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Dalla Farmacia di Platone....al Capitale di Marx.



La vittoria del cavaliere alle elezioni del 27 Marzo ha sancito definitivamente, a livello di "senso comune", ciò che aleggiava da tempo: la televisione è il vero strumento di potere e di comando della nostra epoca. L'uso accorto delle tecniche di comunicazione di massa con l'immagine, si è dimostrato capace di soppiantare in un solo colpo il grigio e faticoso lavoro decennale, dall'alto in basso e dal basso in alto, che strutturava i grandi partiti di massa.
La comunicazione con l'immagine sembra aver annichilito il sapere e il linguaggio politico tradizionali.
Il meccanismo dei partiti di massa si basava su una complessa catena di saperi e di poteri che circolavano realmente nel tessuto sociale, mobilitando in modo specifico e diretto i soggetti sociali, l'intellettualità e la cultura, le istanze collettive. La selezione del personale politico di professione conquistava il sapere e il potere necessari per assumere gli incarichi chiave grazie ad una lunga esperienza, che spaziava dal campo puramente relazionale (i rapporti con le istanze di base, il circolo ricreativo e la "sezione") a quello istituzionale (l'amministrazione degli enti, dei comuni ecc.) ed economico. A sua volta il radicamento dei partiti di massa rimandava ad una vitalità reale degli aggregati sociali sui quali tale radicamento si costituiva (la famiglia per la cultura cattolica, la comunità operaia per la cultura comunista). La forma specifica del rapporto produttivo sociale esigeva, per i punti alti del comando, un sapere (e un potere) che fosse veramente "cumulativo", "stratificato", un sapere che racchiudesse, per così dire, l'intero "diagramma" delle relazioni e delle istituzioni sociali e che consentisse di "codificare strategicamente" l'insieme dei dispositivi di potere e avere così un controllo reale sui soggetti sociali.
La forma suprema per questa "codificazione strategica", o "integrazione istituzionale", dei diversi dispositivi, era costituita dal meccanismo della rappresentanza, dalla democrazia.
Nel dibattito del movimento ha preso piede l'idea di legare la crisi dei partiti di massa e della rappresentanza all'avvento del general intellect.
È un'ipotesi suggestiva che consente di unificare una serie di processi diversi in un quadro coerente. Il mutamento dell'organizzazione del lavoro (passaggio al "post-fordismo") la crisi del welfare, la crisi della rappresentanza e della forma stato tradizionale, i processi di internazionalizzazione e di riterritorializzazione economica: sono tutti fenomeni che vengono ricomposti con la formula del general intellect quale nuova forma fondamentale del rapporto sociale di produzione. Nel contributo La farmacia di Platone è chiusa S. Cacciari fa un ulteriore passaggio. La sua ipotesi è che il legame tra la crisi dei saperi politici tradizionali e il general intellect può in modo più dettagliato essere circoscritto individuando uno "squilibrio" che sembra dominare all'interno del general intellect stesso tra "parola" e "immagine". L'impoverimento che si constata, per esempio, quando il disagio sociale anziché assumere la forma di un sapere critico sulla società esplode nel movimento razzista che core l'intera Europa, appare come la conseguenza di questo squilibrio.
Il dominio dell'immagine all'interno del general intellect appare come un processo di esproprio dei saperi alla base ed una loro concentrazione ai vertici.
L'annichilirsi dei partiti di massa - e dei saperi/poteri che ne costituivano il meccanismo - appare come conseguenza del dislocamento della "catena dei saperi" che stanno alla base del funzionamento e del governo della società.
Il processo va inquadrato esattamente: non è tanto il fatto che la comunicazione mediante l'immagine si struttura a partire da un livello più misero dei saperi, al contrario. La produzione dell'immagine esige una catena ancor più complessa e sofisticata dei saperi.
Ma quello che si acquista dal lato della produzione non fluisce, non si "condensa" nel prodotto. L'immediatezza della forma di consumo dell'immagine dissolve la ricchezza dei saperi necessari alla sua produzione.
Non si tratta di un fenomeno completamente nuovo. È anzi, sotto un certo aspetto, una caratteristica costante del processo lavorativo capitalistico. Il rapporto di capitale si costituisce storicamente non soltanto come esproprio dei mezzi di produzione, ma come riorganizzazione della produzione, sulle basi tecniche date, da parte del capitalista. È una riorganizzazione cioè che investe, nella fase della sussunzione formale, non tanto la produzione, intesa in senso stretto, come processo lavorativo, ma la catena della valorizzazione, e che dunque fa perno fondamentalmente su un sapere specifico del capitalista, quello del mercato. Il potere del mercante-imprenditore sui produttori in proprio è infatti interamente basato, oltre che sulla disponibilità del Capitale e del suo anticipo, sui saperi che consentono l'approvvigionamento adeguato delle materie prime e la collocazione sul mercato del prodotto finito. In generale si può affermare che il rapporto di produzione capitalistico si dà come un continuo processo di espropriazione del sapere: la dialettica dell'organizzazione tayloristica del lavoro è un esempio plateale di questo processo. Tutte le tecniche per l'aumento della produttività del lavoro mediante la standardizzazione e la suddivisione del processo lavorativo, si basano sulla capacità di far defluire il "sapere" dell'operaio dalla forma del lavoro vivo, per condensarlo in quella del lavoro morto, nel capitale fisso. L'innovazione tecnica in questo meccanismo appare come un risultato di questo movimento più che una premessa.
Il ciclo delle lotte dell'operaio massa esprime il blocco di questo deflusso di sapere, segnala la capacità di gestire, per esempio, il tempo sottratto alla produzione mediante i piccoli accorgimenti che emergono dall'esperienza operaia, per la socializzazione e l'organizzazione della rivolta.
Lo stesso passaggio all'organizzazione post-tayloristica del lavoro andrebbe indagato anche sotto questa angolatura, come il tentativo del Capitale di riorganizzare il processo lavorativo in modo da potenziare al massimo la produzione di sapere e d'innovazione e al tempo stesso di garantire il più rigido controllo su questa nuova potenza dispiegata, su questa ricchezza della cooperazione sociale.

