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Che cosa spenge la sinistra.
Risposta a chi è stato così gentile da risponderci.



Recentemente la vostra rivista ha pubblicato una risposta a un nostro articolo su Foucault dopo la morte della sinistra. Chiediamo la gentile concessione di una replica in forma di una riflessione generale.


A. Introduzione con materiale storico e proposte concrete


Estratto da un dibattito svoltosi al convegno dei giovani imprenditori a Santa Margherita Ligure l'8\6\96.

-"Al comune di Napoli ho licenziato 70 dipendenti"
(Antonio Bassolino, sindaco di Napoli)

-"Dal sindaco mi sarei attesa di conoscere come li ha reinseriti, non certo lo sbandieramento del licenziamento"
(Luisa Todini, europarlamentare di Forza Italia)

-"Sono scandalizzata dalla demagogia della collega"
(Marina Salomon, sospirosa imprenditrice)

-"In questi casi serve il pugno di ferro"
(Replica di Bassolino a difesa della giustezza dei licenziamenti e a definitiva conquista del cuore della Mussolini)

Per le cronache riportiamo il commento di un giornalista del "Manifesto", favorevole a Bassolino ma a disagio di fronte agli svarioni dell'eroe dell'unità della sinistra. Il giornalista si chiama Goffredo Galeazzi, il numero de "il Manifesto" è quello del giorno successivo al dibattito:

"Antonio Bassolino è l'altra star del convegno dei giovani imprenditori. Il sindaco... si lascia - in parte - trascinare dal clima da 'paese normale'... "

Di conseguenza consideriamo:

1) Lasciarsi trascinare del tutto dal clima da "paese normale" significa pensare alla sterilizzazione dei disoccupati in modo che non possano riprodursi.

2) Se il mitico "si riparte dalla Sinistra che c'è" gode di questi personaggi - e ne gode - chiediamo pubblicamente l'abolizione del suffragio universale e delle elezioni nonché l'istituzione di una gara d'appalto - a base d'asta - per la gestione degli affari di governo. I risultati sarebbero gli stessi dell'alternarsi tra destra e sinistra ma ne guadagneremmo dalla scomparsa di pacchi della consistenza di "anema 'e core" Bassolino.

Crediamo che queste citazioni appena riportate abbiano un suo sapore storico, di testimonianza su quell'equivoco che nasconde la vocazione autoritaria della sinistra neoamministrativa e sul faticoso lavoro - a volte addirittura gratuito - degli operatori culturali di sinistra per mantenere in vita l'equivoco come tale. Ci impegneremo in futuro a sostenere le proposte concrete prima accennate magari mettendo in luce, per spiegare le nostre tesi, le gesta di questo o quel personaggio (Es. Burlando e la Turco sembrano promettere bene mentre Violante non tradisce mai con il suo fascismo classico, lineare).


