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IL LAVORO COME DANNAZIONE DELL’UMANITÀ
-contributo alla discussione per il comitato per (contro) il lavoro di Livorno

Maggio '96


Parlare oggi di lavoro e del problema del lavoro, della disoccupazione, dei giovani e delle loro prospettive e chi più ne ha più metta non è certo una novità. Tutti, dai giornali più fetenti a quelli più impegnati, ogni telegiornale mille volte al giorno, ogni politico infame quale sia la sua "parte", ecc. ecc. hanno in bocca queste parole, tanto che si può a buon titolo dire che, se con esse non si riesce a risolvere nulla, almeno per questi chiacchieroni che su queste cose ingrassano e speculano qualche posto di lavoro l'avranno pur creato.

Ma tutte queste chiacchiere, purtroppo, spesso l'unico vero effetto che hanno è di velare la reale gravità di questo problema. Normalmente, questi signori che passano giornate e mesi a sbrodare su tali questioni non sono realmente toccati dalle vicende per cui tanto si accalorano: di solito a questi non manca un buon posto di lavoro (generalmente molto buono), magari una discreta casa in cui vivere (altro problema scottante) nonché una sommatoria di privilegi che chi invece subisce veramente la condizione del non-lavoro non si sogna neppure che esistano.

Ma non si tratta di trarre una morale da tutto questo. Se vogliamo dare delle priorità alle questioni, innanzitutto si tratta di ricollocare la questione del lavoro in una dimensione diversa, ovvero di affrontarla a partire dalla prospettiva di chi si trova, in modo spesso veramente drammatico di questi tempi, a fare i conti con quello che sembra sempre più divenire un destino, e cioè la difficoltà per non dire l'impossibilità di trovare un posto di lavoro, magari decente e dignitoso, per poter campare, anche qui possibilmente in modo decente e dignitoso.

Questo documento non vuole essere certo un manuale per il disoccupato del 2000, ma un foglio veloce e leggibile per tutti che circoli con una certa facilità. Tuttavia, non è possibile, crediamo, avviare un discorso serio sul lavoro senza mettere in piazza e discutere brevemente alcuni nodi centrali dell'economia sia internazionale, poi italiana ed infine, scendendo progressivamente nel "piccolo", locale, cioè in questo caso livornese.

LA QUESTIONE ECONOMICA

Tra le tante parole d'ordine di moda del momento, ce ne sono alcune che è possibile sentire veramente ovunque: globalizzazione, mercato mondiale, crisi della forma-stato e dei modelli di sviluppo. Che cosa sta dietro a tutto questo? Detto in termini semplici, l'economia capitalistica che, per moto proprio, tende a fuoriuscire sempre più dalle strettoie dei mercati nazionali per dedicarsi anima e corpo alla scena internazionale. Questo fa parte dello "sviluppo" del mercato, il quale ha sempre più bisogno di accrescere i propri domini ed a cui vanno sempre più stretti i limiti che può porre la "ragion di stato". Questa crescita impetuosa è legata ad un altrettanto impetuosa crescita della tecnologia, la quale ha il grosso merito dal punto di vista capitalistico di far risparmiare tempo e, si sa, il tempo è denaro, oltre chiaramente a garantire le più volte una maggiore produttività e un maggior risultato. Ma la conseguenza del tutto disastrosa di questa spirale, gestita secondo i criteri del mercato e solo secondo quelli, è un aumento impressionante della disoccupazione, visto che, di fatto, c'è sempre meno bisogno di gente che lavora perché gran parte del lavoro lo fanno le macchine. Certamente questo "progresso" non può essere impedito. Ma sicuramente potrebbe avere altri esiti. Per esempio, se le macchine fanno gran parte del lavoro, potrebbe aumentare il tempo libero a disposizione di tutti senza diminuire il reddito, e così porre le basi per una umanità più felice e meno stressata, dove ognuno lavora il giusto e può al tempo stesso godersi il proprio essere nel mondo. Ma a questo punto si passa su un altro livello. Non si tratta più di meccanismi automatici (quelli del mercato) ad essere qui i primi responsabili di una gestione folle delle possibilità che si aprono, ma scelte politiche e di potere precise. Si tratta ovvero di scelte fatte da coloro stessi che più guadagnano da tutto questo tramestìo provocato dalla "mondializzazione" dei mercati. E per questa gente non c'è disoccupazione, fame, miserie e guerre che tengano: a questi basta solo di arrotondare (e molto) i già lauti guadagni, e per il resto che il mondo vada pure in malora. Si potrebbe qui dire che se il mondo va a catafascio vanno a gambe all'aria anche loro, ecc ecc. Ma sono solo discorsi, che non reggono alla prova dei fatti: guardare all'Asia, alla Russia o al Sud America per credere. Laggiù si è instaurata una economia che illustri economisti hanno definito "a clessidra", con due poli cioè, il primo molto ricco e il secondo, ben diviso dall'altro se non per una piccolissima parte, molto più ampio e in grandissima miseria. Sarà questo anche il nostro destino? Vediamo.

Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di crisi. Questo un po' dappertutto, tanto che in un documento francese un giovane infermiere di trenta anni diceva che, da quando era nato, non aveva sentito parlare che di crisi. Ma di quale crisi si tratta? In Italia, ad esempio, dove si è parlato di crisi non meno che in Francia, che cosa è successo dal punto di vista dell'economia negli ultimi anni? Fermo restando che già negli anni '80, in "piena crisi", una volta sconfitto l'antagonismo di classe i profitti sono lievitati a più non posso, sarà utile e interessante vedere che cosa è successo anche negli anni '90, e precisamente dal '93, data in cui, con una sedicente crisi oramai "cronica" sempre in bocca a padroni e politici, l'economia italiana ha fatto un consistente balzo in avanti.

Per esempio, nel 1993, secondo alcuni spavaldi economisti anno "buio della recessione (?)", l'economia italiana ha avuto, sempre secondo questi, una formidabile ripresa delle esportazioni, con un aumento del 21% rispetto al 1992 (dove, detto per inciso, l'esportazione aveva tirato molto bene). Il saldo commerciale, negativo per 16.000 miliardi nel '91 e circa 13.000 nel '92, nel 1993 diventa attivo per 33.000 miliardi, e da allora non si è mai fermato, con una crescita anzi esponenziale. Contemporaneamente, tuttavia, in Italia aumentava considerevolmente la disoccupazione, come d'altronde in tutta Europa. Cosa ben strana, a ben pensarci: l'economia tira, gli incassi vanno a gonfie vele e invece di aumentare l'occupazione aumenta solo la disoccupazione? Qualcosa non torna. Che legame c'è tra queste due cose?

Infatti, altri esimi studiosi confermano: "il 1993? anno difficile per l'economia nazionale, specialmente per i consumi degli italiani". Specialmente o solo? Uno studio ancora più successivo, datato 1995, conferma la meravigliosa tendenza: nonostante il notevole saldo attivo della situazione economica italiana, un'indagine ISTAT sulla povertà in Italia valuta in oltre due milioni di famiglie - quindi circa sei milioni e mezzo di persone - quelle che vivono al di sotto della linea di povertà, ovvero quella linea stabilita in base a vari calcoli sotto la quale in pratica non si è nemmeno sicuri di mangiare tutti i giorni. E questo in Italia, non in Brasile. Se tutto ciò non rappresenta una questione seria, onestamente ditemi voi che cosa lo può essere. Oppure, si decide che questi dati sono sì importanti, ma, insomma, forse sono poco esplicativi, poi in qualche modo tutti ci si arrangia, ecc. ecc. Ma in questo caso allora bisogna metterci d'accordo su quali dati sono veri e quali no, se sono validi solo quelli che fanno comodo ai telegiornali oppure anche questi altri che danno uno spaccato desolante della vita italiana, e non solo. Cito testualmente: "Il reddito pro-capite del mondo sviluppato, che oggi supera i 23.000 dollari, è cresciuto al ritmo del 2,2% all'anno tra il 1980 e il 1993. Ciò significa un aumento di risorse pari a oltre un terzo, e quindi un balzo in avanti davvero cospicuo. Ma nonostante questo progresso le disuguaglianze dei redditi sono cresciute quasi ovunque, e le sacche di povertà lungi dal ridursi si sono allargate. A questo processo non si è sottratto il nostro paese". Tutto questo viene detto su un documento di un Centro Studi di Statistica Aziendale legato alle Banche, quindi legato ad interessi ben diversi da quelli dei poveri di cui pure discute. C'è da aspettarsi, quindi, che la realtà sia peggiore di quella dipinta. Ma non si tratta comunque di vedere quali dimensioni assume questa "realtà", quanto di capire quanto sia da prendere sul serio.

