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LA SVASTICA SOTTO IL SOLE
Riflessione su nazismi e fascismi


"E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: 'Noi ricordiamo'. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi."
Ray Bradbury, Fahrenheit 451.


Interrogarsi su quella che forse impropriamente chiamiamo Nuova Destra significa, nella prospettiva di questo abbozzo di indagine, tentare di contestualizzare per prima cosa il fenomeno all'interno delle dinamiche ideologiche e politiche della società capitalista.
Nonostante l'affanno di molti nel tentare di rendere vanamente neutro un ambito generale di riferimento che, se volete, non è esattamente il sistema capitalistico definito da Marx ma qualcosa di molto più complesso, resta chiaro a chiunque voglia realmente vedere che la rete dei nostri rapporti culturali, sociali e politici si dispiega in un territorio monopolizzato nella quasi totalità da interessi economici che hanno comunque a che fare con il profitto e la sua spettacolarizzazione.
Uno degli aspetti di questa società complessa sta proprio nell'uso indiscriminato dell'informazione e nel controllo che su di essa si esercita. Macchine che articolano piani infiniti combinano serie di eventi e di strategie che costituiscono dispositivi di potere temibili. Nel momento in cui si dichiara seppellita l'ideologia (oggi che i comunisti non esistono più), si proclama in realtà il regno dell'ineffabile: una terribile combinazione di strategie che hanno del vecchio nel sapore del nuovo. Ma non c'è tempo per fermarsi a pensare in una società senza tempo, la produzione incalza, la crisi vomita debiti di miliardi che qualcuno dovrà pur pagare. L'equivalente generale di tutte le merci, il denaro, costa sempre di più a chi non ne ha mai avuto. Non è esaltazione del sistema di produzione capitalista, questa?
Naturalmente non possiamo considerare la questione della Nuova Destra soltanto da questo angolo prospettico, ma è comunque utile definire il quadro generale in cui essa si è mossa e continua a muoversi.
Dov'è il potere in questo momento, si chiederebbe Foucault?
Dire che nella fase attuale anche il sistema di produzione capitalista è entrato in crisi, è quasi un'ovvietà. Tanto più che sono gli stessi mezzi di comunicazione di massa a rimandarci l'eco sorda ma perfettamente udibile di questo stato di evidente instabilità. La crisi non viene soltanto teorizzata, viene anche pronunciata come discorso. I rapporti di potere nell'Europa dei nostri giorni assumono una configurazione radicalmente nuova e l'attivazione di macro-conflitti (per tutti, l'atrocità così vicina della guerra in Jugoslavia) sembra essere la risposta al riassetto degli equilibri fatti vacillare. Si attivano localmente elementi che nel gergo dei servizi segreti di tutto il mondo si definirebbero congelati in attesa di ulteriori utilizzazioni.
Negli anni sessanta e settanta i gruppi di estrema destra, da Avanguardia Nazionale al Movimento Nazionale Opinione Pubblica (MNOP), hanno svolto la funzione di utilissimo raccordo tra la dimensione istituzionale garantita dal MSI e il gioco infido di nuclei più o meno clandestini che hanno esercitato la deterrenza sufficiente a mantenere costantemente alto il livello dello scontro. La impunità sostanziale che ha permesso ai militanti di quei gruppi di cavarsela quasi sempre con condanne miti o addirittura senza condanne ha favorito una mobilità per certi versi inquietante su tutto il territorio della sedicente repubblica democratica.
Molte di quelle organizzazioni non esistono più oggi, ma gli ex militanti, se non sono in qualche paese del Sudamerica (o sono rientrati in Italia da poco come Stefano Delle Chiaie), li troviamo riciclati nelle segreterie di alcuni partiti dell'arco costituzionale quando non addirittura in parlamento. Il fu sindaco di Roma Giubilo a metà degli anni sessanta era un convinto attivista di Avanguardia Nazionale prima di passare nelle file della locale DC.
Non bisogna dimenticare la storia di quest'ultimo cinquantennio anche se, come parte della moderna storiografia ufficiale si ostina ancora ad affermare, fosse soltanto cronaca.
Ciò che si occulta con insistenza è la memoria di quei fatti, il loro dispiegarsi irreversibile nel tempo, la loro ineludibile esistenza. Contro questa rimozione non sarà inutile continuare a ricordare adoperando la stessa pazienza con la quale si cerca di nascondere.
