrà un tipo di ricchezza inattaccabile dalle lotte, dall’amministrazione che riuscirà a neutralizzare settori strategici della vita sociale prima regolati dallo scontro politico e dalle istituzioni che, attraverso la sapiente politica della spesa pubblica, sapranno ritrovare una propria credibilità.

Quanto alla vittoria della controrivoluzione delle comunicazioni di massa sul ‘68 c’è da essere impietosi: la tanto celebrata stagione italiana delle radio libere, alla luce dell’allora sviluppo del sistema televisivo, assume la valenza dell’errore strategico.

Qui non è certo in discussione la generosità e la creatività dei compagni però, alla metà degli anni ‘70, chi vinse la battaglia strategica delle comunicazioni? Un certo signor Berlusconi che si ingegnava a costruire una televisione artigianale a Milano nord o la proliferazione delle radio a lungo narrata nelle saghe eroiche della storia del movimento?

La radio allora era già allora condannata ad essere un elemento secondario del sistema delle comunicazioni, i risultati li abbiamo visti.

L’estremismo, a fronte di queste sconfitte decisive, non rimette in discussione il suo schema fatto di insubordinazione e comportamenti rappresentati tramite la contestazione che cerca di farsi sempre più generale. A questo punto, cultura della testimonianza a parte, genera sia il terrorismo che la prassi dell’adattamento. Questi due elementi hanno un punto in comune: quello di non riuscire a pensare altrimenti che negli schemi culturali dell’estremismo.

L’adattamento non ha che in testa la sconfitta epocale dell’estremismo e si comporta di conseguenza, consegnandosi, più o meno entusiasticamente, al vincitore.

Il terrorismo, dissolvendo nella paranoia militarista sia l’insubordinazione che i comportamenti, ha in testa la soluzione bellica delle aporie dell’estremismo. Il risultato che ha ottenuto, oltre a rovinare la vita a qualche migliaio di persone, è stato quello di scavalcare il recinto comunicativo delle radio libere occupando per qualche anno televisioni e giornali grazie all’attenzione ottenuta a colpi di omicidi. In effetti, il terrorista è un personaggio perfetto nella società dello spettacolo.

Insomma, l’estremismo, proprio perché incapace di rimettere in discussione il proprio modello nato dal ‘68, lascerà il campo al terrorismo e all’adattamento. Sarà questa l’altra malattia mortale del comunismo che, assieme allo strangolamento operato dai socialismi, farà sì che ad ovest, nel novembre dell’ottantanove alla caduta del muro dell’est, sia radicato un silenzio globale come segno del dominio dell’impresa.

 

4. Il progressismo di tipo nuovo.

Ogni tipo di cultura progressista da quelle di tipo laburista, attente ad una precisa collocazione nel mondo della concorrenza, a quelle dei "limiti dello sviluppo", attente a fissare una serie di confini razionalistici al capitalismo, dall’inizio degli anni ‘90 fa i conti con il fenomeno della globalizzazione.

Per capire queste culture bisogna anche avere un’idea meno sfumata di questo fenomeno della globalizzazione. Da parte nostra, tenendo ferme le nostre concezioni sulla mutazione dell’impresa esposte nei paragrafi sul socialismo, proponiamo:

Per globalizzazione intendiamo un filo comune che passa tra diversi settori (seppur non unificandoli in maniera totale): finanziario, economico, dello spettacolo e della comunicazione.

Per descrivere contenuto e spessore di questo filo comune è preferibile notare come:

- la globalizzazione finanziaria significhi possibilità, da parte di possessori di capitale finanziario, di investire e disinvestire in qualsiasi paese, in qualsiasi piazza borsistica ed in tempo reale a seconda delle opportunità che queste situazioni offrono. Il che non significa assenza dello stato a fronte della circolazione dei capitali ma, al contrario, concorrenza tra organismi statuali per offrire il proprio paese e la propria borsa come tappa per l’autovalorizzazione continua dei capitali apolidi.

- la globalizzazione economica va qui intesa come possibilità di estrarre ricchezza tramite la produzione, immateriale o materiale il peso non importa, di merci in diversi paesi contemporaneamente (sia che si tratti della stessa merce prodotta in più paesi o di un ciclo di produzione di una merce sparso in più paesi). Si sfrutta la differenza tra organismi statuali -in termini di sviluppo, di costo del lavoro e di legislazione- proprio per diversificare la produzione tra i paesi sfruttando le caratteristiche peculiari di ognuno.