Ma come è possibile tutto questo, ovvero un continuo "arricchimento" del mondo, stando almeno ai vari PIL, e insieme un altrettanto continuo impoverimento della gente comune? Sempre restando al caso Italia, è interessante notare come questo arricchimento sia legato a doppio filo alle politiche, arcinote in questi ultimi anni, di abbattimento dello Stato sociale e di riduzione del costo del lavoro, il che, insieme alla crescente disoccupazione, spiega già abbastanza bene da dove vengano tutte queste sacche di "nuovi poveri". Questo arricchimento, cioè, avviene alle spalle dei lavoratori, una volta facendoli lavorare, ora scacciandoli dal lavoro (e tartassando a più non posso quei pochi che ci restano). I tagli allo Stato sociale, combinati ad una politica fiscale del tutto iniqua (ma questo da sempre: chi paga le tasse, il Nord che ci rompe tanto i coglioni o i lavoratori?), fanno il resto, avvantaggiati purtroppo dal più bel regalo che i lavoratori potessero fare a chi li sfrutta: la fine di ogni seria opposizione sociale (e sui motivi di questa sconfitta ci sarebbe da fare ben più che un semplice dossier). L'abbattimento dello Stato sociale, con tutto il portato di miseria che si trascina dietro, viene continuamente sbattuto sul tavolo come una condizione irrinunciabile per la ripresa (e ora per la mitica "entrata in Europa") dagli economisti di ogni colore (in realtà solo sfumature di grigio). Ma, credo sia legittimo chiedersi, specie da parte di chi subisce più questi "tagli", se una economia può e deve arricchirsi tenendo presente come correttivo solo il disfacimento dello Stato sociale. Per chi rappresenta un costo ed un problema lo Stato sociale? Sicuramente non per i lavoratori, le persone anziane, coloro che hanno bisogno di cure, i giovani che non possono pagarsi le scuole private, solo per toccare qualche categoria interessata. Insomma, da dove viene questa legge biblica per cui appare così naturale l'equazione "benessere economico di un paese = smantellamento dello Stato sociale"?

Una risposta, leggermente di parte, potrebbe essere questa (cito sempre il famoso gruppo di studiosi del Centro Statistica Aziendale): "Nei primi 8 mesi del 1995 l'attivo della bilancia commerciale del nostro paese è cresciuto a quasi 29.000 miliardi e verso la fine dell'anno esso dovrebbe raggiungere i 40.000, assai superiore a quello, già notevole, dell'anno precedente. Le esportazioni si espandono a un ritmo annuo superiore al 25%, di poco inferiore a quello delle importazioni che sono stimolate dalla ripresa produttiva interna. E questa ripresa, ben si sa, è stata iniziata e poi trascinata dalle imprese che operano sui mercati esteri, diffondendosi poi agli altri settori dell'economia. Questa favorevolissima situazione - che ha fatto recuperare all'Italia importanti quote di mercato nel mondo - non potrà durare a lungo. La lira è sicuramente sottovalutata, e una stabilizzazione economica e politica del paese ne provocherebbe un certo recupero ... I guadagni di competitività realizzati in questi tre anni dovranno dunque essere consolidati se si vuole che i successi delle esportazioni non siano effimeri ... Importante sarà anche il rafforzarsi di una tendenza nuova a formare, soprattutto nei mercati dove la presenza è più debole, iniziative industriali attraverso investimenti diretti o in joint ventures, che spostino all'estero complesse fasi dei processi di produzione. Infine occorre che i costi di produzione interni siano mantenuti in linea con quelli dei paesi concorrenti". Questo brano meriterebbe una lettura accurata, ma già a un primo sguardo si nota come 1) venga subita paventata, nonostante la fiorente ricchezza dell'economia, una "nuova" crisi imminente se 2) non si mantengono i "costi interni" bassi - e qui addio allo Stato sociale e al costo del lavoro - e 3) non si attua una politica di dislocamento della produzione in paesi dove, ad esempio, sia possibile pagare i lavoratori con una ciotola di pan bagnato. Tutto questo, naturalmente, entro un accordo e una pace sociale totali, perché per il bene dell'economia (italiana) certi sacrifici, insomma, vanno fatti (ex.: scala mobile e pensioni), chiaramente per il bene di tutti e con il placido consenso di partiti e sindacati, soprattutto questi ultimi senza i quali il padronato non sarebbe mai riuscito in tanto. Sempre sia benedetta la Triplice, e così sia. Capito a chi conviene l'abbattimento dello Stato sociale?

