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ALCUNE IPOTESI PER UN MOVIMENTO SOVVERSIVO
(ovvero: il sugo ideologico delle nostre miserie...)


"La mia noia non è più il mio amore. Le rabbie, gli stravizi, la pazzia, di cui conosco tutti gli slanci e le catastrofi - tutto questo mio fardello è deposto. Apprezziamo senza vertigine la vastità della mia innocenza.
Non sarei più capace di chiedere il conforto di una bastonatura. Non mi credo imbarcato per uno sposalizio, con Gesù Cristo per suocero.
Non sono prigioniero della mia ragione. Ho detto: Dio.
Voglio la libertà nella salvezza: come raggiungerla? I gusti frivoli mi hanno lasciato. Non più bisogno di dedizione o di amore divino. Non rimpiango il secolo dei cuori sensibili. Ognuno ha la sua ragione, disprezzo e carità: mi riservo un posto in cima a questa angelica scala di buon senso.
Quanto alla felicità stabilita, domestica o no... no, non posso.
Sono troppo dissipato, troppo fiacco. La vita fiorisce col lavoro, vecchia verità: ma la vita che è mia non è abbastanza pesante, spicca il volo ed aleggia lontano sopra l'azione, questo diletto cardine del mondo"

(A. Rimbaud, Ouvres, pag. 21)

1) I continenti in cui siamo nati e in cui siamo abituati a vivere stanno esplodendo.
A rifletterci non è detto che si tratti di un male, in fin dei conti vi incominciava ad aleggiare una certa noia... .
Quali sono questi continenti? La Politica, la Cultura e l'Arte, il Lavoro e tutta l'Economia. La Filosofia e la Teoria, e perché no, un certo antagonismo che incomincia ad apparire dolcemente imprigionato nella Società dello Spettacolo.

2) Alcuni hanno creduto di "superare" la Politica semplicemente rifiutandone lo "strumentario" tradizionale, certe forme di organizzazione, certi linguaggi, certi riferimenti teorici.
C'è stata e forse c'è ancora la moda di contrapporre "l'impegno diretto nel sociale" alla politica tradizionale, ma l'equivoco è madornale. Si tratta di ben altro: dobbiamo RIPARTIRE DA NOI.
Che cosa esprime la crisi della politica, nella sua radicalità, se non la presa d'atto dell'insostenibile SEPARATEZZA in cui essa ci costringeva? E per quale mistero "l'impegno sociale" non dovrebbe essere altrettanto "separato"? Quello che cerchiamo non è certo una fetta di dolce coscienza, non sono delle buone opere che ci potranno riconciliare con il mondo. Quello di cui abbiamo bisogno è ormai nientedimeno che la nostra stessa vita.

"...L'uomo (il lavoratore) si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, nel bere e nel generare, tutt'al più nell'avere una casa, nella sua cura corporale ecc. e nelle sue funzioni umane si sente solo più una bestia. Il bestiale diventa l'umano e l'umano il bestiale. Il mangiare il bere il generare ecc. sono in effetti anche schiette funzioni umane, ma sono bestiali nell'astrazione che le separa dal restante cerchio dell'umana attività e ne fa degli scopi ultimi e unici".(K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in "Opere filosofiche giovanili", E.R., 1981, pag. 197)

3) Ripartire da noi abbiamo detto.
Il compito dei prossimi anni sarà quello di costruire una mappa dettagliata della nostra VITA, nel senso completo e pieno della parola (che si tratta di definire).
Scoprire la vita nella rete dei poteri e dei saperi che l'avviluppano. Ogni piega dei dispositivi, ogni increspatura, ogni gioco d'ombra che lascerà trapelare l'apparenza della nuda vita e delle sue forme, dovranno essere sezionati e indagati nella loro genealogia. Foucault ci ha insegnato a non considerare come ovvie e naturali le forme d'individualizzazione, ad indagare minuziosamente i processi che costituiscono le soggettività e le forme dell'assoggettamento. Ci ha indicato la necessità di rendere visibile la simultaneità delle forme d'individualizzazione e dei dispositivi di totalizzazione, la simultaneità dei poteri e dei corpi. Si tratta di un compito impegnativo e permanente.
Intanto dobbiamo predisporre uno schema semplificato di priorità:
è azzardato pensare che il problema del reddito costituirà il tormentoso baricentro delle nostre esistenze?
Se non può ormai più aver senso pensare di raccogliersi nell'identità del lavoro, il problema del reddito nel suo significato più ampio potrebbe costituire quel tracciato che attraversa e delimita in qualche modo un arco significativo delle forme di vita. Lavoro e reddito hanno costituito FINO AD ORA una perversa unità, ma già è il Capitale stesso che muove alla loro divaricazione: dobbiamo gettarci dentro questa faglia se non vogliamo precipitarci.