Nella società occidentale, per riprendere il filo del ragionamento, la distribuzione dei rapporti di forza, e quindi di potere, è garantita da una sapiente diffusione del conflitto. Questo significa, in termini molto semplici, attivare una guerra permanente che non necessariamente si esprime nello scontro fra eserciti; anzi, e proprio nei territori che si pretendono pacificati, ordinatamente democratici, il conflitto è il risultato di una serie di intricate strategie di cui non si conoscono assolutamente le origini. Ora, l'impressione generale, o forse dovrei dire la certezza, che si ricava dalla lettura di alcune pagine della nostra recentissima storia è che l'estrema destra, ampiamente supportata da strani ed inquietanti personaggi che quasi sempre scopriamo legati ai Servizi o a corpi più o meno speciali, ha svolto la precisa funzione di assicurare l'esistenza ed il perfezionamento di quelle strategie.
Ma c'è ben poco da teorizzare in simili ricognizioni. Soltanto i fatti aiutano a capire meglio la situazione generale. Alla fine del secondo conflitto mondiale, nonostante il processo di Norimberga, l'OSS (il servizio segreto americano operante in Europa che nel 1947 sarebbe diventato CIA) contribuì in maniera determinante al trasferimento di molti gerarchi nazisti in America latina. Fu Allen Welsh Dulles, attivo in Svizzera dal 1943 come capo dei servizi segreti americani e personalmente responsabile del controllo sui partigiani italiani, ad occuparsi a conflitto terminato del recupero di alcuni tecnici dell'anticomunismo e di autorevoli esponenti nazisti e fascisti il cui riciclaggio era considerato molto più utile della loro eliminazione. L'operazione più famosa di Dulles resta, a questo proposito, quella del trasferimento a Washington del generale Gehlen, responsabile dei servizi segreti nazisti che curava lo spionaggio antisovietico. Con lui a William Donovan, direttore centrale dell'OSS, arrivano anche 52 casse contenenti la schedatura di decine di comunisti europei. La carriera di Gehlen è folgorante: in breve tempo diviene direttore della sezione affari sovietici dell'OSS e, subito dopo, della CIA. E ancora Stangl, comandante del lager di Treblinka in cui furono trucidate oltre 700.000 persone, o il colonnello delle SS Rauff, inventore delle camere a gas mobili, ospite in un convento per 18 mesi e successivamente inoltrato in Argentina, punto d'arrivo della via dei conventi che passava invariabilmente per i porti d'imbarco di Genova e di Bari. L'elenco potrebbe continuare.
L'organizzazione capillare di una simile rete d'intervento deve far riflettere. Probabilmente ha ragione quel mio vecchio amico operaio che rifiuta ostinatamente l'idea di Nuova Destra: piuttosto, mi dice sempre, la stessa struttura che, con variazioni significative a seconda dei tempi e nel succedersi delle generazioni, continua a svolgere il suo instancabile ruolo. L'Europa delle grandi lacerazioni, mentre da ogni dove ultimamente si continua a parlare di unità dei popoli e di abbattimento delle frontiere, non cessa di sorprenderci. L'ondata di razzismo e di xenofobia, alimentata dalla (ri)comparsa dei gruppi nazisti e di quelli più specificamente fascisti, come il Movimento politico nostrano, spazza via la speranza di aver chiuso il conto con quelle che sembrano essere le liturgie di un passato che non passa. Anche in questo caso c'è ben poco di cui meravigliarsi. In Germania le bande naziste sopravvivevano del tutto impunite da parecchio tempo. Se si pensa che alcuni gruppi disponevano di armamenti tali da far accapponare la pelle e che l'apologia di reato non è mai esistita per chi ha costantemente vestito, durante le celebrazioni di tristi anniversari, le divise che hanno insanguinato l'Europa per oltre un decennio, non deve meravigliare che oggi, più di prima forse, tutti questi galantuomini si sentano attivi più che mai.