LIVORNO

Inutile illudersi, naturalmente, che Livorno sia in qualche modo un'isola (quasi) felice dove i problemi ci sono ma, in qualche modo, si possono risolvere. Più il cerchio si stringe, più ci accorgiamo che tutti questi discorsi hanno una ben triste concretizzazione: la nostra condizione materiale, il quotidiano che ognuno vive. Paradossalmente, oggi una scelta a Washington del Fondo Monetario Internazionale si ripercuote sulla vita privata di ognuno con una velocità sorprendente, e questo è bene averlo chiaro nella testa. Non è che se decidono di bombardare Baghdad a noi c'importa una sega tanto stiamo in Italia. Le conseguenze arrivano pesanti come se bombardassero davvero anche qui, e arrivano alla svelta. Il modello livornese, fondato sul famoso Porto salva-tutti e sulle industrie a partecipazione statale si è sciolto come neve al sole. Cito un documento riservato di un esponente di spicco dell'imprenditorialità portuale dove si parla della possibilità di aprire il terminal "SINPORT" in Darsena Toscana (in pratica la FIAT a Livorno, progetto per ora andato a monte): "Oltre agli attuali addetti della CLP e delle Imprese Portuali, naturalmente riconvertiti e formati professionalmente in base alle esigenze della Sinport, riteniamo che, solo nel caso in cui si realizzasse a ridosso del terminal quello che abbiamo impropriamente chiamato Centro Intermodale, potrebbero essere impiegate circa 300 persone in aggiunta. Con quanto detto in precedenza in relazione all'assorbimento di lavoro attualmente svolto da altre categorie (spedizionieri e trasportatori), è nostra convinzione che agli effetti dell'occupazione non possano esserci vantaggi così evidenti, se non quello della riqualificazione". Un po' pochino per un progetto che doveva rilanciare l'intera economia livornese, no? Al massimo c'è la "riqualificazione" ... Insomma, c'è poco da scherzare, e soprattutto bisogna imparare a non farsi abbindolare da questi progetti giornalistici sbandierati ai quattro venti che poi nascondono solo fregature.

Dando poi un’occhiata ai mistici “dati” senza i quali nessuno oggi osa neanche più pensare, è possibile accorgersi subito della rosea situazione livornese: già nel censimento del ‘91, a fronte di una popolazione nella provincia di Livorno pari a 336.626 anime, ne risultavano ufficialmente disoccupate (e l’ufficialità rappresenta solo una parte della verità) 22.369, pari al 16,4%, in stragrande maggioranza giovani e donne. Non male per una civiltà avanzata alle soglie del 2000 dove se sei senza lavoro non sei praticamente nessuno. Per di più, “secondo rilevazioni recenti (fine 1994) il numero dei disoccupati nella provincia è salito a circa 32.000 unità, compresi i lavoratori in mobilità”. Dati, questi, gentilmente forniti dalla Provincia di Livorno. Se tanto da tanto, è legittimo pensare che il numero dei disoccupati nel ‘96 sia ancora maggiore, e sia destinato ad aumentare. Naturalmente, per la maggior parte i senza lavoro risultano essere anche senza istruzione, mentre pochissimi sono i disoccupati con laurea. Sarà perché hanno la laurea o perché appartengono ad una classe diversa, senza la quale non potrebbero nemmeno avere la laurea - e il posto di lavoro? Altro dato interessante, a Livorno la disoccupazione è aumentata con una percentuale maggiore rispetto alla media nazionale: 13,5% rispetto all’11,3%, la qual cosa ci mette subito ai vertici della classifica. Inoltre, ad un aumento dell’uso della Cassa Integrazione, non corrisponde più un - parziale - recupero nel terziario, che a sua volta invece diminuisce. Voilà, un record. Dal 1993 al 1994 ben 774 imprese si sono perdute lungo la strada (3021 cessazioni contro 2247 nuove attività), ed è inutile dire quali sono le caratteristiche delle imprese che hanno chiuso. Anche qui, gloriosamente, siamo ai vertici della nazione: il parametro della mortalità delle imprese rispetto alle neonate è di 2,99, rispetto al regionale che è di 2,38 e al nazionale che è di 1,81. Vinceremo il campionato? “un altro indicatore della fragilità del tessuto economico livornese è l’aumento dei fallimenti (135) che non ha riscontri negli anni precedenti”. Ancora i dati ufficiali della Provincia coronano questo successo clamoroso, che ci vede oramai lanciati verso risultati insperati. Ce la faremo?