Se dunque torniamo al nostro problema, dello "squilibrio tra parola e immagine", ciò di cui dobbiamo concentrarci è proprio questo processo che ho definito di "dislocazione" dei luoghi e delle forme di produzione dei saperi senza enfatizzare più di tanto la novità di questo passaggio e mettendo al centro il compito di ridisegnare adeguatamente la geografia dei poteri, che viene certamente stravolta, ma lungo direttrici e dinamiche su cui, ad un certo livello, disponiamo di strumenti d'analisi tutto sommato abbastanza solidi. L'impoverimento dei saperi alla base della società è senz'altro un processo sotto i nostri occhi; ma una strategia per la ricostruzione del "rapporto cognitivo" adeguato ad una potente prassi di sovversione, non solo potrà ricostituirsi all'interno di "qualche farmacia di Platone", come segnale S. Cacciari, ma presuppone, al di là della "dura via della divisione intellettuale del lavoro", l'individuazione, all'interno di questo processo di dislocazione dei saperi, delle possibili linee di fuga, delle faglie sotterranee.
In fondo da dove mai potrà scaturire un nuovo ciclo di lotte se non dal rovesciamento della cooperazione sociale capitalistica in una logica di resistenza e di "ricodificazione strategica" dei poteri e dei saperi diffusi sui quali essa si costituisce?
La cosa che non mi convince è il fatto di indicare il dominio dell'immagine - in un certo senso - come irreversibile, come un qualcosa da cui bisogna ripartire. Ma in che senso realmente la comunicazione mediante l'immagine governa la nostra società? Che cosa significa il dominio dell'immagine?
Io resto convinto che una risposta seria a questi interrogativi può emergere solo da un'analisi del rapporto di produzione che, accanto al ruolo strategico assunto dai flussi d'informazione (general intellect), sappia ancora individuare la centralità - imperitura nel rapporto di capitale - della forma di merce.
La ricostruzione di una strategia per le pratiche della sovversione può emergere allora da un sapere e una pratica che sappia contrapporre la centralità della forma di merce ai processi di soggettivazione, da un sapere e da una pratica che si alimentino dello scarto tra forma di merce e processi di soggettivazione.
Nel quadro di un'analisi più tradizionalmente marxiana della forma di merce il dominio dell'immagine costituisce in definitiva un fenomeno di superficie, una "apparenza reale" del tipo di quelle che descrive Marx alla fine del III libro del Capitale nella "formula trinitaria".
Così come la rendita e il saggio d'interesse si possono comprendere solo a partire dalla produzione del plusvalore, che è un processo astratto, che non avviene realmente, nel concreto, così il dominio dell'immagine è la manifestazione nel concreto del processo astratto che è il movimento assoluto e senza vincolo (tendenzialmente!) della forma di merce.
Soltanto ripercorrendo "dall'astratto al concreto" i passaggi che costituiscono alla superficie, a livello fenomenico, il dominio dell'immagine, diventa possibile svelare gli arcani che esso cela.