Altra caratteristica essenziale della globalizzazione economica è sia la possibilità di sfruttare l’apertura di un settore alla concorrenza in qualsiasi luogo essa si verifichi che quella di aprire il monopolio di un settore anche all’estero (o nel mondo come Microsoft).

Come ha brillantemente esposto Arrighi non si tratta certo di fenomeni nuovi ma, per non fare la fine dell’idiota economico, bisogna stare sempre attenti a come fenomeni ciclici si presentino sempre in abiti diversi (sapendo magari riconoscere quali siano questi nuovi abiti). Nel confezionamento di questi abiti diversi ci stanno sicuramente due sarti di questo tipo:

- la globalizzazione delle comunicazioni, che si dà attraverso l’esplosione di una varietà di mezzi per comunicare mondialmente diffusi, rende più agevole alla finanza -non dimentichiamo che il 62% delle transazioni finanziare viaggia su rete- come all’impresa sia il trasferimento di risorse immateriali che la strutturazione logistica di questi enti entro la più larga dimensione spaziale desiderata.

- la globalizzazione della società dello spettacolo ha diffuso delle figure sociali e delle forme di vita standard in tutto il pianeta. Il raccordo tra forme comunicative dell’impresa e forme di vita, fuoriuscite dalla società dello spettacolo, è quindi possibile ovunque come è possibile ovunque attaccare una spina alla presa.

Sia le forme economico-finanziare della globalizzazione che quelle comunicativo-spettacolari hanno le proprie istituzioni sovranazionali che servono tanto per un tentativo di regolazione che come prova per comprendere la dimensione del fenomeno (si tratta di istituzioni come l’Fmi, la World Bank, la Wto - che regola i flussi comunicativo -spettacolari più di quanto comunemente si pensi -, il circuito mondiale delle immagini per televisione di cui si servono i tg di ogni paese).

Ma il filo comune che lega questi fenomeni mondialmente diffusi, e che rende possibile pensare la globalizzazione, è il fatto che ogni dimensione nazionale ospita ognuna di queste forme come elemento fondamentale della propria vita economica e sociale. Ovviamente economia, finanza, comunicazione e spettacolo esistono anche a livello locale in una dimensione che, magari, non finirà mai per toccare questi processi. Ma ogni dimensione nazionale non riesce a svilupparsi a prescindere da questi quattro elementi globalizzati (magari ponendosi il problema un rigido governo delle tecnologie della comunicazione e dello spettacolo piuttosto che dei meccanismi della finanza e dell’economia: è il caso della Cina nei confronti di Internet e della televisione via satellite e dell’Iran nei confronti del calcio). Ovviamente, in queste condizioni, ogni dimensione nazionale, ospitando queste forme della globalizzazione, costituisce un tassello del fenomeno generale, del filo che lega questa nuova dimensione globale composta anche dall’intersecarsi di queste forme.

All’esterno, ed in appoggio a questi fenomeni, i pensieri progressisti si sono ritagliati uno spazio: regolatori dei loro contesti nazionali, delle politiche di bilancio e della concorrenza necessarie ad alimentare lo specifico nazionale della struttura globale, non hanno nè il problema di mettere in discussione l’impresa nè, tantomeno, le forme di vita esistenti (alimentate dalla tecnostruttura globale dello spettacolo).

Progressismo, a differenza del pensiero sul progresso di un secolo fa, non è qui il tentativo di essere anima della scienza e dell’industria in vista di un inarrestabile miglioramento universale del tenore di vita e del livello culturale. La concezione progressista, non importa qui quanto azzeccata o figlia della propria mitologia della scienza, oggi si concepisce come razionalità politica che si aggancia al treno dell’esplosione delle tecnologie e dello sviluppo delle forme della globalizzazione. Inoltre, la sua razionalità si pone a servizio delle forme di vita provenienti dalla società dello spettacolo non solo non mettendosi del meccanismo che le produce ma addirittura contribuendo al loro processo di naturalizzazione considerandole come oggetto di razionalizzazione politica.

La conseguenza sul piano pratico del procedere del progressismo nostro contemporaneo è così quello del concentrarsi sul miglioramento delle razionalità di governo: il suo fissarsi su regole, diritti, codici, procedure amministrative, procedure razionali nello stabilimento dell’agenda politica è significativo di questo spostamento. Questo progressismo non crede in una complessivo miglioramento del tenore di vita grazie alla diffusione della razionalità dalla scienza alla politica; al contrario crede nella razionalità di governo e dell’amministrazione come elementi comunque utili alla tecnologia e all’economia oppure in questa razionalità come unico elemento in grado selezionare gli spiriti inquieti della tecnologia, dell’economia e delle forme di vita prodotte dalla tecnostruttura dello spettacolo.