Un discorso a parte merita il Porto di Livorno: cito testualmente: “Il ‘93 ha fatto registrare un calo del movimento generale delle merci allo sbarco del 4% contro un aumento delle merci all’imbarco dell’1,6% - aumento dell’esportazione NDR -; ciò porta a un complessivo decremento del 2,2% (...) Un discorso a parte merita il movimento passeggeri che ha assunto un’importanza rilevante. A differenza delle merci, per il traffico passeggeri il’92 ha fatto registrare un record positivo con 1.750.000 persone arrivate e partite dalle banchine livornesi. L’aumento dello 0,45% del ‘93 assume quindi un valore di conferma dei requisiti non solo geografici ma anche tecnici e logistici di un porto dotato di piazzali di sosta e di accesso tali da permettere un simile volume di traffico”. Aumento che si è poi confermato negli anni successivi. C’è bisogno di aggiungere altro per capire verso quale strada Livorno potrebbe trovare almeno una parte delle soluzioni ai suoi problemi?

PROPOSTE

Finita questa breve disamina, si tratta di capire ora cosa fare, o meglio cosa si può fare. Innanzitutto, è forse il caso di essere realisti e darsi delle priorità, visto anche che la rivoluzione non è propriamente dietro l'angolo. O comunque fare delle differenziazioni di livelli.

Per prima cosa, si tratta di capire come trovare lavoro. Va bene anche inventarlo, come piace dire oggi a tutti, specialmente ai padroni. Ma come. E quale ruolo devono svolgere qui gli enti pubblici?

Anche qui bisogna, in un certo senso, partire da lontano: per esempio, dalla Costituzione. È vero che oggi tutti vogliono emendarla, cambiarla, stracciarla, ecc. ecc.. Ma è altrettanto vero che è ancora vigente, e che i suoi principi restano validi. Essi, per dirla con poche parole, prendono piede da una considerazione della società intesa come un insieme collettivo di persone in qualche modo legate l’una all’altra, che insieme costruiscono il vivere sociale e delle quali l’una ha bisogno dell’altra, a vari livelli, fino appunto a costituire una collettività sociale con uguali diritti e uguali doveri, possibilmente egualitaria e dove forme barbariche quali lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il lavoro selvaggio senza garanzie, l’antisolidarietà e l’assalto all’arma bianca contro i più poveri e i più disgraziati, insomma, tutte cose degne degli U.S.A. fossero bandite una volta per tutte. Il “Pubblico”, quindi, ovvero la “Cosa pubblica” - Enti, Associazioni, ecc. - e i fondi a loro destinati (pagati col quasi libero contributo di [quasi] tutti i cittadini) nasce e fonda la propria esistenza su una base sociale, ovvero sulla società presa nel suo insieme, e quindi i concreti cittadini, e non su un ideale ammasso di individui in competizione tra loro dove vige la legge del più forte. Questi piccoli principi, senza tirare in ballo articoli della Costituzione, devono essere chiari per tutti e ben accettati, sennò che i “politici”, specie quelli di sinistra, lo dicano che non è così almeno anche noi sapremo come regolarci. Solo che a questo punto dovrebbero spiegarmi qual’è la differenza tra loro e Berlusconi, e per quale motivo dovrei votarli. A questo punto, se tutto è mercato, darò il mio voto a chi mi offre di più.