B. Problemi dal recente passato


Partiamo dalla preistoria politica. Nel febbraio 1977, pochi minuti dopo la sua famosa cacciata dall'università di Roma, Luciano Lama fu intervistato da un giornalista sul senso di quella spaccatura a sinistra. Lama rispose che era interessato al fatto che il Pci e il sindacato erano nettamente maggioritari nel paese e nella sinistra. Aveva ragione e, proprio per quello che è successo dopo, non è che ci sia stato da menarne un gran vanto. Questo paese è passato in 2-3 lustri da essere una punta avanzata, in Europa, dell'egualitarismo radicale di massa ad essere un terreno di scontro tra élites dove la posta in gioco è la sopravvivenza di uno dei contendenti sotto forma di una possibilità di pratica politica antiegualitaria, autoritaria, ferocemente antisociale. Tutta colpa della globalizzazione, dell'ineluttabile vento di destra che spira da ogni luogo quasi da non poter essere localizzato?
In molte ricostruzioni sui rivolgimenti di questi 2-3 lustri si è spesso parlato della "resa della sinistra di fronte alla globalizzazione", insistendo magari su una sua incapacità di proposta politica e di rinnovamento. A sintesi di questa concezione, nel recente libro di Ingrao e Rossanda questa visione è netta: prima c'è un ricco album di famiglia, fatto di movimenti e avanzate elettorali; poi una serie, a partire dagli anni '80, di più o meno rovinosi cedimenti. La globalizzazione avrebbe saputo spezzare il passaggio di queste ricche diversità conflittuali dagli anni '70 agli anni '80, frantumando strategie politiche, scomponendo irrimediabilmente il tessuto sociale, creando di conseguenza spezzoni di società irriducibili alla sintesi politica e in preda alle destre isteriche e plebiscitarie.
Il processo che sarebbe stato sia causa e sia testimonianza di questi rivolgimenti sarebbe la fine del compromesso tra capitale e lavoro (quella che in maniera più ruspante Bossi ha chiamato la greppia di Roma). Rotto il patto, la globalizzazione sarebbe stata libera di scomporre la società fin dove sarebbe stato possibile.
Ora, ci avvaliamo della presunzione di dire che questa è una tipica ricostruzione storica consolatoria per tutte le sinistre: per quelle che fanno professione di realismo di fronte a un processo più grande di loro, per quelle che denunciano la globalizzazione come 'pensiero unico' e per quelle annichilite e basta (a nostro avviso, maggioritarie).
E se fosse andata diversamente? Ritorniamo perciò a Luciano Lama.
Lo scontro di allora tra Pci e movimento non ci testimonia affatto di un album di famiglia della sinistra, laggiù gli istituzionali e là sotto i radicali. Questo è un album che è riuscito a tenere assieme le sue figurine fino ai primi anni '70. L'esplosione del movimento del '68, cioè l'onda italiana del secondo '17 di questo secolo, infatti riesce tanto ad azzoppare lo stato democristiano e la gabbia lavorista della società quanto ad aggirare il Pci. Lo schema di allora tra Pci e movimento era quello del rapporto tra riformisti e rivoluzionari: tanto chiedevano i primi allo stato o al padronato, tanto più chiedevano i secondi. Questi ultimi non avevano però come controparte né il Pci né il sindacato: la controparte era ogni manifestazione del padronato come ogni propaggine della DC. Fin qui l'album di famiglia terrebbe i suoi pezzetti: due grandi covate, due culture politiche diverse ma obiettivi simili quando non assimilabili mentre tra loro dominava la concorrenzialità non la guerra. Non è vero, probabilmente non era vero allora ma qui ci interessa dire che non è vero tanto più a partire della seconda metà degli anni '70 (nella quale leggiamo la "grande avanzata" elettorale del Pci nel '75-'76 come un ripiego diffuso dopo una sconfitta dei movimenti già resa possibile dalla ristrutturazione del '74-'75, e un risultato della sconfitta già consumata del gruppismo).