Una considerazione è quasi obbligatoria a questo punto. Dopo la caduta del muro di Berlino e il conseguente stravolgimento della Germania dell'Est, i naziskin che riempivano quelle patrie galere sono stati reimmessi nel circuito della violenza di Stato nella certezza di un sicuro successo. Si tratta perlopiù di giovani o giovanissimi cresciuti in una sviscerata fede anticomunista e capitanati, come risulta dalle più banali cronache televisive, da personaggi ben al di sopra dei quarant'anni in grado di riepilogare in se stessi la memoria storica di una generazione molto vicina. "Sta succedendo qualcosa nelle viscere dell'Europa", è stato detto al Congresso Mondiale ebraico tenutosi a Berlino nel 1992. L'affermazione è corretta, il predicato meno: con l'aggiunta di un avverbio ci si intenderebbe meglio; sta succedendo da sempre qualcosa nelle viscere dell'Europa. Ne consegue, ed è la linea portante di queste riflessioni, che la storia non si ripete, semplicemente continua.
C'è una tendenza insopprimibile da parte di certo giornalismo, anche quello più articolato e riflessivo, ad impadronirsi di alcuni luoghi comuni della storiografia più o meno ufficiale. Quando si parla di neo-nazisti, di naziskin e quant'altro, è facile l'abbinamento con la teoria dell'eterno ritorno, quasi che per qualche imperscrutabile ragione la storia si debba fermare e riproporre le stesse angoscianti figure di un tempo. Il fenomeno è naturalmente molto più complesso e, come ho cercato di evidenziare con i brevi riferimenti alle operazioni dell'OSS, di origine precisa. Se vogliamo a questo punto chiamarle strategie del capitale, o del sistema imperialista, non facciamo altro che scoprire una faccia della stessa medaglia.
Ideologicamente legittimati dagli storici del cosiddetto revisionismo, Nolte, Fest, Hillgruber, Irving, che hanno sostenuto a chiare lettere la legittimità del genocidio nazista come una "risposta dovuta" al bolscevismo, "la più grande infamia di questo secolo", e supportati da apparati istituzionali organizzati e presenti capillarmente nel territorio, tra i più noti la DVU (Unione popolare tedesca) e la Npd (Partito nazionaldemocratico), le bande naziskin, al pari di quelle italiane anche senza le teste rasate che hanno sempre trovato caritatevole sostegno da parte del Movimento sociale, imperversano in Germania raccogliendo l'approvazione di molte più persone di quanto non possa sembrare. "Non vedo nazisti qui", ha detto il poliziotto in assetto di battaglia ad un cronista che lo intervistava mentre alle sue spalle venivano scanditi slogan inneggianti ad Hitler. La gravità di un fatto simile dà la misura esatta dello stato attuale delle cose dopo il crollo dei regimi dell'Est. Se si muove un'intera intellighenzia, se la frattura consente a degli storici di sentirsi finalmente liberi di dire ciò che da tempo pensavano, è evidente che un intero sistema di valori culturali e politici si sta rinnovando dentro non soltanto ad una nuova fase dei rapporti di produzione ma anche di quelli di potere.
Esiste una funzione specifica, per l'ennesima volta non riattivata, quanto piuttosto all'apice della sua evoluzione, che spiega molto bene il processo che stiamo cercando di cogliere nei suoi tratti essenziali: questa funzione è il razzismo. Considerandola dal punto di vista strettamente sociologico essa è paragonabile ad una variabile dipendente in un sistema aperto. In termini più comprensibili, ciò equivale a dire che il razzismo appare e cambia secondo la presenza ed i cambiamenti delle altre variabili in un circuito sociale che si trasforma continuamente (aperto).
Nella società di massa minuziose tecniche disciplinari hanno circondato l'individuo e ne hanno circoscritto perfino i ritmi biologici. Si concretizzano processi d'insieme che hanno a che fare con la vita, la morte, la nascita e la malattia: una bio-politica che si occupa strenuamente delle popolazioni e dei territori in cui esse vivono. Lo Stato moderno risulta infatti essenzialmente dalla combinazione di questi due fattori, popolazione e territorio appunto, che dagli albori della società industriale diventano oggetti di intervento specifico come mai era accaduto prima. In una struttura economica profondamente mutata (e dinanzi ad una esplosione demografica che è conseguenza di quel mutamento) la bio-politica ha il compito di governare i fenomeni sociali nella loro generalità, attivando il controllo su un individuo-corpo che è statisticamente numerabile.