Se torniamo al problema della crisi dei partiti di massa e dei saperi/poteri diffusi che ne costituivano il supporto, sembra lecito leggere questa crisi come il risultato dei nuovi strumenti di mediazione, di normalizzazione e di controllo che fanno perno sulla comunicazione con le immagini. Ma quello che dobbiamo vedere invece sono i processi profondi, a livello delle relazioni di produzione, che hanno costituito a monte il "campo di possibilità" per l'imporsi di questi nuovi strumenti. Ecco allora, per esempio, che emerge tutta la materialità di una composizione delle classi - risultato delle trasformazioni produttive - che costituisce il retroterra del leghismo e della presa del messaggio mediatico di Forza Italia.
In generale, per chiudere con alcuni cenni, il fenomeno che abbiamo di fronte va letto ancora una volta come il risultato della forza rivoluzionaria del movimento della forma di merce. Il dissolvimento delle soggettività sociali "autonome" dalla forma di merce, o più precisamente, costituite "al cospetto" della forma di merce, come resistenza alle relazioni mercificate - e dunque dei saperi/poteri diffusi sulla cui trama esse si dispiegavano - è appunto il risultato della pervasività e del nuovo livello d'intensità del movimento della merce.
Alla base di questo movimento non credo sia lecito individuare il dominio dell'immagine, ma la catena complessa di rapporti, relazioni, tendenze e controtendenze il cui paradigma insuperabile resta il Capitale di Marx.
È vero che a livello fenomenico il movimento della merce appare come dominio dell'immagine. Ma i rapporti vanno rovesciati:
è in quanto forma adeguata della merce che l'immagine appare in posizione di comando.

La forma immagine completa il movimento della merce. Essa mette in tensione estrema valore di scambio e valore d'uso: è il movimento di emancipazione del valore di scambio dal valore d'uso. Con la forma merce come immagine, il rapporto produzione-consumo acquista finalmente una parvenza di equilibrio, una forma adeguata alla forma di merce, fondando il movimento della produzione per la produzione su un consumo illimitato. È ormai evidente infatti che della merce ne si consuma, ne si "usa" ormai solo l'immagine e non più il valore d'uso.(1) E quante immagini si possono consumare? Il consumo acquista dunque la "velocità" adeguata al movimento della produzione liberandosi dalla materialità e dunque dai vincoli che il valore d'uso imponeva.
Ma il punto centrale è tenere ben presente l'insieme dei passaggi, ripeto, dall'astratto al concreto, che conduce a questa apparenza reale. Infatti il dispiegamento di quest'ultima resta assolutamente condizionato da tutte le mediazione reali del movimento della merce.


Il saggio d'interesse si presenta "autonomo" dal processo di produzione, ma è evidente che senza il ciclo della valorizzazione non non potrebbe esistere, e le contraddizioni reali che turbano questo ciclo (ad es. un blocco stradale o uno sciopero) non possono, in ultima istanza, oltre una certa soglia, non sconvolgere l'apparente autonomia del saggio d'interesse. Un analogo meccanismo deve essere individuato in relazione al movimento dell'immagine, un movimento tendenziale di astrazione dei processi sociali che mai può soppiantarne la materialità contraddittoria.

Con l'avvento del dominio dell'immagine la costituzione dei saperi di comando della società sembra dislocarsi nel meccanismo "neocarismatico del leader" soppiantando la faticosa selezione dei politici di professione. Ma la possibilità di questo processo deriva dalle profonde trasformazioni dei luoghi reali del comando, dalla solidificazione di alcuni automatismi che, ad un certo livello, sanciscono l'intercambiabilità del personale politico.
Un qualsiasi Di Pietro può arrivare, grazie al carisma, alla massima carica esecutiva, ma i processi decisionali reali si strutturano altrove, nel lavoro silenzioso delle burocrazie del Tesoro, della Banca d'Italia, della Ragioneria dello Stato, nelle stanze al riparo del cono di luce della Bundesbank, negli uffici del Fondo Monetario Internazionale.

Giannozzo the Kid




Note:
1) Si tratta evidentemente di un movimento di tendenza, di astrazione, a cui si contrappongono le controtendenze e le materialità dei processi reali.

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