E poi, il lavoro e il suo prodotto, sia intellettuale che no, di chi è: di chi lo "compra" o di chi lo pratica e lo pensa, quindi di tutti, perché ogni innovazione ecc ecc. è legata bene o male all'"essere sociale"? Anche questo punto è importante per capire se il lavoro debba essere o meno una “questione sociale”. Ad esempio: il perfezionarsi del linguaggio “Java”. Questo linguaggio è un linguaggio informatico di recentissima invenzione, molto adatto per il mondo telematico di Internet e molto difficile a comprendersi, nonché a svilupparsi. E tuttavia la sua tecnica particolare sta facendo passi da gigante. Come? Non perché la Microsoft l’ha comprato e lo studia: come potrebbe? Perché in tutto il mondo ci sono una serie di programmatori che, un po’ per gioco un po’ per passione un po’ per lavoro ne perfezionano delle parti, quelle che a loro riescono meglio, e “buttano” letteralmente i risultati in rete, a disposizione di chiunque altro abbia capacità tali da arricchire o aggiungere qualcos’altro, col beneficio, incredibilmente, di tutti (o almeno di tutti quelli che lo capiscono). E questo, ve lo garantisco, rappresenta un potenziale affare da miliardi di dollari per chi riuscirà a sfruttarlo, cosa che avverrà sicuramente.

Insomma, torniamo agli Enti pubblici: se prevale e permane la concezione tipo “Costituzione”, dobbiamo pretendere un appoggio reale e non chiacchiere per chi abbia progetti validi da portare avanti. Oltre a ciò, dobbiamo pretendere che gli Enti pubblici si facciano carico di promuovere occasioni di lavoro e venire incontro realmente alle esigenze della città e di chi la abita, e non semplicemente con dichiarazioni demenziali sui giornali (tipo quella del “Galeone”, per intenderci). Basta anche con gli sprechi assurdi, tipo i 22 miliardi per fantomatici corsi di formazione professionale che non metteranno a lavorare mai nessuno e basta anche con gli intoppi burocratici kafkiani per cui per ottenere tre aule tra le mille che resteranno a prendere polvere per tre mesi bisogna vendere l’anima al diavolo (senza peraltro ottenere niente lo stesso).

Si possono invece, con più sobrietà, pensare progetti realizzabili che portino nell’immediato posti di lavoro: la valorizzazione del quartiere di Venezia, creando luoghi con costi agevolati per le botteghe artigiane (che attirano molto, turisti e non - vedi Domenica 5 Maggio), progetti di agricoltura biologica o di credito alternativo, di riutilizzo dei molti spazi abbandonati e lasciati andare, trasformandoli in asili, biblioteche, ostelli, mense, e chi più ne ha più ne metta.

Con minor sobrietà, invece, ma non con minor realismo, si deve lottare per ottenere qualcosa di più, come il salario sociale minimo garantito. Questo sulla base che una società del lavoro completo per come l’abbiamo conosciuta sino ad ora è oggettivamente improponibile per il futuro, un po’ perché il progresso tecnologico ha già fatto i suoi passi e altri ne farà, un po’ perché la terra è limitata e se continuiamo a sfruttarla come abbiamo fatto sinora tra non molto farà la botta. L’orario di lavoro ridotto (molto, non le misere “35 ore”, ma un progetto alla Gorz) può essere un’altra proposta su cui lavorare a lunga (ma non troppo) scadenza. Gorz pensa ad un “secondo assegno” - in pratica il salario garantito non solo per i disoccupati - più uno svincolo del tempo dal lavoro, per cui riduzione d’orario può significare lavorare tre mesi sì e tre mesi no, un anno sì e un anno no, ecc. ecc., senza perdere alcun diritto né alcuna retribuzione. Naturalmente tutto questo trova qualche ostacoluccio, specie tra i padroni. Ma non sarebbe l’ora che anch’essi, con il loro modo di pensare, si facessero da parte per far subentrare veramente il “nuovo”, come piace tanto dire oggi? E cosa c’è di più “nuovo” della vita finalmente liberata dal lavoro?


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