Odiamo il lavoro, è sicuro, odiamo la sopravvivenza, e non potremo più lavorare per sopravvivere. Ma questo non dissolverà - semplicemente - il problema del reddito, al contrario, lo aprirà finalmente in tutta la sua nuova dimensione.

Comincia a bruciare sulla nostra pelle che il lavoro ci odia.
Il lavoro ci scaccia e ci insegue, ci succhia e ci sputa.
In questa lotta disperata dobbiamo trovare la nostra fortuna.
Presso il lavoro non siamo più noi stessi e non possiamo essere senza il lavoro.
Ma non è forse che in questo scarto, nei luoghi di questa lotta, possa balenare la nostra nuda esistenza, finalmente, come problema politico?
L'ipotesi è questa: che le forme di vita come problema politico irrompono nella loro pienezza solo in questa sospensione epocale dei luoghi del lavoro che già si preannuncia, irrompono quando il "problema (..) di legare gli operai al sistema produttivo, di fissarli o dislocarli dove c'è bisogno di loro, di sottometterli al suo ritmo" (Foucault, Résumés des Cours 1970/1982, BFS, pag.37) diviene un problema bio-politico, quando cioè la valorizzazione del Capitale esige, im-mediatamente, la sussunzione della vita stessa.
La questione del reddito, lo spazio che si apre tra il lavoro che ci succhia e il lavoro che ci sputa, potrebbe essere un modo per introdurre il problema politico della nuda vita.

4) Dobbiamo inventare un gioco: i LUOGHI COMUNI della nostra lotta per il Reddito.

Le forme di cooperazione, di circolazione dei saperi e dei poteri che fluiscono nella produzione e la costituiscono appaiono da secoli ingoiati dalla merce. Quando Marx, nel capitolo sulla Cooperazione del I libro del Capitale, prende in esame la cosa, ha la premura di segnalare che "non è la cooperazione capitalistica che si presenta come una forma storica particolare della cooperazione, ma è proprio la cooperazione di per sé che si presenta come una forma storica peculiare del processo di produzione capitalistico, la quale lo distingue specificatamente." (Marx, Il Capitale, ER, vol I pag.376)

Eppure poche pagine prima, esaminando le funzioni di direzione che sorgono insieme con la cooperazione in generale, e le funzioni di direzione della cooperazione capitalistica, Marx afferma:

"con la massa degli operai simultaneamente impiegati cresce la loro resistenza..." (idem, pag.372)

Da una parte dunque la cooperazione è fin dal principio "forza produttiva del capitale": "la loro cooperazione - degli operai - comincia soltanto nel processo lavorativo, ma nel processo lavorativo hanno già cessato di appartenere a se stessi" (idem, pag.374).
Dall'altra la "resistenza" di una massa di operai occupati simultaneamente determina fin dal principio una nuova figura delle funzioni di direzione: "la funzione direttiva riceve note caratteristiche specifiche in quanto funzione specifica del capitale", "la direzione del capitalista non è soltanto una funzione particolare derivante dalla natura del processo lavorativo sociale e a tale processo pertinente, essa è insieme funzione di sfruttamento di un processo lavorativo sociale, ed è quindi un portato dell'inevitabile antagonismo fra lo sfruttatore e la materia prima da lui sfruttata." (Idem, pag.372)