Ma bio-politica significa innanzitutto variazione fondamentale nei rapporti di forze; il bio-potere che ne diventa l'immediata applicazione si ramifica ovunque stabilendo, adesso che il suo termine di riferimento è la mortalità come parametro essenziale della vita, il diritto di far vivere o di lasciar morire. Eppure come può il potere della regolazione costante che allunga la vita e la preserva dalla morte diventare potere politico che uccide e fa uccidere, qualora si rendesse indispensabile, non soltanto il nemico esterno contro cui scaglia i suoi eserciti ma anche il nemico interno, fosse pure un cittadino come gli altri? Come riuscirà a scatenare la xenofobia contro l'immigrato che da anni vive in quel territorio, parla la stessa lingua degli autoctoni, ne accetta i costumi? E' il razzismo il fiammifero che dà fuoco alle polveri. Sarebbe ovviamente ingenuo pensare che esso sia una produzione specifica dell'ultimo cinquantennio, perché in quanto fenomeno esisteva già da molto tempo nell'Occidente cristiano. Il bio-potere ne facilita l'apparizione in questo contesto.
Il razzismo sancisce, all'interno della vita di cui il potere ha assunto il controllo, la regola definitiva per stabilire ciò che deve vivere e ciò che deve morire. Una cesura biologica divide noi dagli Altri, gruppo, razza inferiore, nemico politico e così via; lo scontro non è più militare, guerriero, ma razziale, legato alla specie che si deve conservare inalterata. Il diritto di uccidere sopravvive, alla fine, anche nella nuova società.
Un potere sovrano che voglia mantenersi tale in complesse dinamiche politiche e sociali, nella costante tensione alla normalizzazione, all'appiattimento del controllo totale, usa il razzismo per decretare continuamente la messa a morte. Non sempre messa a morte fisica; talvolta anche espulsione, allontanamento, ghettizzazione del diverso, del deviante.
La società dello scontro diffuso, in una pacificazione apparente dichiarata perlomeno dalla fine della seconda guerra mondiale, rinnova in Europa una violenza sorda con cui quotidianamente abbiamo a che fare. In tutti questi anni ciò che è stato preservato è lo sviluppo delle dinamiche produttive del Capitale, qualunque forma esse assumessero e qualunque sacrificio si dovesse chiedere per la loro conservazione-trasformazione. Il razzismo diventa ben presto razzismo di Stato, gestito com'è dagli apparati burocratici ed istituzionali oggi in una situazione di evidente disfacimento, ed articola un'economia della morte che assicura, o tenta di assicurare, la riproducibilità degli apparati stessi nella tecnologia del potere sulla vita.
In sostanza è un problema di governabilità quello che assilla la forma-Stato occidentale. In Italia con insistenza, ultimamente, si è fatto riferimento a questo non ben definito problema del passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Anche nelle aree di movimento (chiamiamole così) la discussione, in particolare dopo l'esplosione del caso Gladio e le tragiche esternazioni di Cossiga, è stata fitta: esiste davvero questo passaggio, e in caso di risposta affermativa che senso ha parlare di seconda repubblica? Quali saranno le forme del cambiamento? Si avverte con chiarezza la crisi della governabilità, soprattutto quando gli assetti politici classici sembrano condannati ad una irreversibile scomparsa per consunzione, quasi una terribile malattia che li ha rosi da dentro. Sono molte le voci che invocano riforme ed altrettante quelle che paventano drastici cambiamenti costituzionali, ma nessuno e niente è in grado di dare risposte concrete. In questo diagramma di disequilibrio complessivo, la torsione dei rapporti di forza che vengono a mancare o sulla cui nuova disposizione c'è soltanto da scommettere, si lascia fare volentieri a coloro che opterebbero per le soluzioni forti. Non c'è paese, in quelli che avrebbero dovuto essere gli Stati uniti d'Europa, che non sia attraversato dall'ondata nera che presto potrebbe rivelarsi marea.