E qui sembrerebbe materializzarsi la globalizzazione: la mutata situazione economica e finanziaria della metà degli anni '70 impone delle scelte. Si fanno avanti ristrutturazione tecnologica delle grandi fabbriche, decentramento della produzione, contenimento del costo del lavoro, ricette che abbiamo imparato a conoscere. L'agente in carne e ossa di questo processo non è però la globalizzazione che rompe il patto tra capitale e lavoro, come vuole la mitologia consolatoria di sinistra: è il Pci che interviene a favore del capitale per imbrigliare e sconfiggere l'insubordinazione operaia e del movimento. La cacciata di Lama avvenne dentro quello scontro e si può dire che, dopo pochi mesi, la vittoria arrise al Pci che riuscì, grazie al delirio brigatista e a una vergognosa serie di errori del movimento, a occultare questo processo e a farlo apparire come uscita dagli anni di piombo. Di qui una verità conseguente che non farà piacere a nessuno: uno degli agenti scatenati contro la cultura del '68 e degli anni '70 fu proprio il Pci con l'austerità berlingueriana, recupero spazzatura della subcultura cattolica, recupero che apre un problema serio: il Pci non affonda radici culturali nel '68, è un fenomeno che va inteso all'interno della secolarizzazione della cultura cattolica -pur nella sua sussunzione dell'anticlericalismo - non certo, per esempio, nella linea "dal beatnik al punk" che invece si innerva nei movimenti che datano '68-'77 e oltre.
Ma perché il Pci si gettò contro le forme politiche provenienti dal '68 pur incassando, dal punto di vista del personale politico, anche da quella direzione? Perché il Pci arò quel terreno, fatto di distruzione delle lotte e della cultura degli anni '70, sul quale hanno poi prosperato le destre? Semplice, perché il Pci non era un partito comunista ma un partito di sinistra, non sapeva né poteva rompere l'ordine capitalistico ma pensava di redistribuire quote di stato sociale. La guerra contro il movimento della seconda metà degli anni '70, e fu guerra vera morti compresi, fu figlia di questa interpretazione della globalizzazione come processo di accumulazione che avrebbe permesso una redistribuzione di massa. Tra accumulazione e redistribuzione c'era solo un movimento testardo e insubordinato. Il movimento fu sconfitto duramente, l'accumulazione riprese ma della redistribuzione non se ne vide traccia. Poi vennero le destre e il pianto interessato della necessità del loro arginamento seppellì questo problema: l'agente della ristrutturazione capitalistica degli anni '70, decisiva per la rivitalizzazione degli animal spirits capitalistici degli anni '80, fu la sinistra berlingueriana. Ma se la sinistra piccista fu agente attivo della repressione e della ristrutturazione, quella neutrale o sopravvissuta agli anni '70 fece finta di non capire - o non capì - che il nodo politico strategico lasciato da quegli anni era quello della distruzione del Pci come adesso è la necessità della spettacolare disintegrazione del Pds, nodo che resterà - e a volte dovrà restare - inafferrabile finché ci sarà un forte protagonismo delle destre. Insomma, la sinistra o lavorò attivamente per la destra ,assimilandone poi la cultura negli anni '90, oppure preparò il terreno per l'asfissia politica attuale seppellendo i nodi storici dell'agire politico in questo paese, nodi peraltro difficili da sciogliere.