La cooperazione del processo lavorativo, in quanto sottomessa fin dal principio al rapporto del Capitale, è cooperazione ANTAGONISTICA, in essa sono immanenti simultaneamente e inscindibili, due "principi" opposti, inconciliabili.
Il rapporto che si stabilisce tra gli operai impiegati simultaneamente e le funzioni di direzione specificatamente capitalistiche è un rapporto antagonistico poiché due forze contrarie sono presenti DENTRO la cooperazione sociale del processo lavorativo, che è INSIEME forza produttiva DEL capitale e processo lavorativo SOCIALE. Nel rapporto di cooperazione c'è immanente una tensione - potere in esercizio - vale a dire una relazione che ne mette in gioco integralmente i due estremi.
L'asimmetria statica che caratterizza il rapporto tra il capitalista in quanto proprietario dei mezzi di produzione e dei beni salario, e l'operaio, in quanto venditore obbligato della propria forza-lavoro, è ogni volta revocata nel processo lavorativo sociale immediato. All'interno del "segreto laboratorio della produzione sulla cui soglia sta scritto: no admittance except on business" l'asimmetria irrigidita della sfera della circolazione, quel "vero Eden dei diritti dell'uomo" dove regnano "libertà uguaglianza proprietà e Bentham", e una "armonia prestabilita delle cose" viene meno, e il rapporto di cooperazione si apre nella sua antagonistica realtà.

I "luoghi comuni" della lotta per il reddito si presentano necessariamente intrecciati con le forme della cooperazione sociale, la "sfera pubblica" di eventuali nuove pratiche antagoniste, ieri come oggi, non può essere che quella delimitata dalle linee che attraversano e che costituiscono il tessuto delle attuali forme della cooperazione sociale.

5) L'analisi puntuale delle forme di cooperazione sociale dell'attuale "modo di produzione" costituisce un altro fondamentale campo di ricerca accanto a quello sulle forme d'individualizzazione e di vita. Forse, più e meglio che un altro campo, si tratta di una diversa visuale d'analisi su di un medesimo complesso problema.
Il dibattito sul post-fordismo e sulla nuova composizione di classe ha fornito alcuni iniziali strumenti e anche qualche provvisorio risultato.

Intrecciando le riflessioni più generali emerse in questo dibattito con la questione delle soggettività è possibile disegnare uno scenario d'insieme utile per far scaturire alcune "suggestioni" in vista di un'ipotesi di massima.

L'aspetto peculiare dell'epoca della "sussunzione reale" è l'apparire come dissolte le sfere della produzione e della riproduzione, della politica, del sociale ecc.
L'arco della cooperazione sociale è teso lungo l'insieme delle pratiche e dei saperi sociali; è il "mondo della vita" in quanto tale ad apparire come globale processo lavorativo sociale sussunto alla accumulazione del capitale.
È per questo che sarebbe illusorio tentare di individuare un baricentro fondamentale dei processi di soggettivazione, quale è stato per esempio la fabbrica nella tradizione del movimento operaio.
D'altra parte, l'indistinzione assoluta dei processi di soggettivazione - il fatto cioè che i processi di soggettivazione, esattamente come le forme della cooperazione, tendono a raccogliersi sull'estensione simultanea di tutte le linee dei dispositivi, vale a dire, tendono a presentarsi come messa in questione della "vita quotidiana" in quanto tale - l'indistinzione assoluta dei processi di soggettivazione dicevamo si manifesta, a tutt'oggi, come atomizzazione completa, come dissoluzione assoluta dei legami sociali e trionfo del movimento della merce sull'arena della Società dello Spettacolo.

La lotta per il reddito, quale si presenta negli strati crescenti che sono "succhiati e sputati" dal lavoro, che succhiano e sputano il lavoro, può costituire un arco sufficientemente esteso ma allo stesso tempo delimitato della "vita quotidiana", tale da circoscrivere dei campi cospicui di soggettivazione?

Negli strati che costituiscono una sezione delle nuove figure di classe quali emergono dall'assetto post-fordista della produzione e delle forme di mediazione e di integrazione tradizionali, che sono stati designati con il termine un po' improprio di "lavoratori autonomi", le soglie che delimitano i saperi e i poteri tra le diverse sfere (del lavoro, della "vita privata", della politica ecc.) sono continuamente messe in tensione dall'estendersi stesso della cooperazione sociale necessario al processo lavorativo immediato.

Giannozzo the Kid
Giugno '96

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