Ora, mentre il progressismo maggiormente diffuso crede nella concorrenza, come anima concreta della razionalità di governo, il suo omologo minoritario e umanista, quello che evoca il "nuovo modello di sviluppo" dal pulpito di molte culture diverse, è sempre pronto a incalzarlo in nome dei disastri del sistema.

Entrambi i progressismi hanno però un punto in comune: il tentativo di estrarre una razionalità amministrativa e di governo che sappia farsi forza proprio delle forme della globalizzazione della finanza, dell’economia, della comunicazione e dello spettacolo che si esercitano al di fuori di questi pensieri politici, e per le quali questi ultimi non sono che tecnologie politiche di completamento del proprio svilupparsi.

Ed è l’esercitarsi di questo tentativo di estrazione di razionalità amministrativa che qui si chiama concretezza.

Vengono quindi definite concrete tutte le pratiche che, a lato dei fenomeni della globalizzazione, tentano di tenere in carreggiata la matrice razionale della politica: dalle norme per la regolazione della concorrenza o per la stabilizzazione del bilancio alle richieste dello stabilimento dei parametri d’inquinamento paese per paese o dello storno di quote di PIL a favore dello "sviluppo dei paesi ancora in via di sviluppo" (fino a quelle di stabilire dei tetti alla circolazione di film ‘americani’).

Ed è la presenza della globalizzazione, che dovrebbe essere orientata dall’esercizio di questa matrice razionale, che rende queste matrici razionali "concrete". Fenomeno mondialmente diffuso, pervasivo dall’economia fino alle forme di vita essa rende "non concreta" ogni tipo di manifestazione di pensiero che lavori ad una sua destrutturazione.

Come può essere concreto un pensiero che si muova per destrutturare un qualcosa che è ovunque?

Il progressismi si pongono questa domanda per rispondersi dicendo che concreta è l’estrazione della matrice razionale di governo -o di correzione delle storture di governo- che sappia parlare alla matrice razionale presente nella globalizzazione.

Anche per questo si può parlare di progressismo: perché qui si pensa di estrarre da una razionalità presente nella globalizzazione una matrice razionale di governo per problemi specifici. E solo un progressismo può pensare che la razionalità sia così mondialmente diffusa e naturalmente predisposta per il governo.

E da questo si può parlare di una concretezza progressista di tipo nuovo: scomparsi i socialismi che distribuivano ricchezza e promuovevano forme di vita secondo le loro tecnologie di governo, scomparso l’estremismo destrutturatore, scomparse quindi tutte queste concretezze date da pratiche che distribuivano ricchezze e status secondo modelli oggi privi di base materiale e razionale, adesso la concretezza è innestata nella globalizzazione.

Vuoi commerciare? Vuoi comunicare? Vuoi sedurre? Vuoi governare?

Nessuno di questi modi di agire concreto può prescindere da una quota di innesto entro di sè delle tecnologie e dei codici presenti nei fenomeni della globalizzazione.

Il progressismo di tipo nuovo assume questo come dato. Scomparsi i socialismi, dimenticato l’estremismo, lasciata la produzione delle ricchezze e la proliferazione delle forme di vita all’impresa, alla tecnologia delle comunicazione e alla società dello spettacolo, il progressismo trova il suo punto di forza quando riesce a determinarsi come spazio della concretezza nel suo costituirsi come matrice razionale e locale delle forme della globalizzazione (per cui si può dire che la globalizzazione pensa globalmente e al progressismo è ceduto l’appalto del pensare localmente).

Il progressismo di tipo nuovo è poi una matrice razionale che non è solo pratica di governo ma anche un regime della verità con la sua concretezza intesa come manifestazione fenomenica di questa verità.

Ricostruirne la genealogia, definire le caratteristiche operative di questa tecnologia di governo, che si appoggia sulla struttura della globalizzazione, nata sulle ceneri dei socialismi e prosperante dal Portogallo alla Polonia a trent’anni dal ‘68,è comprendere l’attuale spessore della politica governamentale proveniente dal ceppo di sinistra fuori da tatticismi e suggestioni.

Qui abbiamo contribuito a ricostruirne lo spessore fenomenico ovvero l’effettiva pratica di esercizio. Lavorare attorno al suo pensiero, alle sue condizioni di pensabilità, oltre che a quelle di applicabilità chiamabili "concretezza", è un compito più politico e più destrutturante di quanto non si pensi a prima vista.

Silvano

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