Dov'è quindi il terreno per rivalutare una cultura di sinistra? Nelle lapidi al partigiano? Negli appelli alla sinistra plurale? Nei funerali di Berlinguer?

Pensiamo che più ci si balocca con la retorica del generoso popolo di sinistra, dell'antifascismo, della difesa della costituzione più si perde di vista questo elemento storicamente essenziale: la sinistra in Italia è stata l'agente in ultima istanza della destra. Dire questo è rischiare, oggi, la camicia di forza ma, per chi ama il concetto di globalizzazione, possiamo dire che in Italia esso si è materializzato così, con sinistre e destre che hanno lavorato a turno, e consapevolmente, per il re di Prussia del mercato globale ma con lo zampino decisivo del Pci nel far sì che questo processo maturasse.
E se la parte numericamente maggioritaria della sinistra in Italia è gestore attivo, seppur in alternanza ma costituzionalmente preposto al ruolo, del processo di globalizzazione fin dagli anni '70, che fare? Adeguarsi, maledire la storia o cosa?
Dai Cobas a Rifondazione, ai Centri Sociali questo problema non è mai stato aggredito nella sua interezza. La speranza di questi compagni di naufragio, e la ragione stessa della loro costituzione, è la scommessa della "ripresa delle lotte", alle quali viene delegato automaticamente il peso del problema. Il passato è passato, e a chi interessa si somministrano edificanti punturoni di lotta partigiana o l'icona di Guevara, e il presente è legato alla speranza dello "spostamento dei rapporti di forza". Infatti, tutto filerebbe ugualmente liscio per la cultura di sinistra se esistesse un reale antagonismo di sinistra. I critici della sinistra istituzionale non hanno però una spontaneità "popolare" da contrapporgli, una veracità di lotte diffuse da esaltare. E i rinnovatori della sinistra parlamentare non hanno una spontaneità a partire dalla quale imparare a reinventarsi.
Non c'è insomma un terreno di rivendicazioni di base capaci di autovalorizzazione egualitaria, magari da riportare su un terreno istituzionale, o una serie di rivendicazioni paraistituzionali da radicalizzare. E qui tutti i tifosi della sinistra, antagonista o istituzionale, vanno in crisi. Evocano le lotte - o l'indignazione se amano il pallore mortifero del moralismo istituzionale - e si spengono quando non ci sono cioè sempre. Insomma, la sinistra si inabissa di fronte al problema dell'attacco all'ordine capitalistico della verità, classica questione foucaultiana e subisce continuamente l'assalto dell'ordine capitalistico della verità - uno dei risultati dell'analisi complessiva di Foucault - dove l'idea stessa di protagonismo politico delle classi subalterne non appartiene nemmeno all'ordine del reale. Tutte le problematiche attorno a quell'attacco, farlo o subirlo, più che le lotte stesse, ci restituiranno la possibilità della rottura dell'ordine materiale capitalistico. Per questo la sinistra si sta spegnendo: immagina - per le mitiche soggettività - un orizzonte di acquisizioni materiali. Si accorge che però nessuno lo fa e che nella società esiste solo la minima percezione o necessità di questo. Allora la sinistra grida alla barbarie, all'impotenza e si spenge. Inoltre, ha perso da quindici anni lo stato sociale che era l'unico terreno dove sia la componente antagonista che quella istituzionale riuscivano a riprodursi, visto che il welfare era nato proprio come risposta nei loro confronti . Oggi, inoltre, uno stato sociale per rispondere alle sinistre della fantasia non interessa a nessuno di quegli omini con la tuba che governano la globalizzazione. Le sinistre credono invece che il welfare esista ancora e esita, come dire, per loro e per la loro riproduzione, pensano che ci sia ancora tela da tessere quando, attorno a loro, già il concetto di telaio fa solo sorridere.
Ma l'unico tipo di risposta possibile è per tutte le sinistre intangibile: attacco all'ordine capitalistico della verità, elemento indispensabile per l'efficacia di una rottura materiale. Questo non vuol dire stare a scrivere libri mentre il mondo si muove, vuol dire porsi il problema delle lotte che disarticolano l'ordine stesso della verità capitalistica, che la pongono fuori dall'esistenza, la rendono impensabile, e proprio per questo depotenziano il Capitale. Ed è solo attorno a un altro ordine della verità che si ricompongono le lotte e si rigonfia un ordine di rottura. La frammentazione delle asfittiche lotte di oggi avviene perché esse non hanno un ordine della verità attorno a cui ricomporsi, seguono solo delle piccole tattiche di sopravvivenza materiale, peraltro quasi mai fruttifere.
Le lotte sul welfare immaginario sono, le poche volte che ci sono, lotte che veicolano un'idea di sussistenza da tutelare. Potevano andare bene finché questo welfare aveva una qualche consistenza. Adesso non esiste una "sussistenza" finché le parole del capitalismo sono ancora vere e finché la loro verità produce la materialità del Capitale. Detto così è affermare che dall'inaudito nasca la rottura di questo ordine materiale e che le lotte debbano produrre quest'inaudito. Nella logica di questo piccolo spazio diciamo che più o meno è così, anche se l'inaudito che dobbiamo produrre è di una specie che si rende immediatamente efficace.
E, proprio quando muta l'ordine della verità, certe parole perdono di significato e si insabbiano nell'oblio. Noi crediamo che l'ordine capitalistico della verità stia progressivamente spegnendo la parola "sinistra" dopo aver oscurato il termine "comunismo", in maniera diversa li ha resi impensabili e li ha depotenziati. Ci sembra pleonastico dire, tra i due, quale concetto intendiamo rischiarare.

P.S. Quando abbiamo fatto la prima stesura del punto B, Luciano Lama era ancora tra noi.
Siamo convinti che alla lunga il Nostro resterà vittima di una cruda vendetta della storia ovvero verrà ricordato principalmente per la cacciata dall'università di Roma. Triste fine per un uomo essere ricordato solo grazie alle pedate nel sedere dategli copiosamente dai suoi nemici ma, la Storia è sempre crudele e non guarda neanche in faccia ai padri della patria (sennò invece di Storia si chiamerebbe fumetto).
Crediamo però che il Movimento del '77 non abbia capito Luciano. Un uomo che si presenta all'università di Roma occupata contro la riforma universitaria con un impianto suono da paura, e ci urla dentro parlando della resistenza alla Fiat contro i tedeschi, entra alla grande nella storia del postpunk. Ma allora il Movimento non aveva ancora digerito il punk, forse fu per questo che Luciano fu cacciato.

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