Rigurgiti massicci di antisemitismo viscerale (per semplicità, l'elemento caratteristico di tutta una cultura) e di xenofobia isterica stanno interessando l'Austria, considerata dalla destra tedesca una sorta di Germania meridionale. Qualcuno avrà già dimenticato il caso Waldheim dopo il quale siamo stati costretti, anche solo per brevi momenti scanditi da telegiornali affannati a rincorrere clamorose notizie, a prendere nota della facciata di ipocrita perbenismo di una classe dirigente che aveva riciclato un nazista nel cuore stesso dell'Europa. Capovolgendo la storia ed occultando i cadaveri si è fatto dell'Austria la prima vittima dell'espansionismo hitleriano, quando la realtà fu invece molto diversa: l'impegno austriaco nell'Olocausto fu certamente uguale, se non maggiore, di quello tedesco, non fosse altro per il numero d'uomini che si distinsero nelle più efferate atrocità. La geografia del neo-nazismo interessa molte altre nazioni, dalla Spagna alla Finlandia e giù fino ai Gruppi di azione patriottica bulgari di chiara ispirazione fascista. Per gli Stati Uniti ricorderò, per tutti, il nazista Duke, in Louisiana ancora sulla breccia, che ha proposto un simpatico programma eugenetico: la sterilizzazione di ebrei e negri perché esseri biologicamente inferiori.
Ma tutto ciò non è che la punta di un iceberg sommerso. L'evidenza drammatica di un futuro che ci riserva poche sorprese nel disfacimento, continuamente arginato, della cultura occidentale. Nella solitudine della memoria individuale, dato che quella collettiva si sfilaccia come la nebbia al sole, restano i fantasmi di un'angoscia irrisolta mentre a Roma sfilano, nella loro terrificante compostezza militare, camicie nere col braccio teso.
C'è un ultimo aspetto del fenomeno che vorrei brevemente discutere. La parte composta ed intellettualmente ricca dei teorici della Nuova Destra. Non bisogna sottovalutare la disponibilità con cui certa cultura riformista, mi riferisco evidentemente al panorama italiano su cui ho informazioni piuttosto precise, ha volentieri chiuso tutti e due gli occhi dinanzi a personaggi sfrontatamente ambigui. Costoro hanno attivato un circuito culturale che si esprime in alcune riviste dai contenuti volutamente confusi (ma con un po' di mestiere districabili) e dai programmi perfettamente in sintonia con lo stato di malessere diffuso nella penisola. Al di là di Orion e di Fare fronte, nato sulle ceneri dell'ex Fuan, la cui matrice non teme di esporsi, altri luoghi della scaltra teorizzazione nazi-fascista, Meridiano zero, Indipendenza e Tendenze pescano parecchio nel torbido. Nel caso delle ultime due citate, in particolare, si è assistito ad una paziente opera di penetrazione che ha avuto come obbiettivo l'area anarchica. Messe alle corde dall'insistenza di alcuni compagni romani che hanno individuato nelle rispettive redazioni elementi della destra extraparlamentare storica, le due testate hanno continuato a negare ogni addebito e si sono impossessate, con assoluta noncuranza, delle analisi politiche e delle riflessioni di gruppi che con loro non hanno mai avuto a che fare. La lettura di questi fogli mette in un atteggiamento psicologico di confusione perché i contenuti sono nella maggior parte dei casi farraginosi o incomprensibili.
Un'operazione di piccolo cabotaggio che la dice lunga sulle tecniche pluridecennali di infiltrazione questa volta non tanto nella cultura della sinistra, che non esiste più, diciamolo con franchezza, ma nell'ovvietà della denuncia schietta di una situazione di disagio sociale. Non sottovalutiamo perciò l'acutezza dei camerati che una proposta culturale in senso ampio l'hanno sempre avuta anche se mascherata nelle forme più impensate. E tanto maggiore sarà il pericolo se sapranno confondersi negli spazi liberi che il capitale lascia loro a disposizione, interconnessioni fondamentali di una struttura di potere.
Non mi congederò riproponendo l'annoso interrogativo del che fare. Nella totale assenza di prospettive unitarie di intervento sarebbe noioso recriminare su quello che non si è fatto e su quello che forse non si farà. Mi rendo conto, d'altro canto, che neanche il fatalismo metterebbe in pace la mia coscienza; intendo cominciare con una cosa molto semplice. Il ricordo. Voglio ricordare e non dimenticare e questo, spero, mi aiuterà a capire.
Nel frattempo, un'affermazione di Gunther Grass mi rimanda gli echi di un disagio profondo: "Io vi dico che ho paura".

Mario Coglitore

Articolo pubblicato sul numero 15 della rivista Marx 101

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